Violenza domestica: i segni sul nostro corpo che raccontano la verità
La Dott.ssa Luciana Marzella spiega come identificare i segni della violenza domestica attraverso i traumi della mano. Quando il corpo smentisce le bugie
La Dott.ssa Luciana Marzella spiega come identificare i segni della violenza domestica attraverso i traumi della mano. Quando il corpo smentisce le bugie
Laerte Salvini 1 maggio - 11:23 - MILANOIl nostro corpo sa comunicare da solo. Ogni azione che eseguiamo porta dei segni: sulla pelle, sulle ossa, nei lividi che si ripetono sempre nello stesso punto. Lo sa bene la dottoressa Luciana Marzella, responsabile del Servizio di Traumatologia della mano e Microchirurgia dell'IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano, che sarà tra le protagoniste del convegno "Violenza domestica e discriminazione: una realtà da conoscere per combatterla", in programma venerdì 8 maggio 2026, alle ore 9 fino alle 12:50, presso l'IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano (Via Cristina Belgioioso 173). Un appuntamento quanto mai necessario: secondo i dati ISTAT, nel 2025 sono state 6,4 milioni le donne tra i 16 e i 75 anni vittime di violenza in Italia, un numero destinato a crescere se si considerano anche le violenze sui minori e sugli anziani. Il convegno, presieduto dalla stessa dottoressa Marzella, si articola in tre sessioni tematiche. La prima è dedicata alla violenza domestica sulla donna: si parlerà di indicatori clinici, del percorso di presa in carico attivato al Galeazzi, del ruolo dei social media e dei mezzi di informazione. La seconda sessione affronta una forma di violenza più silenziosa ma altrettanto reale: la discriminazione di genere nell'accesso ai ruoli apicali in sanità. La terza, infine, si concentra sulla violenza domestica su bambini e anziani, inclusa quella nelle RSA. Tra i relatori figurano il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Maria Roccella, l'assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso e numerosi specialisti di chirurgia della mano, ortopedia e medicina preventiva. L'iscrizione è gratuita e aperta a tutti i professionisti sanitari e alla cittadinanza.
Un bollettino quotidiano che non si può più ignorare
—"È un argomento piuttosto caldo," esordisce la dottoressa Marzella. "Ormai abbiamo una specie di bollettino quotidiano di violenze domestiche, soprattutto nei confronti delle donne, ma anche dei bambini e degli anziani". Una realtà che ha scelto di affrontare con gli strumenti che le appartengono: la conoscenza anatomica e uno sguardo clinico capace di leggere ciò che le parole nascondono. "Insieme ad altri colleghi mi sono avvicinata a questo tema e ho messo a punto dei sistemi che permettono ai medici di individuare, da piccoli traumi, quale può essere una possibile violenza domestica".
Le bugie che le ossa smentiscono
—Donne che arrivano in pronto soccorso, a volte accompagnate dai mariti, con traumi raccontati come cadute accidentali, dita chiuse in un cassetto, scalini mancati. Storie plausibili in apparenza, ma che a un occhio esperto non tornano: "Arrivano in ambulatorio dicendo che sono cadute dalle scale o che si sono fatte male accidentalmente, però hanno dei traumi talmente specifici e talmente diversi che, per me che sono un'esperta in chirurgia della mano, mi accorgo che non si tratta assolutamente dei traumi che loro dicono". La spiegazione è anatomica, precisa, difficile da contestare. Quando una donna viene aggredita, il primo istinto è proteggere il viso portando le mani avanti. Ed è lì che si scrive la verità: "Le mani molto spesso presentano ematomi e fratture, soprattutto sulla porzione più esterna: parlo del mignolo e della porzione esterna del polso, che si chiama ulna. Sono fratture isolate che hanno delle particolari caratteristiche che ci fanno pensare proprio a una violenza". I numeri, in questo caso, parlano chiaro. "Una frattura isolata dell'ulna è veramente molto raro che sia dovuta a un trauma accidentale, perché di solito quando uno cade si rompe più frequentemente il radio. Per cui se un paziente dice 'sono caduta dalle scale', ha detto una bugia, perché quel tipo di trauma non è possibile che sia dovuto a quello". Ancora più eloquente è la storia del mignolo: "Le dislocazioni o le fratture della falange prossimale del mignolo si producono solo con un meccanismo di torsione. Io di solito vedo fratture di questo genere, per esempio, in una persona che sta portando al guinzaglio un cane: il guinzaglio si attorciglia intorno al dito e glielo gira, questo è plausibile. Ma se invece mi viene una signora con un dito così girato su se stesso, che mi dice 'sono caduta dalle scale', la cosa non mi quadra. Inizio a fare delle domande e alla fine comprendo che si tratta di una violenza".
L'anamnesi come strumento di ascolto
—Ma il corpo parla anche attraverso ciò che non si vede: i silenzi, gli sguardi, le pause di ognuno di noi. Per questo la raccolta della storia clinica diventa uno strumento altrettanto potente. "L'anamnesi è fondamentale. Spendo un po' di tempo a parlare con le pazienti anche per capire le reazioni. Una delle cose che noto molto spesso è che quando chiedo 'cosa è successo signora, come si è fatta male?', loro guardano subito il compagno. È un atteggiamento quasi a chiedere il permesso per rispondere". E poi c'è la tendenza a minimizzare il dolore, quel modo innaturale di sminuire una sofferenza che invece dovrebbe urlare. "Quando uno si fa male, si lamenta, c'è poco da fare. Queste donne invece tendono a minimizzare: dicono 'non mi fa male, non c'è bisogno dell'intervento', cercano di evitare qualunque cosa che possa portare avanti l'approfondimento sul trauma."
Dalla diagnosi alla via d'uscita
—Una volta sorto il sospetto, il percorso non si ferma alla diagnosi. "Cerchiamo di tenerle in ricovero. Questo permette alla paziente di avere un po' più di confidenza col medico, ma anche di attivare un sistema di assistenti sociali che possono parlarle e cercare di capire se è in grado di confidarsi." E qui emerge una consapevolezza maturata sul campo, netta: "Bisogna arrivare alla denuncia preparati, perché quando una paziente denuncia prima di avere una via d'uscita o un'assistenza adeguata, molto spesso si trova nei guai. E sappiamo come va a finire".
Violenza domestica: Il tempo che salva
—In un sistema sanitario dai ritmi frenetici, Marzella rivendica con forza il valore dell'umanità nel rapporto medico-paziente. "L'aspetto umano è fondamentale e io ho fatto di questo la base del mio lavoro professionale. Nel momento in cui si ha davanti un paziente bisogna dedicargli il tempo necessario per fare le poche domande che ci possono far pensare alla tipologia del trauma. E se interviene il sospetto che possa esserci una violenza, spendere due minuti in più per creare un rapporto di maggiore fiducia, poi fare in modo di farlo tornare a controlli più frequenti, proprio per fare sì che si crei un rapporto più costante e più sicuro, che diventi una specie di ancora di salvezza". Un messaggio rivolto anche ai colleghi: "Umanizzare il paziente e non considerarli tutti uguali. Io ho un'attività molto frenetica, però i miei pazienti sanno che su di me possono contare, possono parlare".
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