Viviani: "Ganna e Milan, le nostre stelle al Giro contro i fenomeni. Il futuro è di Pellizzari"
Il neo d.s. della Ineos-Grenadier, oro olimpico a Rio 2016: "Nella corsa rosa può essere decisiva la cronometro di 42 chilometri, la decima tappa da Viareggio a Massa: lì si farà una grande differenza, anche di 2-3 minuti"
Il neo d.s. della Ineos-Grenadier, oro olimpico a Rio 2016: "Nella corsa rosa può essere decisiva la cronometro di 42 chilometri, la decima tappa da Viareggio a Massa: lì si farà una grande differenza, anche di 2-3 minuti"
Sergio Arcobelli Giornalista 3 maggio - 14:40 - MILANODal rettilineo finale alle riunioni tattiche, dalla pista olimpica al sedile di un’auto. Elia Viviani ha cambiato prospettiva ma non direzione: il ciclismo resta il centro. Solo che oggi lo guarda da un’altra angolazione, ovvero dal finestrino dell’ammiraglia Ineos Grenadiers. Ma la testa è sempre lì, dentro la corsa.
VIDEO: Nizzolo: “Giro? Ecco il mio favorito. Tra gli italiani scelgo Milan”Elia, come si trova in questa nuova avventura?
"È un ruolo che in parte mi è sempre stato addosso. Prima da leader, poi da corridore più esperto, sono sempre stato un punto di riferimento per i compagni, soprattutto per i giovani. Trasmettere ciò che ho imparato era qualcosa che volevo fare. Il direttore sportivo? Non è il lavoro dei miei sogni, se devo essere sincero, ma è quello più utile per restare dentro questo mondo".
Cosa le piace e cosa meno?
"Mi piace stare alle gare, parlare con i ragazzi, aiutarli nella lettura della corsa. È qualcosa che hai dentro da atleta e che puoi replicare anche dall’ammiraglia. Poi, certo, il risultato non dipende più direttamente da te, e questo cambia tutto. La parte più complessa è il lavoro dietro le quinte, che è enorme".
A proposito di dietro le quinte: com’è stata la ricognizione della Parigi-Roubaix?
"Ho imparato che il direttore sportivo non è il 'maestro' che molti immaginano. Il lavoro vero si fa prima: meeting a casa con il manager, programmazione della gara, studio del percorso. La gara è solo la ciliegina. La ricognizione serve a costruire eventuali successi. Quest’anno non è arrivato, ma il lavoro fatto può servire per il futuro".
Che clima c’era in squadra?
"Ottimo. Arrivavamo dalla vittoria al Dwars door Vlaanderen con Filippo Ganna, il suo primo successo in una classica. C’era entusiasmo. Io ero dietro Ian Stannard, il ds Ineos nelle classiche. In quei giorni si lavora molto a contatto con gli atleti: ti fermi, analizzi i settori, individui i punti chiave in cui attaccare o in cui è più pericoloso. È lì che puoi dare consigli concreti".
Elia Viviani in pistaLei in ammiraglia ha già vissuto momenti importanti. Qual è quello che sente più suo?
"Ce ne sono stati diversi. Il primo che ricordo è il secondo posto di Joshua Tarling nella cronometro dell’UAE Tour dietro Evenepoel. Le vittorie di Ganna, ad esempio, le sento anche un po’ mie. La prima di queste è stata la crono alla Tirreno-Adriatico, anche se c’erano Leo Basso e Dario Cioni sulla macchina e quella lì forse non va contata".
E le Monumento?
"Alla Milano-Sanremo di Pogacar ero io il direttore principale, parlavo direttamente con i corridori. In altre occasioni invece ho avuto ruoli diversi: c’è chi guida, chi gestisce la tattica, chi la logistica. È un lavoro di squadra anche fuori dalla bici".
Guardando al Giro d’Italia: quanto conta la pista per i corridori di oggi?
"Per atleti come Ganna o Jonathan Milan è fondamentale. La pista è il luogo dove ritrovano il colpo di pedale, la brillantezza, la potenza negli sprint. È una questione di equilibrio: bisogna sapere quando andarci e quando no. Ma resta un passaggio chiave per raggiungere il massimo livello".
Filippo GannaLei è stato un simbolo della pista italiana. Che significato hanno le sue tre medaglie olimpiche in tre Olimpiadi?
"Sono orgoglioso, certo. Ma lo sono ancora di più per aver contribuito a rilanciare il movimento. Quando ho iniziato, la pista italiana era praticamente assente. A Londra 2012 ero l’unico atleta azzurro ai Giochi: sono passato dal mancare una medaglia per un pelo all’oro di Rio 2016. Dopo di me è arrivata una generazione fortissima: Ganna ha già risultati straordinari e ha il mio stesso numero di medaglie tra pista e strada. Questo mi rende forse più felice delle medaglie stesse".
Torniamo al Giro: le piace il percorso?
"Sì, ed è molto segnato dalla cronometro di 42 chilometri, la decima tappa da Viareggio a Massa: lì si farà una grande differenza, anche di 2-3 minuti. Ci sono tante salite, come Blockhaus e Corno alle Scale, prima di quella crono, ma quella prova sarà decisiva. Per i velocisti ci sono comunque occasioni importanti: partire forte, magari prendere la maglia rosa già nella prima tappa, vincere a Milano o a Roma. Non capita spesso".
Le sarebbe piaciuto correrlo?
"Per un italiano il Giro è la corsa dell’anno. Più del Tour, per quello che rappresenta. È casa, sono le strade dove sei cresciuto, è il pubblico. Io l’avrei sempre scelto".
Lo sport italiano, che lei ha rappresentato anche portabandiera a Tokyo 2021, sta raccogliendo grandi successi: dal tennis all’atletica, dal nuoto allo sci. Il ciclismo, invece, viene spesso criticato. Lei che idea si è fatto?
"Io sono ottimista, guardo sempre il bicchiere mezzo pieno, come ho sempre fatto nella mia carriera, e non indietro perché non serve a niente. Il livello generale dello sport italiano è altissimo, e questo è un bene. Sono tra i primi a esultare quando Sinner vince uno Slam o Brignone conquista un oro olimpico. Nel ciclismo abbiamo eccellenze: Ganna a cronometro e Milan nelle volate sono i migliori al mondo. Il punto su cui lavorare è la base, le categorie giovanili. Abbiamo del lavoro da fare tra gli junior e gli Under 23, che negli ultimi anni sono diventate delicatissime. Oggi si cerca subito il talento puro, ma così rischi di perdere chi matura più tardi".
Mancano i fuoriclasse?
"Quelli fanno sempre la differenza, è vero. Siamo in uno sport globale dominato da fuoriclasse, e non è semplice. La verità è che ci siamo tenuti a galla molto bene con Pippo e Jonathan. Ma abbiamo corridori competitivi in diversi ambiti. Pensiamo all’anno scorso: Ciccone ha fatto sesto al Mondiale e Scaroni quarto all’Europeo. Ora vedo un Pellizzari sempre più brillante. Finn sta facendo i passi giusti, non sta bruciando le tappe e arriverà il suo momento. Ripeto, dobbiamo solo avere pazienza lavorando bene alla base in modo tale che crescano i campioni del futuro".
Elia VivianiGuardandosi indietro, ha rimpianti?
"No. Ho chiuso con l’oro mondiale, il terzo nell’Eliminazione, in un clima bellissimo. Mi sono divertito, senza lo stress del risultato. Se rivedo immagini della mia carriera mi emoziono, sono orgoglioso di quello che ho fatto. Ma non ho pensieri di rimpianto, non ho il pensiero del “avrei voluto”. Quella chiusura mi ha dato serenità. Ora guardo solo avanti, cercando di alzare sempre l’asticella".
E nel futuro di Elia Viviani c’è spazio per allargare la famiglia?
"La vita sportiva e quella personale sono due piani diversi. Io ed Elena Cecchini, pure lei ciclista, stiamo insieme da tanti anni, abbiamo già condiviso tappe importanti come il matrimonio. Il resto verrà, ma senza forzature. Il ciclismo è stato e sarà centrale, ma la vita privata rimane la cosa più importante".
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