Rifiuti ad Acerra, la confisca bis all?impero dei Pellini: «Manager criminali»
Il Mattino

Rifiuti ad Acerra, la confisca bis all?impero dei Pellini: «Manager criminali»

Giovedì 5 marzo 2026
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La sproporzione tra il patrimonio accumulato nel tempo e i redditi dichiarati. Poi: la tendenza a procacciare vantaggi economici anche a dispetto dell?ambiente e del mondo animale. Sono...

La sproporzione tra il patrimonio accumulato nel tempo e i redditi dichiarati. Poi: la tendenza a procacciare vantaggi economici anche a dispetto dell’ambiente e del mondo animale. Sono questi i due punti su cui fa leva il provvedimento di confisca firmato dal Tribunale Misure di prevenzione (presidente Teresa Areniello) nei confronti dei tre imprenditori acerrani Giovanni, Cuono e SalvatorePellini. Viene così acquisito dallo Stato - ed è la seconda volta nel giro di pochi anni - un patrimonio di circa 205 milioni di euro. Beni immobili, conti correnti, quote societarie ritenuti proventi di un’attività illecita condotta dai tre fratelli manager impegnati nel settore dello smaltimento dei rifiuti dieci anni fa condannati per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale.

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Decisivo il lavoro dei finanzieri del Gico e del nucleo di polizia economica e finanziaria della Guardia di Finanza, sotto il coordinamento del pm Giuseppe Visone e dello stesso procuratore di Napoli Nicola Gratteri, all’indomani di una sorta di corto circuito giudiziario. Una vicenda che va raccontata facendo un piccolo passo indietro: siamo nel 2024 quando la Cassazione accoglie il lavoro difensivo e svincola (almeno sulla carta) i beni dei Pellini per un caso di decorrenza dei termini, che si era maturato nel corso del giudizio di appello per definire la confisca. Una vicenda svelata in tempo reale da Il Mattino, che ha indirizzato l’attenzione mediatica e investigativa sul rischio della restituzione dei beni ai tre imprenditori condannati per un mero vizio procedurale.

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Una battaglia che ha conosciuto anche altre tappe: nel 2024, in Cassazione, gli ermellini non hanno potuto far altro che ratificare l’avvenuta decorrenza, disponendo la restituzione del patrimonio ai tre imprenditori, sulla scorta del lavoro difensivo rappresentato dal penalista napoletano Francesco Picca (che assiste Giovanni e Cuono), di Stefano Preziosi (che assiste Salvatore) e di Nicola Quatrano (che assiste alcuni congiunti dei manager). Ma la partita, da allora, non è finita. È iniziato infatti un secondo procedimento giudiziario, che ha ripercorso le ipotesi investigative per le quali erano stati condannati i Pellini, alla luce delle «emergenze attuali» legate al patrimonio dei tre imprenditori.

La difesa 

Sigilli a 8 aziende tra Napoli, Frosinone e Roma; a 224 immobili tra Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone; 75 terreni; 70 rapporti finanziari, 72 auto, 3 barche e 2 elicotteri. Sono indicati come il frutto del traffico illecito di rifiuti nel cuore della Terra dei fuochi. Sigilli bis dunque a 204.914.706. Sul piano formale ci sarebbe comunque margine per un ricorso in appello. Partita infinita. Gli avvocati faranno ricorso alla sezione di appello del Tribuale Misure di prevenzione, a partire da un dato: si tratta di un provvedimento fotocopia, ci troviamo di fronte a una sorta di ne bis in idem.

E allora ricapitoliamo: una prima confisca risale addirittura al 2019, confermata in appello nel 2023, poi nell’aprile 2024 lo stop in Cassazione per la decorrenza dei termini maturata a Napoli. Un caso che ha reso inevitabile anche una verifica ministeriale sui ritardi in appello. Poi la nuova ricognizione patrimoniale dei beni delle famiglie coinvolte in questa storia. Ieri la notifica della confisca, in cui viene ribadita «la perdurante pericolosità qualificata dei soggetti coinvolti».

Le motivazioni  

Passaggi durissimi nell’ultimo atto. Scrivono i giudici a proposito dei tre manager: «Criminali senza scrupoli che hanno piegato le loro competenze imprenditoriali al perseguimento del soldo facile». Più nello specifico l’autorità giudiziaria sottolinea la «concreta e grave capacità criminale» degli imprenditori che ha provocato «conseguenze devastanti nei territori interessati e per l’ambiente nonché per gli animali e le persone, per le quali la relazione di malattie tumorali a quelle attività che avvelenavano i terreni è più che un sospetto». Per i giudici, quindi, i fratelli Pellini, «non erano onesti imprenditori, per errore impattati nell’illecito».

La documentazione 

Un metodo, dunque, nella gestione del conferimento di rifiuti, in una filiera fondata su incassi facili e scarsi controlli. Ma anche su spese gonfiate grazie a «un sistema di fatturazioni false» e su una «imponente evasione fiscale», che hanno determinato «la creazione e l’immissione nei circuiti economico-finanziari di ingenti capitali» qualificabili come di «illecita provenienza». Soldi reinvestiti, al netto di una battaglia legale che oggi ha fatto registrare un round dalla parte dello Stato.

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