Chi era Zanardi, l'eroe che ha cambiato per sempre il modo di vedere la disabilità
Un incidente terribile diventò per lui "la più grande opportunità della mia vita". Vide una handbike all'autogrill e gli rimase scolpita in testa, e con quella ha riscritto la storia dello sport paralimpico dando speranza a centinaia di persone
Un incidente terribile diventò per lui "la più grande opportunità della mia vita". Vide una handbike all'autogrill e gli rimase scolpita in testa, e con quella ha riscritto la storia dello sport paralimpico dando speranza a centinaia di persone
Claudio Arrigoni 2 maggio - 13:35 - MILANOIl sorriso. Il suo sapeva coinvolgere. Se gli chiedevi cosa fosse la felicità ti rispondeva raccontandoti la storia di una bambina e di suo papà. E quando cercavi di capire cosa lo spingesse a cercare sempre nuove sfide, ti indicava una parola: curiosità. Senza di lui il movimento paralimpico sarebbe altro da quello che è. Ha trasformato la percezione della disabilità attraverso il gesto sportivo. Basterebbe quello per farlo entrare nel novero di coloro che hanno saputo cambiare il mondo. Il movimento paralimpico, non solo in Italia, ha un prima e un dopo Alex Zanardi. Ha fatto entrare l’handbike nelle case e l'ha fatta diventare per tutti e tutte. E fu quasi un caso che incontrò quel mezzo che ha sublimato e se ne è innamorato. Metteva al primo posto l’essere. E la fatica. Diceva: “Non mi sono allenato per vincere medaglie e trofei, ma ho vinto medaglie e trofei perché mi sono allenato.”
VIDEO: “Non chiamatemi fenomeno”: quando Zanardi si raccontò al Festival dello Sport 2019L'iNCIDENTE E L'OPPORTUNITà
—Rimane scolpito quel momento a Torino 2006: “Mi chiamo Alex Zanardi e sono un pilota.” Il palcoscenico è quello della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici invernali. In piedi sulle sue protesi e con due bastoni, di fianco a Reinhold Messner. Si presentava così ed era vero. Non aveva mai smesso di esserlo. Cambiava il mezzo, ma la testa è stata sempre la stessa. Uno dei più grandi sportivi italiani di tutti i tempi, ma lo contraddistingueva l’umiltà che solo i grandi sanno avere e la capacità di sapersi adattare. Seppe trasformare l’incidente che lo privò delle gambe in quella che definì la “più grande opportunità della mia vita.” È diventato l’handbiker più importante e famoso della storia, il campione paralimpico amato e rispettato nel mondo.
"cos'è quella?"
—Benedetta fu quella fermata all’autogrill. Non soltanto per Zanardi, ma per tutto lo sport. Perché quel giorno di fine 2005 a una area di servizio non lontano da Ventimiglia. Vittorio Podestà, uno dei più grandi campioni di handibike che l’Italia abbia mai avuto, stava andando ad allenarsi in Spagna. Alex vide quello strano mezzo sul tetto dell’auto. “Cosa è?”, chiese a Vittorio. La curiosità, ancora una volta. Iniziò una amicizia che li portò a vincere medaglie paralimpiche e mondiali insieme. Settembre 2007, ad Alex l’amico Guido Barilla chiese se avesse voglia di andare con lui alla Maratona di New York. Risposta: "Sì, ma partecipo”. Si ricordò dell’autogrill e scelse quel mezzo e non la carrozzina paralimpica, ma non sapeva come fare. Chiamò Podestà: “Mi spieghi come fare per partecipare alla Maratona di New York con l’handbike?” Lui pensava a quella dell’anno successivo. Saputo che era due mesi dopo pensò che fosse pazzo. Lo aiutò, Alex arrivò quattordicesimo e nel 2011 vinse. L’inizio di una grande storia.
l'oro olimpico e l'ironman
—Il primo Mondiale nel 2009 a Bogogno, in Italia, con un quattordicesimo (in linea) e un quindicesimo (crono) posto; prima medaglia nel 2011 a Roskilde (Dan), argento in crono. Ci ha aggiunto 12 titoli mondiali, vinti davanti ad atleti con meno della metà dei suoi anni. E poi le medaglie paralimpiche: sei medaglie, due d’oro e un argento a Londra 2012, due d’oro e un argento a Rio 2016. Ma voleva andare oltre. Gli parlarono del triathlon. Pensò a quello più estremo, l'Ironman. È diventato il recordman mondiale fra i paralimpici a Cervia dopo aver completato per due volte quello più difficile a Kona, alle Hawaii, sempre sotto le 10 ore. A Kona gli chiesero: “Non hai paura degli squali?” E lui: “Ma no, mi guardano da sotto e mi vedono senza gambe, certamente pensano: questo lo hanno già assaggiato, non deve essere buono.” Ironia sempre, era così. Medaglie mondiali e paralimpiche. Ma poi ti dice: “Quello che conta è il percorso.” Privilegiava il percorso: “Stavo per tagliare il traguardo e vincere l’oro alla Paralimpiade di Londra, era felice, certo, ma anche triste: guardavo avanti e pensavo: e ora che faccio?” Anche per questo è simbolo dello sport mondiale. Non solo per le vittorie. Per ciò che sa trasmettere.
l'ispirazione per tanti
—Altra parola importante: generosità. Come quella del progetto che ha cambiato la vita di tante persone, Obiettivo 3: avviare allo sport nuovi atleti paralimpici e individuarne almeno tre capaci di qualificarsi per la Paralimpiade di Tokyo. Si cominciò con cinque atleti, ora sono ampiamente oltre i cento. E non ci si è fermato solo al ciclismo, passando anche al triathlon, il tiro con l’arco, lo sci. Obiettivo 3 vuole promuovere lo sport paralimpico per mostrare quanto sia bello, divertente e utile, mettendo insieme decine di nuovi atleti. Alex ci ha pensato per fare in modo che molte persone con disabilità potessero avvicinarsi allo sport, in particolare al ciclismo, ma poi è diventato qualcosa di più: un laboratorio di idee e speranze, che aiuta a capire come trovare opportunità in qualunque situazione ci si trovi e partendo dallo sport. Quando doveva spiegarti cosa fosse la felicità non dava una definizione, ma ti raccontava una storia. Nella maniera meravigliosa in cui le sa raccontare lui. Inizio del secolo, quando ancora per lui lo sport paralimpico era lontano da praticare. Bar del centro protesi a Vigorso di Budrio. Offerte di caffè e brioche, pacche sulle spalle, chiacchiere tra Formula 1 e Ferrari. Un classico quando lo incontrano. Un uomo, alla finestra, piange. Lo aveva già visto la mattina girare per i corridoi. Ha in braccio una bambina. Si avvicina per cercare di consolarlo. Si accorge che quella bimba, come lui, è senza gambe. Il papà lo vede: “No, non si preoccupi. Sto piangendo, sì, ma di gioia.” Alex con lo sguardo interrogativo: “Vede, la mia bimba ha tre anni e oggi le hanno fatto provare le protesi. Prima era troppo piccola. Quando è stato il momento di tirarla in piedi, l’ortopedico mi fa: 'Signor Vianello, e le scarpe?' Io non sapevo cosa dire. Ho ripetuto: 'Le scarpe? Perché le scarpe?'. E lui mi ha risposto semplicemente: 'Se no come facciamo a tirarla in piedi?'. Ma io mica ci avevo pensato a portare le scarpe, Alice non ha mai camminato”. Fissa di nuovo Alex, parlando con le lacrime che gli bagnano il sorriso: “Sono dovuto correre fuori per andare in un negozio e adesso sono l’uomo più felice del mondo: ho comprato un paio di scarpe alla mia bambina.” Questo era Alex Zanardi, per sempre nel cuore non solo a chi amava lo sport paralimpico.
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