Beirut sotto attacco: 300 tra morti e feriti. Perché Israele continua i raid (e il Libano resta fuori dalla tregua)
Il Mattino

Beirut sotto attacco: 300 tra morti e feriti. Perché Israele continua i raid (e il Libano resta fuori dalla tregua)

Mercoledì 8 aprile 2026
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Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso all'annunciato e fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il Libano si trova in un limbo dal carattere pericoloso e contraddittorio. Sebbene...

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Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso all'annunciato e fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il Libano si trova in un limbo dal carattere pericoloso e contraddittorio. Sebbene la tregua di due settimane, mediata con il contributo decisivo di Islamabad, dovrebbe teoricamente includere anche il "Paese dei Cedri", in quanto roccaforte di Hezbollah, la realtà sul campo racconta una storia di attacchi continui, ordini di evacuazione e messaggi contrastanti tra le diplomazie e i vertici militari. Si parla di 300 tra morti e feriti: lo riporta la Croce Rossa. 

APPROFONDIMENTI

Panico in strada, i testimoni: scene apocalittiche
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Iran, i 10 punti del cessate il fuoco

L'ambasciatore e rappresentante permanente dell'Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra Ali Bahreini ha affermato che Israele deve rispettare il cessate il fuoco in Libano e che qualsiasi ulteriore attacco complicherebbe la situazione e avrebbe delle conseguenze. Lo riporta il quotidiano libanese L'Orient Le Jour.

La posizione di Hezbollah e dell'Iran

Il punto cardine della tensione politica risiede nell'interpretazione del testo dell'accordo. Ibrahim al-Moussawi, parlamentare e rappresentante di Hezbollah nel Majlis al-Nuwwab, l'Assemblea dei Deputati libanese, ha dichiarato apertamente al canale Al-Jadeed che il testo include esplicitamente il Libano, in quanto sede del Partito di Dio libanese alleato dell'Iran e che questa è stata una condizione imprescindibile posta da Teheran. Tuttavia, Hezbollah non ha ancora rilasciato un annuncio ufficiale di cessate il fuoco, mantenendo una posizione di cautela strategica, soprattutto vista la sua turbolenta storia con lo Stato Ebraico. 

Al-Moussawi è stato lapidario: se Israele dovesse violare la tregua, la risposta arriverà in modo coordinato da tutta la regione e dall'Iran stesso. Nonostante l'assenza di un annuncio formale, fonti vicine al "Partito di Dio" hanno riferito che il gruppo ha effettivamente interrotto il fuoco contro il nord di Israele e le truppe di terra nelle prime ore di oggi, 8 aprile 2026.

 

L'appello di Aoun e la cautela per gli sfollati

In questo scenario di incertezza, il presidente libanese Joseph Aoun ha accolto con favore il disgelo tra Washington e Teheran, esprimendo la speranza che questa "pace regionale" possa garantire al Libano una stabilità duratura. In un comunicato ufficiale, Aoun ha ribadito l'impegno del governo per assicurare che il Paese non venga escluso dai tavoli negoziali. Dall'altra parte, Hezbollah ha lanciato un monito alla popolazione civile. Nonostante la tregua di fatto, il movimento ha invitato gli sfollati a non rientrare ancora nei villaggi del sud, nella Bekaa e nei sobborghi di Beirut. Il timore è che Israele possa compiere "azioni di inganno" o attacchi dell'ultimo minuto per modificare la percezione della vittoria sul terreno prima che la tregua diventi definitiva.

Israele continua l'offensiva nonostante i negoziati

Mentre la diplomazia internazionale lavora al cessate il fuoco, le IDF non accennano a fermarsi. Il portavoce Avichay Adraee ha diffuso su X il terzo avviso di evacuazione urgente dall'annuncio della tregua, ordinando ai residenti di quartieri densamente popolati come Haret Hreik e Burj Al-Barajneh di abbandonare immediatamente le proprie case.

Israele sostiene che le operazioni contro le infrastrutture di Hezbollah continueranno indipendentemente dall'accordo USA-Iran. Questa posizione ha sollevato forti preoccupazioni in Europa e nel mondo: il Ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha contattato il collega israeliano Gideon Sa'ar chiedendo esplicitamente di limitare l'azione militare alla sola "legittima difesa necessaria", evitando un'ulteriore escalation che potrebbe far saltare il fragilissimo accordo regionale. Anche dal Canada arrivano richieste di fermare l'offensiva israeliana in Libano.

La richiesta sembra, tuttavia, essere andata a vuoto, poiché le Forze di Difesa Israeliane hanno scatenato quella che è stata definita la più grande ondata di attacchi aerei contro Hezbollah dall'inizio delle ostilità. In un lasso di tempo di soli dieci minuti, i caccia israeliani hanno colpito circa cento obiettivi strategici distribuiti tra i sobborghi di Beirut, la Valle della Beqaa e il Libano meridionale. L'operazione ha preso di mira il cuore operativo dell'organizzazione, centrando i quartieri generali dell'intelligence, le infrastrutture delle unità missilistiche e navali, oltre alle basi logistiche della forza d'élite Fawj al-Hajj Radwan, altrimenti nota come Forza 125, una delle componenti più pericolose e addestrate dell'intera organizzazione di Hezbollah. Secondo il comando israeliano, questi uffici venivano utilizzati per pianificare attacchi imminenti contro civili e truppe al confine.

La risposta di Teheran, che è in tregua solo con gli Stati Uniti, non si è fatta ovviamente attendere, spostando il conflitto su una dimensione regionale ancora più pericolosa. Attraverso la televisione di Stato IRIB, l'Iran ha rivendicato il lancio di missili e droni contro siti sensibili negli Emirati Arabi Uniti. Questa rappresaglia è stata giustificata come una reazione diretta non solo ai raid in Libano contro Hezbollah, ma soprattutto alla violazione del cessate il fuoco avvenuta con l'attacco alle isole iraniane di Sirri e Lavan. Colpendo gli Emirati, l'Iran invia un segnale inequivocabile agli alleati regionali di Israele e degli Stati Uniti, dimostrando di essere pronto a colpire infrastrutture nevralgiche per il commercio e l'energia nel Golfo se le proprie linee rosse territoriali continueranno a essere calpestate.

Questa escalation incrociata distrugge la narrazione di una tregua imminente e conferma la teoria del conflitto totale. Da un lato, Israele dimostra di voler smantellare sistematicamente ogni capacità di reazione di Hezbollah prima che qualsiasi accordo venga formalizzato; dall'altro, l'Iran mostra resistenza colpendo obiettivi al di fuori del teatro libanese per allentare la pressione sui suoi alleati e riaffermare la propria sovranità sulle rotte marittime dello stretto di Hormuz. Il coinvolgimento diretto degli Emirati Arabi Uniti e delle isole strategiche iraniane sposta l'asse della guerra verso un confronto globale, rendendo il cessate il fuoco di due settimane un fragile "miraggio" sempre più lontano dalla realtà effettiva del campo.

L'attacco e il massacro a Beirut 

In un intervallo di tempo brevissimo, Beirut è stata scossa da una massiccia e coordinata ondata di attacchi aerei israeliani che hanno colpito simultaneamente diversi settori della capitale, trasformando il cuore della metropoli in un teatro di devastazione. Le esplosioni non si sono limitate alla periferia sud di Dahieh, tradizionale roccaforte di Hezbollah, ma hanno squarciato il centro cittadino e le zone del lungomare, investendo aree densamente popolate e radendo al suolo interi edifici civili in pochi istanti.

Le testimonianze che giungono dai quartieri colpiti descrivono scene apocalittiche che superano per intensità i bombardamenti delle scorse settimane. I residenti, colti di sorpresa mentre la diplomazia internazionale discuteva ancora dei dettagli di un possibile cessate il fuoco, si sono ritrovati immersi in una coltre di polvere e detriti, con colonne di fumo nero che si levano da più punti dell'orizzonte urbano.

Testimoni oculari riferiscono di un impatto psicologico devastante: il panico è dilagato istantaneamente, con migliaia di persone in fuga dalle proprie abitazioni in un contesto di comunicazioni interrotte e strade rese impraticabili dai crateri e dai crolli.

La situazione sanitaria è al collasso immediato. Fonti mediche sul campo riportano una realtà agghiacciante, confermando la presenza di numerosi cadaveri abbandonati lungo le strade e un numero di feriti talmente elevato da rendere impossibile il triage convenzionale. Gli ospedali di Beirut, già messi a dura prova da mesi di conflitto, sono stati letteralmente presi d'assalto e le direzioni sanitarie hanno lanciato un appello disperato e urgente alla popolazione per la donazione di sangue di ogni gruppo sanguigno. Le ambulanze faticano a raggiungere i siti più colpiti a causa dei danni alle infrastrutture vitali e della simultaneità degli impatti, che ha frammentato le capacità di intervento della protezione civile.

Questo attacco su larga scala rappresenta una chiara dichiarazione d'intenti da parte di Israele: colpire non solo i centri di comando militare, ma paralizzare l'intera capitale libanese per spezzare definitivamente la resilienza del Paese e di Hezbollah. Mentre le squadre di emergenza continuano a scavare tra le macerie nel tentativo di estrarre i sopravvissuti, il bilancio delle vittime appare destinato a salire vertiginosamente nelle prossime ore. La simultaneità e la precisione dei raid indicano una pianificazione meticolosa volta a massimizzare l'impatto logistico e psicologico, rendendo ogni speranza di tregua un ricordo lontano di fronte alle macerie fumanti di quella che era, fino a poco fa, la vivace costa di Beirut.

L'ideologia del "Grande Israele" 

L'attuale conflitto tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano, che dura da quasi quattro decadi, non può essere compreso appieno senza analizzare le radici ideologiche del concetto di "Grande Israele", le necessità strategiche di Tel Aviv e il ruolo unico che la milizia sciita ricopre nello scacchiere mediorientale. Per molti analisti, quello che sta accadendo non è solo un'operazione di sicurezza per il ritorno dei residenti del nord, ma un tassello di un progetto geopolitico più ampio e complesso.

Il concetto di "Grande Israele", ovvero Eretz Yisrael Hashlema, affonda le radici in interpretazioni massimaliste della tradizione biblica e del sionismo revisionista. Sebbene non sia un programma di governo ufficiale e dichiarato, è un'idea che permea le frange più a destra della coalizione di Benjamin Netanyahu. Geograficamente, questa visione si estende dal fiume Nilo all'Eufrate, includendo non solo la Palestina storica, ma parti di Giordania, Siria e, appunto, il Libano meridionale fino al fiume Litani.

La spinta verso il Libano risponde a una logica di "spazio vitale" e sicurezza: stabilire il confine naturale sul Litani permetterebbe a Israele di controllare risorse idriche fondamentali e di creare una zona cuscinetto permanente che proteggerebbe la Galilea da incursioni via terra. In questa ottica, il Libano non è solo un vicino scomodo, ma un territorio da neutralizzare o assorbire sotto la propria sfera d'influenza per completare l'egemonia regionale.

Perché Hezbollah è l'ultima resistenza in Libano

In un Medio Oriente dove diversi Stati arabi, nominalmente Emirati Arabi Uniti e Bahrein, hanno normalizzato i rapporti con Israele tramite gli Accordi di Abramo siglati il 13 agosto 2020 o possiedono eserciti regolari che evitano lo scontro diretto come in Iraq, Hezbollah rappresenta un'eccezione strutturale. È l'unico attore non statale capace di operare come un esercito moderno, ma con la flessibilità letale di una guerriglia, urbana ed extra-urbana. 

Due dei punti di forza più elaborati di Hezbollah sono sicuramente l'arsenale bellico e la dottrina dietro il suo utilizzo in battaglia. Il Partito di Dio libanese possiede oltre 150.000 missili e droni, molti dei quali a guida di precisione, capaci di colpire ogni centimetro del territorio israeliano. Questa è l'unica vera "deterrenza" che impedisce a Israele di annettere completamente il sud del Libano come fatto con le Alture del Golan tramite l'accordo unilaterale del "Golan Heights Law" del 1981 o come accaduto con la controversia Linea Blu nel 2000, più volte attaccata dagli stessi miliziani di Hezbollah durante le schermaglie del 2023.

Occorre aggiungere, inoltre, che differentemente dell'esercito regolare libanese al-Quwwat al-Musallah al-Lubnaniyya, meglio riconosciuto con il nome di "Forze Armate Libanesi, Hezbollah è radicato nel tessuto sociale del sud che, dal 1982, anno della sua fondazione, utilizza come roccaforte operativa. Ogni villaggio, da Shama fino ad Alma al-Shaab, è una fortezza rafforzata per permettere al Partito di Dio di utilizzare tutte le sue tecniche di guerriglia urbana, assolutamente letali per le forze dell'IDF. Se Hezbollah cadesse o venisse disarmata prima del tempo di pace, lo Stato libanese non avrebbe la forza militare per impedire un'occupazione permanente israeliana della fascia di confine, fattore che porterebbe inevitabilmente alla nascita di nuove e più violente tensioni. 

In aggiunta a tutto questo, Hezbollah libanese è fortemente legata alla Repubblica Islamica dell'Iran, poiché ne rappresenta la più organizzata e letale forza di proxy dopo gli Houthi dello Yemen. Essendo la "punta di diamante" dell'Asse della Resistenza, Hezbollah riceve costantemente finanziamenti e tecnologie che lo rendono molto più di una semplice milizia locale; è un'estensione della strategia difensiva iraniana ai confini di Israele.

La teoria del "Nemico Perenne" e la sopravvivenza politica

Molti analisti stressano il discorso sul concetto del "nemico perenne" che tocca il cuore della dottrina di sopravvivenza dello Stato ebraico, specialmente sotto le leadership nazionaliste e derivanti dall'estrema destra fondamentalista che ha caratterizzato il vecchio partito Kach. Israele ha costruito gran parte della sua coesione sociale e della sua legittimazione internazionale sulla percezione di essere sotto costante minaccia esistenziale da parte di numerosi attori dell'Asia Occidentale, primi tra tutti l'Iran e le sue milizie proxy. 

La presenza di un nemico temibile, come Hezbollah, l'Iran e, come detto negli ultimi mesi dall'ex Primo Ministro israeliano Naftali Bennett, la Turchia, compatta un'opinione pubblica israeliana altrimenti profondamente divisa su ogni tematica, specialmente su temi civili e religiosi. La medesima cosa è stata notata durante le offensive americane in Iran: i civili, uniti contro un'invasione esterna, si sono stretti attorno al regime, seppur contrari ai modi pratici dei suoi vertici. La guerra perpetua giustifica lo stato di emergenza e gli investimenti massicci nella difesa.

In questi riguardi, è lapalissiano che un accordo di pace duraturo eliminerebbe il pretesto per future espansioni territoriali, cosa che lo Stato Ebraico non può permettere. Se Israele accettasse una tregua definitiva, dovrebbe rinunciare all'idea di ridisegnare i confini del nord. Allo stesso modo, per Hezbollah, deporre le armi significherebbe perdere la propria ragione d'essere e lasciare il Libano vulnerabile. Attualmente e con le condizioni correnti, sia nel gabinetto politico di Benjamin Netanyahu, composto da fondamentalisti religiosi come Ben Gvir e Bazalel Smotrich, sia nel comparto politico e militare di Hezbollah, capitanato da Naim Qassem e dalla nuova "Linea Dura" bellica, la probabilità di un duraturo e attivo cessate il fuoco è sempre più di difficile attuazione.

In questo contesto, anzi, la tregua viene spesso vista dalle parti non come una fine delle ostilità, ma come una "pausa tecnica" per riarmarsi e riorganizzare i propri asset. Israele necessita del conflitto per mantenere attiva la sua macchina bellica e politica; Hezbollah necessita della resistenza per giustificare il suo ruolo di protettore della sovranità libanese contro le ambizioni del Grande Israele o, come spesso definito da loro, il "Grande Satana".

Le radici della "crociata" contro Hezbollah: dalle operazioni al logoramento

Il conflitto tra Israele e Hezbollah nel settore di confine tra il Libano meridionale e la Galilea rappresenta una delle guerre di logoramento più lunghe e complesse dell'era moderna. Le ostilità iniziano formalmente con la Prima Guerra Libanese nel 1982, dopo un tentativo fallito con l'Operazione Litani nel 1978, durante l'invasione israeliana del Libano nota come Operazione Pace in Galilea, successiva a dei tentativi di assassinio messi in atto da Al-Fatah contro l'ambasciatore Shlomo Argov.

In questo contesto, Hezbollah nasce come movimento di resistenza sciita con l'obiettivo dichiarato e apertamente difeso di espellere le Forze di Difesa Israeliane dal territorio nazionale. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta, il gruppo guidato da Abbas al-Musawi e successivamente dal leader storico Hassan Nasrallah, ucciso nel 2024, ingaggia una guerriglia sistematica contro le truppe israeliane attestate nella cosiddetta Fascia di Sicurezza, una zona cuscinetto amministrata dall'Esercito del Libano del Sud sotto l'egida politica di Tel Aviv.

Un momento di svolta fondamentale si registra tra il 25 e il 31 luglio del 1993 con l'Operazione Giudizio e Resoconto, nota altresì in Libano con il nome di "Guerra dei Sette Giorni", una massiccia campagna di bombardamenti israeliani durata, per l'appunto, sette giorni, volta a colpire le postazioni di lancio dei razzi Katyusha che martoriavano il Nord di Israele. Solo tre anni dopo, tra l'11 e il 27 aprile del 1996, la tensione esplode nuovamente con l'Operazione Furore, più conosciuta come "Grappoli d'Ira", ricordata tragicamente per il massacro di Qana, dove un colpo d'artiglieria israeliano colpisce una base ONU uccidendo oltre cento civili. Questi scontri portano alla definizione delle Intese di Aprile, un codice di condotta non scritto, da qui il problema dell'adempimento, che proibisce attacchi deliberati contro i civili, pur lasciando spazio al confronto militare tra i combattenti. Il 24 maggio del 2000, sotto la pressione di perdite costanti e proteste interne, Israele decide per il ritiro unilaterale dal Libano meridionale, ponendo fine a diciotto anni di occupazione.

Il 2006 e l'evoluzione della guerriglia: i combattimenti sotto terra

La tregua relativa dura fino al 12 luglio 2006, quando Hezbollah lancia l'Operazione Promessa Fedele, un'incursione oltre confine che portò all'uccisione di ben otto soldati israeliani e al rapimento di altri due, Eldad Regev ed Ehud Goldwasser, nonché al salvataggio di Samir Kuntar nello scambio di ostaggi nel 2008. Questo evento scatena la Seconda Guerra del Libano, un conflitto di trentaquattro giorni caratterizzato da battaglie feroci come quella di Bint Jbeil, definita la "capitale della resistenza", dove l'IDF incontra una resistenza inaspettata e sofisticata. La guerra si conclude il 14 agosto 2006 con la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, che impone il disarmo di Hezbollah a sud del fiume Litani e il dispiegamento dei caschi blu di UNIFIL, una condizione che tuttavia rimarrà in gran parte inattuata sul piano pratico.

Hamas ed Hezbollah: il fronte unitario

Dopo quasi due decenni di calma apparente interrotta solo da sporadici scambi di fuoco, come quelli del 2015 nelle fattorie di Shebaa o del 2019 lungo la recinzione di confine, il conflitto entra in una nuova fase catastrofica l'8 ottobre 2023. In solidarietà con Hamas dopo l'attacco del 7 ottobre, Hezbollah apre un "fronte di supporto" attaccando le postazioni israeliane sul monte Dov. Da quel momento, la cronaca si trasforma in una escalation quotidiana: Israele risponde con omicidi mirati di alto profilo, tra cui quello del comandante Wissam al-Tawil nel gennaio 2024 e del leader Fuad Shukr nel luglio 2024 a Beirut. La tensione culmina nel settembre 2024 con l'attacco coordinato ai cercapersone e ai walkie-talkie di Hezbollah, seguito dal devastante bombardamento sotterraneo che porta all'eliminazione di Hassan Nasrallah nel suo quartier generale di Dahieh il 27 settembre 2024.

La fase di stallo: Israele può reggere il logoramento?

L'ultimo capitolo di questa virulenta cronologia è segnato dall'Operazione Frecce del Nord, lanciata ufficialmente da Israele il 1° ottobre 2024 con l'obiettivo di smantellare le infrastrutture offensive di Hezbollah a ridosso del confine. Le battaglie tornano a infuriare in località storicamente simboliche come Maroun al-Ras e Adaisseh, dove i commando d'élite israeliani si scontrano corpo a corpo con le unità Radwan di Hezbollah. Nonostante le pesanti perdite subite nella catena di comando e nell'arsenale missilistico, Hezbollah continua a lanciare attacchi di profondità verso Haifa e Tel Aviv, portando il conflitto fino all'attuale fase di stallo dinamico dell'aprile 2026, dove ogni tentativo di cessate il fuoco deve scontrarsi con la volontà di Israele di creare una realtà di sicurezza permanente contro dei nemici autonomamente generati e, con i quali, è impossibile qualsivoglia forma di tregua.

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