Ingegnere ucciso a San Giovanni a Teduccio, killer e mandante condannati: «In carcere per 27 anni»
Il Mattino

Ingegnere ucciso a San Giovanni a Teduccio, killer e mandante condannati: «In carcere per 27 anni»

Venerdì 6 marzo 2026
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Un colpo di pistola dritto alla nuca. Non un ?semplice? omicidio, ma una vera e propria esecuzione. Era la sera del 12 marzo 2024 e davanti a un supermercato di corso Protopisani,...

Un colpo di pistola dritto alla nuca. Non un “semplice” omicidio, ma una vera e propria esecuzione. Era la sera del 12 marzo 2024 e davanti a un supermercato di corso Protopisani, quartiere San Giovanni a Teduccio, l’ingegnere Salvatore Coppola fu ucciso come un boss di camorra. Un agguato in piena regola, preceduto da giorni di appostamenti e pedinamenti, che ieri mattina ha spinto la Procura a chiedere il riconoscimento dell’aggravante mafiosa per l’esecutore materiale del delitto e, di conseguenza, la pena massima: ergastolo con isolamento diurno. La linea della pubblica accusa non è però passata fino in fondo. La terza sezione della Corte di assise di Napoli ha inflitto al sicario, Mario De Simone, una condanna a ventisette anni e sei mesi di carcere. Esclusi, per lui, i futili motivi, oltre all’aggravante invocata dal pm Sergio Raimondi. Accolta, invece, la richiesta di condanna per il mandante dell’agguato, l’imprenditore Gennaro Petrucci, che di anni di reclusione ne ha incassati ventisette.

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Il dibattimento

Aula 114 del nuovo palazzo di giustizia. È qui che, nel primo pomeriggio di ieri, è andato in scena l’ultimo atto di un dibattimento che ha sfoderato diversi colpi di scena. Su tutti, le confessioni dei due imputati. Il primo a gettare la maschera, nel febbraio 2025, è stato proprio colui che avrebbe commissionato la morte dell’ingegnere. L’ampia ammissione fornita dall’imprenditore Petrucci, marito dell’ex esponente dell’associazionismo antiracket Silvana Fucito, è poi sfociata in un percorso di collaborazione con la giustizia e, proprio battendo su questo punto, il pubblico ministero aveva chiesto per lui il riconoscimento delle attenuanti generiche. Ragionamento di tutt’altro tenore, invece, per l’altro reo confesso, De Simone, che ha ammesso il proprio coinvolgimento nella vicenda, «ma il suo contributo allo sviluppo processuale è stato nullo». Il sostituto procuratore Raimondi, prima di invocare l’ergastolo, ha poi posto l’accento «sul particolare allarme sociale causato dal delitto, consumatosi come una tipica esecuzione mafiosa». Una linea su cui non hanno concordato i difensori dei due imputati, gli avvocati Melania Costantino e Maria Di Cesare.

Le richieste 

La prima ha infatti richiesto, senza però trovare accoglimento, il riconoscimento dell’attenuante speciale della collaborazione. La seconda ha invece fatto leva sull’insussistenza dell’aggravante mafiosa: «Se così fosse stato, subito dopo il delitto, non si sarebbe creato un capannello di persone intorno alla vittima». Ad ogni modo è stata confermata, sia per il mandante che per l’esecutore dell’ordine di morte, l’aggravante della premeditazione. La decisione di uccidere l'ingegnere Coppola, un passato nell’orbita del clan Mazzarella e poi tra le fila dei collaboratori di giustizia, sarebbe scaturita da alcuni vecchi rancori mai sanati e riaccesisi a causa della controversa vendita della lussuosa villa in via de Laurzieres, a Portici, in cui vivevano Petrucci e la moglie: il prestigioso immobile finì all’asta per un milione e duecentomila euro. A far fuoco fu Mario De Simone, che accettò l'incarico per 20mila euro. Secondo quanto riferito da Petrucci, il sicario ebbe un anticipo di 500 euro e quattro bottiglie di vino, poi altri 7mila euro in diverse tranche. Il piano iniziale sarebbe stato quello di lanciare a Coppola solo un avvertimento: dei colpi di pistola alle gambe. Il killer, stando a quanto emerso nel corso delle indagini e del processo, temeva però di essere riconosciuto e l’unico proiettile fu esploso alla nuca. L’ingegnere non ebbe alcuna possibilità di scampo.

I chiarimenti 

A chiarire i contorni del delitto era stato in aula, nel corso di un esame fiume durato oltre tre ore, lo stesso Petrucci: «Maturai la volontà di uccidere Coppola per l’atteggiamento che aveva assunto durante un sopralluogo fatto con un suo socio, Salvatore Abbate, in casa mia». E ancora: «Quando si presentò, mi disse che voleva togliersi un sassolino dalla scarpa. All’inizio non capii. Poi mi è stato chiaro che voleva vendicarsi per le accuse messe a verbale, anni prima, da parte di mia moglie Silvana Fucito. Anni fa - aggiunse - Coppola era stato riconosciuto come un possibile esponente dei Mazzarella, a quel tempo interessato a zittire mia moglie, dopo che avevamo subito l’incendio dei nostri magazzini». Un movente economico e privato al tempo stesso, dunque: «Voleva la mia abitazione, quella di famiglia. Io ho cercato di indurlo a desistere dall’affare. Una villa finita all’asta, sempre per contenziosi di natura patrimoniale». L’ultimo colpo di scena poche settimane fa, a fine gennaio, quando, dopo due anni di silenzi imperscrutabili, anche il killer ha messo nero su bianco le proprie responsabilità: «Sono stato io. Ho accettato di compiere quell’omicidio in cambio di soldi di cui avevo bisogno. L’ho fatto per 20mila euro, denaro che non mi è però mai arrivato perché sono stato arrestato». Una confessione tardiva e ininfluente, come sostenuto ieri dal pm, ma che potrebbe avergli consentito di schivare l’ergastolo.

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