Domenico Caliendo, va avanti l?inchiesta su Bolzano: «Faro sulle forniture»
Il Mattino

Domenico Caliendo, va avanti l?inchiesta su Bolzano: «Faro sulle forniture»

Venerdì 6 marzo 2026
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Non è finita con il volo dei palloncini bianchi, con la piccola bara portata a spalla nel duomo di Nola. Non è finita con gli applausi e con la canzone Guerriero a scandire un...

Non è finita con il volo dei palloncini bianchi, con la piccola bara portata a spalla nel duomo di Nola. Non è finita con gli applausi e con la canzone Guerriero a scandire un momento di dolore collettivo. Anzi: l’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo, sul piccolo paziente di Nola va avanti. E va in una direzione chiara: si punta a fare luce su cosa sia accaduto all’interno dell’ospedale di Bolzano, in quelle ore in cui l’equipe di medici napoletani ha espiantato il cuore destinato a Domenico Caliendo. Qual è il punto? Restiamo alla strategia della Procura di Napoli. C’è una delega ad hoc per i carabinieri del Nas da parte dei pm di Napoli: si punta ad ottenere l’inventario di tutto ciò che dall’ospedale San Maurizio di Bolzano è stato fornito ai medici partenopei. Un punto non secondario perché tutt’altro che chiaro.

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Il retroscena 

Agli atti dell’inchiesta ci sono le testimonianze di due operatori sanitari dell’ospedale altoatesino. Si parla di sacchetti e barattoli in cui custodire il cuore, oltre al ghiaccio secco, che è stato messo all’interno di un contenitore termico di vecchia generazione. Tre elementi che sono stati citati dai testimoni ascoltati, ma che vanno inseriti nel mosaico investigativo. Il ghiaccio secco ha poi bruciato un cuore donato ed espiantato correttamente. Inchiesta condotta dal pm Giuseppe Tittaferrante, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci, i riflettori restano accesi sull’ospedale di Bolzano. È il 23 dicembre scorso, siamo nella prima parte della mattinata. Non ci sono indagati tra medici e infermieri di Bolzano, al netto dei sette medici del Monaldi che dovranno difendersi invece dall’accusa di omicidio colposo. Eppure la Procura delega un nuovo accertamento in Alto Adige. Chiede di sapere se realmente sono stati consegnati dei sacchetti in cui custodire l’organo espiantato e destinato al piccolo paziente nolano, ma anche se è stato fornito un barattolo riposto all’interno della box termica. Non sono particolari secondari.

Si attende una relazione ad hoc da parte dell’amministrazione sanitaria dell’ospedale di Bolzano anche sulla storia del ghiaccio. Secondo la ricostruzione fornita da due sanitari (ascoltati come testi), le cose sarebbero andate in questo modo: «La dottoressa napoletana aveva chiesto altro ghiaccio per effettuare il viaggio di ritorno», spiegano i due testimoni. Poi? Che cosa è accaduto? Al centro della sala operatoria c’è la dottoressa Gabriella Farina, a cui viene mostrato un contenitore di polistirolo con ghiaccio triturato che era stato prelevato dall’antisala operatoria. Impossibile distinguere quel materiale refrigerante dal ghiaccio d’acqua. Quindi? La chirurga annuisce, si limita a disporre che venisse sistemato nel contenitore per il viaggio di ritorno. Anche su questa dinamica, al netto delle testimonianze acquisite, viene reclamata una ricostruzione chiara e definitiva. Difesa dai penalisti Dario Gagliano e Anna Ziccardi, Gabriella Farina si è affidata a una nota: «Le immagini relative a un frigorifero dell’Ospedale di Bolzano con etichetta “ghiaccio secco” risultano fuorvianti perché inducono a credere che la dottoressa Farina non avrebbe neppure letto l’etichetta. In realtà il materiale refrigerante fu prelevato in officina e portato in sala operatoria in una scatola di polistirolo da operatori dell’ospedale locale, mentre la dottoressa Farina era intenta a completare le operazioni di confezionamento dell’organo per garantire la partenza nel più breve tempo possibile verso Napoli».

I contatti

Altro punto da verificare riguarda i contatti tra la equipe volata a Bolzano e quella a Napoli, coordinata dal chirurgo Guido Oppido. Ci sono stati messaggi o telefonate? I pm stanno indagando anche sul «monitoraggio» del cuore donato. Già, perché, una volta acquisito, andava tenuto sotto osservazione. Stando alle linee guida, l’organo doveva essere visionato anche «al minuto», nel tentativo di verificarne le condizioni durante il viaggio. Sarebbe bastato - è il ragionamento degli inquirenti - una ricognizione rapida per comprendere che era un organo congelato. Dunque, inutilizzabile. Un monitoraggio che avrebbe dovuto far scattare l’allarme, con la richiesta di bloccare la preparazione dell’intervento al Monaldi. Difeso dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge, il chirurgo Oppido ha spiegato di aver agito correttamente, dopo aver avuto il via libera all’espianto del cuore malato di Domenico. Non è finita. In questi giorni sono giunti segnalazioni da parte del personale infermieristico contro Oppido: c’è un primo documento del 27 gennaio, in cui si fa riferimento al «clima tossico» che sarebbe stato creato dal chirurgo, al quale viene attribuita la mancanza di confronto con gli infermieri, oltre alle criticità provocate dalla tendenza a creare tempi di attesa ingiustificati per «i pazienti pediatrici a sterno aperto». Una scena che ricorda la sorte toccata al piccolo Domenico, privato del cuore originale, costretto a ricevere un organo bruciato dal ghiaccio. Ora c’è un secondo documento sempre contro lo stesso chirurgo. Un medico ritenuto da anni uno dei migliori specialisti nel campo della chirurgia pediatrica, tanto da salvare tremila bambini in dieci anni.

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