Cardarelli a Napoli, in Cassazione la condanna per Iannelli: pazienti portati in clinica
Diventa definitiva la condanna per l?ortopedico napoletano Paolo Iannelli, anche se gli atti tornano a Napoli per la sola rideterminazione della pena. Lo hanno stabilito i giudici della...
Diventa definitiva la condanna per l’ortopedico napoletano Paolo Iannelli, anche se gli atti tornano a Napoli per la sola rideterminazione della pena. Lo hanno stabilito i giudici della Cassazione, che ieri sera hanno firmato un dispositivo che chiude una vicenda giudiziaria tormentata e iniziata quindici anni fa: in sintesi, i giudici della Cassazione hanno dichiarato prescritti cinque ipotesi di concussione, ma hanno confermato la condanna per altri quattro casi. Regge, al netto della mannaia della prescrizione, l’ipotesi investigativa coltivata dalla Procura di Napoli e culminata nel 2012 negli arresti dell’ortopedico napoletano e manager della clinica privata Villa del Sole.
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In primo grado venne condannato a nove anni di reclusione, i giudici in appello avevano invece rideterminato la pena a sette anni e nove mesi. Ieri il verdetto della Suprema Corte, che rimette ai giudici di appello la valutazione sugli anni di pena da determinare in via definitiva: alla luce delle quattro ipotesi investigative, Paolo Iannelli dovrà scontare una pena intorno ai cinque anni di reclusione.
Il retroscena
Va ricordato che nella fase preliminare delle indagini, Iannelli è rimasto comunque circa un anno in condizione di custodia cautelare (tra carcere e domiciliari). Ma in cosa consiste l’inchiesta culminata nel provvedimento adottato dai giudici capitolini? Parliamo di una vicenda giudiziaria condotta dalla Procura di Napoli, all’inizio del decennio scorso. Chiara la ricostruzione dei carabinieri, sotto il coordinamento dei pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio (quest’ultimo procuratore a Catania), in relazione ad una serie di denunce raccolte dai carabinieri: alcuni pazienti sarebbero stati dirottati dal Cardarelli alla clinica privata Villa del Sole, di fronte ai tempi prolungati per entrare in sala operatoria. Quindi: liste di attesa nell’ospedale napoletano, condizione di sofferenza da parte dei pazienti, dimissioni e trasferimento nella clinica riconducibile allo stesso Iannelli.
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Uno schema che è stato confermato in aula da parte di alcuni pazienti, che hanno ribadito le accuse rese nel corso della fase preliminare delle indagini. Siamo nel reparto di ortopedia di uno dei più importanti ospedali del sud Italia. Liste di attesa prolungate, inevitabile il bivio per alcuni degenti: aspettare su una barella o in un corridoio il momento dell’operazione (ma con tutti i dolori e i rischi che comporta lo stato di politraumatizzati), oppure firmare le dimissioni in vista di un intervento all’interno della clinica di via Tasso, dove operava proprio Paolo Iannelli. Da primario del reparto di ortopedia a manager, da medico al servizio dei più deboli (secondo una solida tradizione familiare) a chirurgo privato con tanto di onorario a fine intervento.
Una ricostruzione che è sempre stata respinta da parte dell’ortopedico. Per anni, Paolo Iannelli è stato presente all’interno delle aule di giustizia napoletane a difendere la propria reputazione di medico e a contrastare con determinazione l’ipotesi accusatoria. In sintesi, Iannelli ha sempre rigettato l’idea secondo la quale avrebbe lucrato sulla condizione di soggezione vissuta dai pazienti di una struttura pubblica. Anzi. Nel corso di memoriali e interventi difensivi, il professionista napoletano ha ricordato di aver sempre profuso tutte le proprie energie per onorare il proprio ruolo di medico ortopedico del Cardarelli, istituzione che ha rappresentato una parte della sua vita umana e professionale.
La burocrazia
Quanto all’ipotesi di un dirottamento coatto o indotto di pazienti in clinica, lo stesso Iannelli ha sempre fatto leva su un principio in particolare: l’imbuto delle liste di attesa era oggettivo e non dipendeva certo dalla volontà del primario o dalle scelte organizzative del medico di turno. Tutt’altro: Iannelli ha sempre sostenuto di aver lavorato per sfoltire liste di attesa e agevolare gli interventi per i pazienti della struttura pubblica.
Una ricostruzione, quella difensiva, che non ha però convinto i giudici della Cassazione. Ieri non c’è stato l’accoglimento delle tesi difensive, in almeno quattro casi la condanna è definitiva. Parliamo di quattro pazienti che hanno dichiarato di essere stati spinti - in una condizione di soggezione e sofferenza - ad optare per il viaggio in clinica. Un verdetto che ora trasforma la storia dell’ex primario in una vicenda meramente contabile: ora tocca ai giudici partenopei quantificare la pena finale.