Clandestini, poi professionisti e oggi aziende che corrono: il primo maggio dei calciatori
Cent'anni fa un documento stabilì lo status di professionisti per i calciatori, che poi nel tempo hanno ottenuto conquiste sindacali una dietro l'altra
Primo maggio festa dei lavoratori e quindi - nessuno si permetta di fare ironia - anche dei calciatori. Festa più o meno, considerato che comunque si gioca (cioè si lavora) praticamente da quando esiste la Serie A a girone unico. Parafrasando: il calcio è il gioco (lavoro) più bello del mondo. Bruno Giorgi, ottimo allenatore negli anni 80 e 90 e uomo illuminato, ai suoi giocatori era solito ripetere: “Ma lo sapete quanto fortunati siete voi?”. E Mircea Lucescu, ai tempi dello Shakhtar, portò i calciatori a quattrocento metri sotto terra per vedere come si lavora nelle miniere. In ogni caso ci basti qui sapere che nel calcio il professionismo - a differenza della maggioranza degli altri sport del nostro paese - è riconosciuto per legge. Nella foto di gruppo data dalla prospettiva, talvolta falsata, di chi guarda il mondo del calcio, si stagliano i contorni dorati e luccicanti dei fuoriclasse con i loro mega-ingaggi, ma la base - va da sé - seppur privilegiata, è costituita dai tanti che - in quasi un secolo e mezzo di storia - di calcio hanno vissuto, godendone certo dei (molti) benefici economici ma anche (è storia) registrando alcune delle difficoltà di chi ha un lavoro subordinato (o almeno, ne ha i diritti anche se non sempre i doveri).