Autonomia, lite tra Regioni sulla sanità. Il centrodestra: ok intese differenziate
Il Mattino

Autonomia, lite tra Regioni sulla sanità. Il centrodestra: ok intese differenziate

Sabato 4 aprile 2026
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  Il dado è tratto, ma la spaccatura politica e istituzionale è totale. La Conferenza Unificata ha espresso parere favorevole agli schemi di intesa preliminare che concedono...

Il dado è tratto, ma la spaccatura politica e istituzionale è totale. La Conferenza Unificata ha espresso parere favorevole agli schemi di intesa preliminare che concedono maggiore autonomia in materia di «tutela della salute» a Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Il via libera, per il quale era sufficiente la maggioranza semplice, ha visto il voto contrario e compatto delle sei Regioni attualmente guidate dal centrosinistra: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Sardegna, Puglia e Campania. Al netto delle dinamiche di maggioranza, il voto segna un punto di non ritorno nel dibattito sull’autonomia differenziata, sollevando interrogativi cruciali sulla tenuta del Servizio sanitario nazionale.

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LO SCONTRO

Del resto, il clima di netta contrapposizione si era già plasticamente manifestato con la dura lettera inviata - poche ore prima della riunione - al presidente dell’organismo, Massimiliano Fedriga (governatore del Friuli Venezia Giulia) dai presidenti di Campania e Puglia, rispettivamente RobertoFico e Antonio Decaro, missiva nella quale è stato contestato l’impianto della riforma partendo dal metodo: basare le intese su accordi del 2017-2018 significherebbe «cristallizzare squilibri storici» senza una reale valutazione dei fabbisogni attuali. Ma è sul merito che lo scontro si è fatto rovente. I due governatori hanno richiamato la sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale secondo la quale non ci può essere devoluzione senza aver prima definito e finanziato i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Poi, ciascuna delle due Regioni, ha evidenziato criticità specifiche.

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La Puglia ha ricordato come il nuovo tariffario sanitario del 2024 sia stato in parte bocciato dal Tar del Lazio per difetto di istruttoria e per l’utilizzo di costi risalenti al 2015: senza un tariffario valido - è la posizione di Decaro - non è possibile calcolare il reale costo dei servizi essenziali. La Campania ha invece battuto sul tasto del divario sull’aspettativa di vita (81,4 anni in media contro gli 83,9 della Lombardia) parlando di «evidente sottofinanziamento» che penalizzerebbe il Sud per circa 400 milioni l’anno. C’è poi il cosiddetto «effetto calamita»: la possibilità cioè per il Nord di offrire stipendi più alti al personale sanitario in un contesto per altro già caratterizzato dalla cronica carenza degli organici nel Mezzogiorno. Insomma, le Regioni più ricche potrebbero attrarre medici e infermieri alimentando una drammatica migrazione interna dei camici bianchi. Uno scenario dunque ancora carico di incognite e veti incrociati nonostante la «cordiale intesa» tra lo stesso Fico e il ministro della Sanità Orazio Schillaci che ha consentito alla Campania di chiudere definitivamente dopo quasi venti anni i conti con il passato e uscire dal piano di rientro, accordo per altro già suggellato con il patto siglato in occasione della definizione, lo scorso febbraio, dei vertici di Agenas e l’ingresso nel cda proprio dei presidenti di Friuli e Campania.

IL CENTRODESTRA

Ma il fronte del centrodestra ha dimostrato compattezza e deliberato in senso favorevole all’autonomia sanitaria regionale mediante lo schema delle cinque leve: tariffe flessibili (possibilità di pagare ospedali e cliniche convenzionate con indici di rimborso diversi da quelli nazionali, coprendo la differenza con risorse proprie); gestione degli interventi (piena autonomia sui fondi statali per l’edilizia e la tecnologia sanitaria tramite accordi quadriennali, per velocizzare i cantieri); fondi integrativi (risorse ad hoc per prestazioni oltre i Lea nazionali); assunzioni e stipendi (disponibilità economiche aggiuntive per il personale); riallocazione dei risparmi (possibilità di spostare su altri capitoli di spesa sanitaria i fondi nazionali vincolati avanzati dopo aver raggiunto gli obiettivi prefissati). Per tutti i punti appena definiti l’intesa va considerata su base decennale.

IL GOVERNO

Dal ministero della Salute arrivano d’altro canto segnali rassicuranti: la sanità per il 2026 incassa 2,4 miliardi in più dalla manovra raggiungendo i 143 miliardi grazie anche alle risorse stanziate l’anno scorso e tra le sue priorità lancia un primo assist al personale sanitario, vera emergenza del Ssn, con mini aumenti in busta paga per medici e infermieri e una prima tranche di assunzioni. Misure però giudicate assolutamente insufficienti dai rappresentanti delle professioni sanitarie pur a fronte - come evidenziato anche dal Mef - di fondi specifici previsti sul versante della prevenzione: 80 milioni per tutto il 2026 vincolati per la salute mentale e 240 milioni per il potenziamento degli screening oncologici.

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