Napoli, il monito del cardinale: «Ora una pace duratura»
Il Mattino

Napoli, il monito del cardinale: «Ora una pace duratura»

Sabato 4 aprile 2026
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Nonostante la folla di credenti riunita, e malgrado i tanti turisti che sciamavano durante il rito religioso, è stato un venerdì santo nel segno del silenzio, quello che ha vissuto...

Nonostante la folla di credenti riunita, e malgrado i tanti turisti che sciamavano durante il rito religioso, è stato un venerdì santo nel segno del silenzio, quello che ha vissuto ieri il Duomo di Napoli. Il cardinale Mimmo Battaglia, nella sua omelia, ha richiamato il senso della giornata in cui il Cristo muore per la salvezza dell’umanità e tutto tace. Pochi i richiami all’attualità, al nostro tempo segnato da guerre; giusto un accenno durante la preghiera cantata in cui Battaglia ha invitato le istituzioni del mondo a promuovere la pace.

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L’OMELIA

Il cardinale ha commentato, con un’omelia durata una ventina di minuti, le letture del Vangelo di Giovanni in un clima di forte raccoglimento, sebbene le navate fossero piene di gente: «Il Venerdì Santo è, innanzitutto, un momento per fermarci. Il silenzio che avvolge questa giornata non è assenza di parola, ma l’unica postura possibile davanti a un Dio che tace. Siamo chiamati a guardare il legno della croce, dove non troviamo un re lontano o un’idea astratta di sacrificio, ma un Dio che sceglie di scendere nei sotterranei dell’umanità». Qui c’è stato l’unico richiamo alla terra santa, oggi martoriata da conflitti: «Il Golgota, allora, non è solo un monte della Palestina, ma si incarna oggi nel respiro affannato di chi non ce la fa più».

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Toccante il commento successivo sulla croce: «La croce è uno scandalo da portare nel cuore, una domanda aperta che ci chiede ogni giorno da che parte stare. Guidati dalla parola, contempliamo l’uomo debole e la figura del "discepolo amato", colui che ha visto e che si fa testimone: l’amore non può morire. In questo scenario di dolore, la tenerezza dell’abbraccio della Madonna si pone come l’unico rimedio a ogni disumanizzazione. Qui si svela l’essenza segreta di Dio: Egli è amore, ed è un amore crocifisso».

IL SILENZIO DEL MONDO

Di nuovo il discorso è andato sull’attesa e sul silenzio del mondo nelle ore dell’assenza del Cristo dalla terra: «L’evangelista ci spinge a guardare il volto sfigurato di chi muore in croce per scorgervi il volto stesso di Dio, scoprendo fin dove si spinge il suo amore. Quest’uomo crocifisso, morendo, rivela la verità su Dio e sul mondo. Tuttavia, il Venerdì Santo non si chiude con la morte: la scrittura annota che “dopo questi fatti” la storia continua. Giovanni ci lascia le tracce di Gesù, ma la gioia della resurrezione non è immediata; occorre attendere il terzo giorno, lasciando che il frutto del silenzio e del sepolcro maturi nel tempo dell’attesa».

Battaglia ha abituato i suoi ascoltatori a discorsi anche letterari e questo aspetto è emerso soprattutto nel seguito, quando si è speso sulla metafora delle mani che hanno toccato il corpo del Salvatore: «Prima del silenzio totale, emerge la cura pietosa di chi cerca di restituire dignità a un corpo martoriato. Il corpo di Gesù ha conosciuto mani diverse: quelle che lo hanno incatenato, percosso e inchiodato; mani che hanno diviso le sue vesti o impugnato la lancia. Ma ci sono state anche le mani di Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo: mani che lo hanno sciolto dalla croce, liberato dal peso e avvolto in teli e aromi per dare dignità alla sua sepoltura. Non erano uomini “migliori” degli altri, erano solo più coraggiosi, mossi dalla libertà di un cuore che ama come e dove può. Davanti a loro, la domanda per noi resta aperta: le nostre, che mani sono?». Poi un nuovo richiamo alla madre di Dio e alla sua tenerezza: «L’ultimo gesto estremo di Gesù è l’affidamento: l’abbraccio con cui Giovanni accoglie Maria. Dio ha mandato il figlio per abitare il “fuoco” dei nostri giorni, e il figlio ci ha donato una madre per umanizzare le nostre vite». Infine l’invito: «Oggi l’invito è a restare sotto la croce, senza scappare subito verso la Pasqua.

Dobbiamo imparare a stare nel fallimento, nella ferita e nel buio. “Stare” significa avere fiducia in un Gesù che, anche nel momento della morte, attira tutti a sé. In questa fine apparentemente assurda, si fa spazio all’agire del Padre che non abbandona nessuno». Prima della conclusione: «La speranza non è un ottimismo a buon mercato, ma la certezza che Dio è lì, nel buio, per rialzarci. Oggi l’amore non ha voce eppure parla attraverso mani inchiodate; oggi Dio non si spiega, si consegna. Scende negli abissi di ogni dolore per trasformarli in un santuario. In questo modo, il Venerdì diventa, paradossalmente, il luogo di una nuova nascita».

LA PACE

Battaglia ha espresso un invito alla pace, durante la parte cantata della funzione: «Preghiamo per le istituzioni di ogni paese del mondo perché promuovano una pace duratura, la prosperità dei loro popoli e la libertà religiosa». Ancora, ha ricordato il cardinale, «preghiamo per la libertà ai prigionieri, e per l’aiuto a chi soffre povertà e fame». Gli ha fatto eco poco dopo il cerimoniere del Duomo, Alfonso Punzo: «Un pensiero speciale dalla comunità partenopea va alle pietre vive della terra santa macchiate dal sangue innocente. Il nostro invito è quello di gettare un ponte perché arrivi la nostra carità, anche la nostra napoletanità, con un augurio di pace stabile e duratura per quelle popolazioni».

Gli impegni della diocesi napoletana non terminano qui ma saranno intensi nelle festività pasquali. Già stasera c’è la veglia che inizia alle 22.30 e si protrae fino a notte, mentre domani, nel giorno della Pasqua, c’è la messa delle 11

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