Otto, Atkinson, Miller: stesso motore, soluzioni diverse per termici e ibridi
La Gazzetta dello Sport

Otto, Atkinson, Miller: stesso motore, soluzioni diverse per termici e ibridi

Martedì 21 aprile 2026
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Nel corso dei decenni il classico propulsore termico a quattro tempi è stato oggetto di molte ricerche per ottimizzarne il rendimento. E alcune soluzioni, a lungo dimenticate, sono tornate di attualità con l’avvento dell’ibrido. Ecco quali sono e come funzionano

Emilio Deleidi 21 aprile 2026 (modifica alle 07:31) - MILANO

Nel corso dei decenni il classico propulsore termico a quattro tempi è stato oggetto di molte ricerche per ottimizzarne il rendimento. E alcune soluzioni, a lungo dimenticate, sono tornate di attualità con l’avvento dell’ibrido. Ecco quali sono e come funzionano

Otto, Atkinson, Miller: chi erano costoro? Sono nomi che, parlando di auto, ricorrono sempre più spesso, gli ultimi due utilizzati nella comunicazione dei costruttori per magnificare l’efficienza dei motori di nuova generazione, spesso associati a sistemi di propulsione ibrida (nella foto, quello della Renault Clio). Questo perché l’ibrido in sé, ossia la semplice associazione di un motore a combustione con uno elettrico (o più d’uno), non è garanzia assoluta di consumi ed emissioni ridotte in ogni condizione. Alle alte velocità, per esempio, l’apporto della componente elettrica è modesto, soprattutto se la batteria, come accade nei sistemi full hybrid, si ricarica sfruttando il recupero dell’energia nelle fasi di rilascio e rallentamento, che in autostrada sono poco frequenti. E l’aggravio di peso dovuto alla presenza del motore elettrico e della sua elettronica di controllo in queste situazioni incide negativamente sul consumo. Che cosa si può fare, allora, per evitare che l’ibrido diventi un boomerang quando si mettono le ruote fuori dalle città? Perfezionare l’aerodinamica della vettura, riducendo la sua resistenza all’avanzamento, come prima cosa, e questo spiega le linee non sempre felici di certe ibride della prima ora, dettate più dalla tecnica che dal gusto; poi, risparmiare sul peso dell’auto là dove possibile e adottare pneumatici a bassa resistenza al rotolamento. Ma l’intervento più significativo è forse quello che riguarda il motore a combustione e in questo caso la parola magica è ottimizzazione. Fare in modo, cioè, che lavori in condizioni ideali, trasformando la maggior quantità possibile dell’energia che riceve (quella del carburante) in lavoro meccanico (un rapporto che si esprime in percentuale come concetto, appunto, di efficienza). Non significa, in questo senso, ricavare più potenza, ma si traduce nell’ottenere pari (o quasi) prestazioni con una minore quantità di carburante. A questo scopo i progettisti, a partire da quelli della Toyota, precursori dell’ibrido, hanno riscoperto soluzioni interessanti del passato, tornate di attualità grazie alle inedite necessità che sono emerse. Idee di uomini come Atkinson e Miller, vissuti molto tempo fa, che avevano escogitato cicli di funzionamento del motore a scoppio alternativi a quello più diffuso, ideato dal signor Otto. Ecco perché può essere utile ripassare un po’ di storia dell’automobile.

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