Meloni e il selfie con il pentito: «Io contro la mafia in modo cristallino e duraturo». I pm: ipotesi fotomontaggio
Il Mattino

Meloni e il selfie con il pentito: «Io contro la mafia in modo cristallino e duraturo». I pm: ipotesi fotomontaggio

Mercoledì 8 aprile 2026
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«Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova». A rivendicarlo la premier Giorgia Meloni,...

«Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova». A rivendicarlo la premier Giorgia Meloni, intervenendo a muso duro, anzi durissimo, sul caso di un presunto selfie che la vedrebbe, in un evento pubblico elettorale, al fianco di Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nel processo Hydra di Milano sulla presenza di un’alleanza di ferro tra mafie. La foto non è agli atti dell’inchiesta. A innescare la miccia è un'anticipazione del programma Report in onda il prossimo 12 aprile ma già ieri riportata da alcuni quotidiani. Lo scatto che arroventa il rientro della politica dalla festività pasquali sarebbe stata scattata nell’elegante Hotel Marriott di Milano sette anni fa - correva il febbraio 2019 - in occasione di un evento pubblico di Fdi con lo stato maggiore del partito di via della Scrofa in gran spolvero per le elezioni europee dell’epoca. Ma la foto da dove spunta? La domanda a sera diventa d’obbligo, visto che i pm non escludono di disporre accertamenti per verificare se non si tratti di un fotomontaggio. Nel caso, si tratterebbe di un clamoroso fake. 

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L’AFFONDO DELLA PREMIER

Ai tempi dello scatto Amico non era stato ancora indagato per mafia, ma aveva già ricevuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere. La presidente del Consiglio vede il selfie rimbalzare su siti e social e va su tutte le furie, decide di rispondere a tono. Rivendica in un post quanto fatto in questi 3 anni e mezzo alla guida di Palazzo Chigi, mentre in passato, tuona, «altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento», scrive invitando i follower a trovare le «differenze». La critica della premier è rivolta alle testate - oltre a Report, il Fatto Quotidiano, Repubblica e Fanpage - che hanno ripreso la notizia e pubblicato lo scatto, creando, accusa, «un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata». Meloni ricorda di aver interrotto ogni rapporto col genitore «all’età di 11 anni», e fa presente che «esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente». Come a dire: oggi è toccata a me, domani potrebbe toccare a Schlein, Conte, Bonelli e via discorrendo. Ma la polemica sale ancora di tono, anche perché Report non si sofferma sul semplice autoscatto, ma indaga su presunti rapporti di esponenti di Fdi e ambienti legati al clan Senese. Amico inoltre - ed è lì che si concentra il fuoco di fila delle opposizioni - sarebbe entrato alla Camera dei deputati senza farsi identificare. A sostenere la tesi è lo stesso pentito, che, da collaboratore di giustizia, dice di avere avuto a sua disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento a proprio piacimento, anche se ieri fonti di Montecitorio hanno escluso sia mai stato rilasciato un pass permanente a suo nome. 

Dunque «chi lo autorizzava? Di quali interessi si faceva portatore?», chiede il Pd annunciando battaglia, pronto a sollevare il caso in Antimafia e in Aula. Mentre Bonelli (Avs) invita la premier a far chiarezza non sul selfie, bensì sui rapporti tra i Senese e Fdi, sulla stessa lunghezza d’onda di Giuseppe Conte che in un video sollecita la presidente del Consiglio a chiarire al più presto «invece di rifugiarsi nel vittimismo». Accuse che Meloni è pronta a rispedire al mittente già nell’intervento che la vedrà domani in Aula alla Camera per l’informativa sull’azione di governo, desiderosa di togliersi dalla scarpa un sassolino rovente. Mentre da Palazzo Chigi non escludono querele: «Tutto si può dire e scrivere contro di lei, ha imparato ad incassare. Ma quando si tratta di accostarla alla mafia, allora lì si passa davvero il segno». Rabbia e non solo. Dall’indomani della debacle referendaria si avverte anche una nota di preoccupazione ai piani alti del governo, suffragata dalla sottile convinzione che ci si avvii verso una sorta di «regolamento di conti» da parte della magistratura, dopo che sulla riforma della giustizia con le toghe son volati stracci. «Qui ormai ci aspettiamo di tutto...», è quanto filtra da Palazzo Chigi in una giornata di fiele. 

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