Le moto arrivate dallo spazio, perché sono importanti
Negli anni Sessanta il Duemila veniva immaginato come un’epoca di veicoli irriconoscibili, con linee da astronave e soluzioni capaci di stravolgere l’idea stessa di automobile e moto. A distanza di decenni, il futuro è arrivato in forme molto più prudenti. Eppure modelli come Suzuki G-Strider, Honda DN-01 e NM4 Vultus hanno provato a riportare su strada quel sogno, tentando di fondere i vantaggi di moto e scooter in un’unica formula. Non hanno cambiato il mercato, ma avevano intuito una direzione che oggi, almeno tecnologicamente, sta diventando realtà
Negli anni Sessanta il Duemila veniva immaginato come un’epoca di veicoli irriconoscibili, con linee da astronave e soluzioni capaci di stravolgere l’idea stessa di automobile e moto. A distanza di decenni, il futuro è arrivato in forme molto più prudenti. Eppure modelli come Suzuki G-Strider, Honda DN-01 e NM4 Vultus hanno provato a riportare su strada quel sogno, tentando di fondere i vantaggi di moto e scooter in un’unica formula. Non hanno cambiato il mercato, ma avevano intuito una direzione che oggi, almeno tecnologicamente, sta diventando realtà
Valerio Boni 12 aprile - 15:16 - MILANO Era il 2003 quando Suzuki mostrava al Salone di Tokyo il prototipo G-Strider, che trasferiva idealmente la trasmissione del Burgman 650 in un modello ibrido, metà scooter e metà moto granturismoIn oltre 140 anni di evoluzione, si sono viste moto nate per essere vendute, e altre che sembrano essere state create soprattutto per mostrare fino a dove possa spingersi l’immaginazione di un reparto stile. La Suzuki G-Strider e le due Honda più eccentriche degli ultimi vent’anni, la DN-01 del 2008 e la NM4 Vultus del 2014, appartengono a questa seconda famiglia solo in apparenza. Perché il loro obiettivo non era semplicemente stupire con forme da film di fantascienza, ma provare a dare una risposta concreta a una vecchia domanda: si possono unire in un solo veicolo la comodità e la facilità d’uso di uno scooter con la presenza su strada, la stabilità e il prestigio tecnico di una moto?
LEGGI ANCHE
Omo X: la moto elettrica che non cade mai arriva a maggio
futuro e fantascienza
—A rendere affascinanti questi progetti non era dunque soltanto l’estetica avveniristica, ma la loro ambizione tecnica e culturale. La G-Strider, presentata da Suzuki al Tokyo Motor Show del 2003, immaginava una specie di granturismo a ruote alte e un interasse lungo, con posizione di guida rilassata, trasmissione elettronica derivata dal maxiscooter Burgman 650 e una serie di soluzioni allora quasi fantascientifiche, dalle telecamere al posto degli specchi fino ai dispositivi elettronici di bordo. Se questo rimase un prototipo, Honda arrivò davvero alla produzione con la DN-01, definita dalla Casa una "large sports cruiser" dotata della trasmissione automatica Hft, frutto di una lunga ricerca per rendere la moto più facile e intuitiva, senza rinunciare al piacere di guida.
La NM4 Vultus del 2014 ha rappresentato per Honda il secondo esempio di moto avveniristica nelle forme e nei contenuti. Ma il coraggio non è stato premiato dal pubblicoil coraggio di honda
—Vista oggi, la DN-01 appare quasi un’anticipazione imperfetta di un mondo che nel frattempo è diventato reale. All’epoca sembrava un oggetto alieno: bassa, lunga, carenata, con un linguaggio a metà tra scooter, cruiser e prototipo da salone. In realtà, dietro quella carrozzeria così insolita c’era una logica che il mercato ha finito per accettare (almeno parzialmente) anni dopo, vale a dire semplificare la guida, alleggerire il ruolo della frizione, allargare il pubblico e offrire una moto meno faticosa nella vita quotidiana. Honda ci riprovò nel 2014 con la NM4 Vultus, ancora più esplicitamente ispirata all’immaginario anime e alle moto dei fumetti giapponesi, ma sempre costruita attorno allo stesso principio: fare qualcosa di diverso, meno convenzionale, più accessibile e al tempo stesso fortemente identitario.
La Light Cycle di Tron sintetizza alla perfezione il futuro sognato per le due ruote, con forme radicali, fascino assoluto e nessun legame con ciò che davvero sarebbe arrivato sulle stradela rottura spaventa
—Il paradosso è che quelle moto avevano intuito correttamente la direzione, ma ne avevano sbagliato la confezione. Il pubblico non era pronto ad accettare una rottura tanto vistosa. La meccanica poteva avere un senso, l’ergonomia pure, ma l’insieme risultava troppo lontano dall’idea corrente di moto. Così modelli nati per aprire una strada sono rimasti episodi isolati. Eppure, a guardarli con il senno di poi, si capisce che la loro intuizione non è affatto andata perduta. Oggi Honda continua a sviluppare trasmissioni automatizzate e semiautomatiche, Bmw ha introdotto il sistema di cambio elettro-assistito automatico Asa, Yamaha lo Y-Amt, mentre la stessa Honda con lo scooter X-Adv ha trovato una formula di grande successo. Lo ha fatto mescolando spirito adventure, praticità urbana e cambio Dct in un involucro finalmente meno "spaziale" e più contemporaneo.
LEGGI ANCHE
Auto del 2000, come le sognavamo e come sono oggi: dai prototipi alla realtà
Ecco un esempio di come negli anni Sessanta si immaginavano le moto del Duemila: forme spaziali e motori a turbinail ritorno della space age
—In questo senso, Suzuki e Honda hanno rappresentato una sorta di ritorno di fiamma del futuro immaginato negli anni Sessanta. In quell’epoca il Duemila veniva spesso disegnato come un mondo di veicoli irriconoscibili, con linee esasperate, abitacoli da navicella, ruote coperte, jet, ali, città sopraelevate, mezzi sospesi tra strada e aria. La cultura popolare, l’illustrazione tecnica e l’estetica dello Space Agesognavano automobili e moto completamente stravolte rispetto a quelle del presente. Nelle immagini retrofuturistiche di quegli anni abbondavano infatti auto volanti, e mezzi personali che sembravano più vicini ai cartoni animati che alla produzione industriale.
A oggi le innovazioni più rivoluzionarie sono state accettate quando sono state inserite in moto dalle forme classiche. Come il cambio Y-Amt di Yamahadesign rassicurante
—Il XXI secolo, almeno finora, ha preso una strada molto diversa, ben più convenzionale. Le forme sono cambiate, ma non in modo rivoluzionario. Le auto hanno ancora quattro ruote, le moto continuano a essere immediatamente riconoscibili come tali, e perfino i veicoli più innovativi tendono a nascondere la loro novità sotto un abito rassicurante. È successo proprio con i modelli che hanno davvero avuto successo, non quelli dall’aspetto più fantascientifico, ma quelli capaci di introdurre cambiamenti importanti senza spaventare il pubblico. La Bmw Concept C del 2010, per esempio, anticipava il futuro dei maxi scooter premium della casa tedesca, ma una volta arrivata alla serie quella visione è stata ricondotta a un linguaggio molto più normale. Lo stesso discorso vale per la Honda City Adventure Concept, che una volta diventata X-Adv ha dimostrato come la contaminazione tra mondi diversi potesse funzionare benissimo, purché tradotta in un oggetto comprensibile da chiunque.
Con il Concept C del 2010, Bmw ha mostrato la personale visione di futuro dello scooter, successivamente interpretata in modo più rivoluzionario
non chiamiamoli flop
—Forse è proprio questa la lezione più interessante lasciata da G-Strider, DN-01 e NM4 Vultus. Non erano soltanto esercizi di stile, né errori da archiviare con sufficienza come flop. Erano tentativi di mettere su strada un’idea che l’industria avrebbe poi sviluppato in modo più prudente: ridurre la distanza tra scooter e moto, rendere più semplice la guida, ampliare il pubblico, offrire mezzi versatili senza rinunciare a contenuti tecnici di alto livello. Se non hanno sfondato, non è perché avessero torto. Più semplicemente, erano troppo espliciti nel dichiarare il proprio futuro. E il mercato, quasi sempre, accetta meglio le rivoluzioni quando arrivano travestite da normalità.
Leggi anche Free Flow, il pedaggio senza caselli: come funziona e perché non è ancora ovunqueMario Biondi: "Con le moto ho smesso, ora mi diverto con la Mercedes Amg GT"© RIPRODUZIONE RISERVATA