Domenico Caliendo, le indagini: davanti ai pm la ?verità? della manager del Monaldi
Il Mattino

Domenico Caliendo, le indagini: davanti ai pm la ?verità? della manager del Monaldi

Venerdì 3 aprile 2026
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Ha risposto per circa un?ora alle domande degli inquirenti. Lo ha fatto come testimone eccellente, come persona informata dei fatti, nella storia culminata nella morte del piccolo Domenico...

Ha risposto per circa un’ora alle domande degli inquirenti. Lo ha fatto come testimone eccellente, come persona informata dei fatti, nella storia culminata nella morte del piccolo Domenico Caliendo. Eccola Anna Iervolino, la direttrice generale dell’Azienda dei Colli, la manager che ha avuto l’onere di ripercorrere dall’interno scelte e strategie adottate all’interno dell’ospedale Monaldi.

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Come ampiamente annunciato, la manager ha risposto alle domande condotte nel corso dell’inchiesta coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci. Uno snodo doveroso e decisivo, quello della donna e della professionista che sin dalle primissime battute di questa storia non si è mai sottratta alle sue responsabilità. Un confronto sereno, alla luce della documentazione acquisita in questi mesi di indagine dai carabinieri del Nas, agli ordini del colonnello Alessandro Cisternino.

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Si parte dalle verifiche e dalle richieste di chiarimenti condotte dalla manager nelle ore successive al trapianto, per poi parlare di dotazione tecnica e di formazione all’uso dei macchinari di ultima generazione. È il 23 dicembre scorso. Siamo nella sala operatoria, quando l’equipe guidata dal chirurgo Guido Oppido dà inizio all’intervento. La storia è nota. Il cuore in arrivo da Bolzano era bruciato dal ghiaccio secco, ciò nonostante verrà impiantato lo stesso. Il giorno dopo, l’amministrazione dell’ospedale è già operativa. La storia del piccolo affidato a un macchinario è ormai nota, quanto basta a dare seguito agli accertamenti richiesti. Ieri, nel corso del suo faccia a faccia con gli inquirenti, la manager Iervolino ha ripercorso le tappe di questa storia. In pochi giorni la direttrice convoca il chirurgo Oppido, si dà inizio a una sorta di accertamento interno. Nelle stesse ore - siamo alla fine dello scorso dicembre - arrivano sul tavolo della dirigente le dimissioni di un medico cardiologo che aveva seguito il percorso ospedaliero di Domenico prima di arrivare alla data del trapianto.

Poi a gennaio la richiesta di relazioni ai diretti interessati, fino ad arrivare alle comunicazioni ufficiali alla Regione. Comunicazioni che avvengono in modo informale, ma anche per iscritto. In modo ufficiale. È il 4 febbraio scorso (quando non era stato ancora pubblicato lo scoop del Mattino sul dramma del cuore bruciato trapiantato) quando si avvisa la Regione della decisione di sospendere il funzionamento del centro di chirurgia pediatrica del Monaldi. Documenti ufficiali, note trasmesse anche al Centro regionale trapianti e all’ufficio sanità di Palazzo Santa Lucia.

Il retroscena

Ma al centro dell’inchiesta c’è anche un altro punto da mettere a fuoco. Quello della formazione. O meglio, della mancata formazione. Ed è logico pensare che gli inquirenti si siano soffermati su direttive e corrispondenza interna al Monaldi, a proposito dell’uso dei contenitori di ultima generazione che erano stati acquistati dall’Azienda dei Colli. Ricordate il caso? Come è noto l’equipe di napoletani arriva a Bolzano per realizzare l’espianto del cuore donato. Uno staff medico rappresentato - tra gli altri - dalla chirurga Gabriella Farina e dal vice Vincenzo Pagano, che si recano al San Maurizio di Bolzano con un contenitore frigo di vecchia generazione. Non c’è un timer, né un sistema che avvisa gli utenti sul cambio di temperatura. È in questo contenitore che viene posto una box più piccola dove era stato riposto il cuore espiantato a Bolzano. Poi il ghiaccio secco che brucia l’organo, lo rende inservibile.

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La replica

Difesa dai penalisti Dario Gagliano e Anna Ziccardi, la chirurga Farina ha rivendicato nel corso di una nota l’impossibilità di accorgersi che un infermiere di Bolzano aveva collocato ghiaccio secco nel contenitore da trasporto. Possibile che la manager abbia spiegato come viene gestita la formazione del personale in azienda. Perché non sono stati utilizzati i due Paragonix presenti al Monaldi? Perché nessuno si è imposto per rendere effettivo l’uso di un contenitore che sarebbe bastato a garantire l’esito positivo della missione altoatesina? Domande da approfondire, mentre in queste ore spetta al gip Mariano Sorrentino decidere sulla richiesta di interdizione a carico di Guido Oppido e della sua vice, per le presunte criticità emerse dalla cartella clinica. Sia Oppido (difeso dai penalisti Vittorio Manes) che Emma Bergonzoni (difesa dall’avvocato Vincenzo Maiello) hanno respinto le accuse di falso ipotizzate dai pm e rilanciate dall’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del piccolo paziente morto.

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