Beccalossi, quell'esclusione dal Mondiale '82 e lo schiaffo di Bearzot a una tifosa dell'Inter
La Gazzetta dello Sport

Beccalossi, quell'esclusione dal Mondiale '82 e lo schiaffo di Bearzot a una tifosa dell'Inter

Mercoledì 6 maggio 2026
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Nel giugno del 1982, prima del torneo spagnolo, una sostenitrice nerazzurra romana provocò il ct, reo di non averlo convocato per la spedizione. Reagì con una sberla, poi si scusò

Nel giugno del 1982, prima del torneo spagnolo, una sostenitrice nerazzurra romana provocò il ct, reo di non averlo convocato per la spedizione. Reagì con una sberla, poi si scusò

Sebastiano Vernazza Giornalista 6 maggio - 12:37 - MILANO Evaristo Beccalossi. Getty

L’ultimo dribbling del Becca. Colpito da emorragia cerebrale nel gennaio del 2025 e ricoverato poi in una struttura specializzata, se ne è andato ieri, alle soglie dei 70 anni, che avrebbe compiuto il 12 maggio. Evaristo Beccalossi si distingueva per la classe da numero 10 di una volta, una figura estinta, e per il nome di battesimo, inusuale. "Sono Evaristo, scusa se insisto": pare assodato che lo abbia detto Beppe Viola in un servizio per la Domenica sportiva. Secondo alcuni, la frase l’avrebbe proferita lo stesso Beccalossi a Enrico Albertosi, portiere del Milan, dopo il 2-0 nel derby dell’autunno 1979, con doppietta del Becca, partita che lanciò l’Inter verso lo scudetto del 1980. Secondo altri, Beppe Viola coniò lo slogan per sponsorizzare la convocazione di Beccalossi al Mondiale del 1982, ma Enzo Bearzot non ne voleva sapere, giudicava troppo individualista e poco funzionale alla sua Nazionale quel numero 10 riccioluto e imprevedibile.

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l'ultimo dribbling di beccalossi

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Non sappiamo quale sia la versione corretta, ma la rima baciata è perfetta, restituisce l’idea di quel che era stato Beccalossi, un trequartista insistente nel dribbling e nell’assist. Un 10 tutto estro e sregolatezza, con poca voglia di allenarsi, antitesi di certi "dieci" bionici in circolazione oggi, costruiti tra campo, schemi, algoritmi. Il Becca veniva dall’infanzia nell’Italia del boom economico. Aveva imparato a dribblare nell’oratorio di San Domenico Savio a Brescia, giocava per divertirsi, fumava senza sensi di colpa, anche in spogliatoio. Faceva i tunnel negli anni in cui tale irridente gesto tecnico poteva costarti un malleolo, perché il difensore, umiliato dal passaggio del pallone tra le sue gambe, inseguiva il dribblatore per rifilargli un calcione. Accadde a Catanzaro, con Beccalossi sedicenne, esordiente nel Brescia: "Feci un tunnel a Luigi Maldera (terribile difensore dell’omonima stirpe, ndr) . La prese male. “Non riprovarci – mi disse -, sennò ti spedisco a calci fino a Soverato”". Gianni Brera lo chiamava “Dribblossi” e scrisse: "Beccalossi vede autostrade dove gli altri scorgono viottoli di campagna".

Evaristo Beccalossi. Getty

lo scudetto

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L’Inter lo acquista nel 1978 dal Brescia, in cui è stato allenato da Mauro Bicicli, un ex della Grande Inter, un segno. L’anno prima, sempre dal Brescia, l’Inter aveva preso Alessandro Altobelli, detto Spillo per il fisico filiforme. Insieme avevano fatto sfracelli nel Brescia, perfetti l’uno per l’altro, il 10 creativo e il 9 forte di testa e opportunista. È ancora l’Inter di Ivanhoe Fraizzoli, è ancora un calcio umano. Evaristo incuriosisce, per il nome insolito, ereditato da uno dei nonni, e per il sinistro scintillante e non naturale, a sentire l’interessato. Nato destro, ha affinato il sinistro a colpi di muro fino a che è diventato il suo piede di riferimento. Forse c’entra l’innamoramento, da bambino, per Omar Sivori, il mancino della grande Juve tra i Cinquanta e i Sessanta, ma guai a dargli dello juventino, Beccalossi si professa interista. È il padre a tifare per la Juve e ad averlo iniziato al culto di Sivori. Beccalossi si prende subito il cuore dei tifosi, anche se lo scudetto del ’78 lo vince la Juve e quello del ’79 il Milan. Juve, Milan e poi Inter, nel 1980, con il derby della doppietta del Becca, 2-0, due gol facili per uno come lui, due gol che gli varranno la gloria eterna del mondo Inter, e il 4-0 alla Juve poco dopo: "C’è una foto che mi vede circondato da quattro juventini, io con la palla tra i piedi. Sapete che cosa dissi loro in quei momenti: “Prendetela, se ci riuscite”". Beccalossi ganassa e bauscia: la perfezione, per gli interisti milanesi. 

Beccalossi con l'Inter. Getty

nel mito

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L’episodio cult è però un altro. Inter Slovan di Bratislava, settembre 1982, Coppa delle Coppe. Beccalossi sbaglia due rigori, uno dietro l’altro. Paolo Rossi, il comico, ci scriverà sopra un monologo, ne riportiamo uno stralcio: "È facile capire la difficoltà di tirare un rigore. Lui (Beccalossi, ndr) guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: “ Lo tiro io...”. E io pensai, con tutto lo stadio: “Questi sono gli uomini veri”. Prese la palla e la mise sul dischetto del rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: “Per me resta un uomo”. Ma, quando cinque minuti dopo, ridiedero un rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà, per un giocatore che ha appena sbagliato un rigore, di riassumersi la responsabilità di tirarlo ancora. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: “No! Putt… Eva!”. Lui mise la palla sul dischetto con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò! E io pensai: “Per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato, ma pur sempre un uomo”". Enrico Ruggeri dedicherà a Beccalossi una canzone, “Il fantasista”: "Io sono quello da guardare/ quando ho voglia di giocare/ Sono schiavo dell’artista che c’è in me/ Datemi il pallone, non parlate/ poi correte ad abbracciarmi/ Io sono l’ultimo egoista/ perché sono un fantasista/ Faccio quello che vorreste fare voi".

lo schiaffo

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Giugno 1982, l’Italia si raduna all’hotel Villa Pamphili prima di partire per il Mondiale di Spagna. Sono giorni di contestazione. La Nazionale gioca male e tutti danno addosso a Enzo Bearzot, il c.t. colpevole di non aver convocato Roberto Pruzzo, centravanti della Roma, ed Evaristo Beccalossi dell’Inter. Il club nerazzurro ha emesso un comunicato per esprimere il proprio sostegno al giocatore. Il 3 giugno, all’ingresso di Villa Pamphili, una ragazza di vent’anni, A.C., romana, ma tifosa interista, iscritta ai Boys, prende Bearzot a male parole: "Scemo, scimmione, bastardo". Bearzot reagisce con uno schiaffo, poi si scusa, invita la giovane nella hall dell’albergo, le spiega di non aver chiamato Beccalossi perché il giocatore non si sarebbe ambientato nel gruppo. A sua volta la ragazza chiede perdono a Bearzot e si mostra contrita. L’Italia vince il Mondiale, A.C. inviterà Bearzot al suo matrimonio. Beccalossi resterà a zero presenze in Nazionale A, troppo irregolare e anarchico per la maglia azzurra: "Ho sempre fatto quello che ho voluto e mi sento bene così".

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la seconda vita

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Via dall’Inter nel 1984, oscurato da Hansi Muller, il Becca parte per un tour della penisola: Samp, Monza, un ritorno di fiamma e di fiammate al Brescia, il Barletta in Serie B e il Pordenone in Interregionale, con tanto di retrocessione. Nel 1990-91 l’ultima stagione: al Breno, Brescia, in Interregionale. Una malinconica e dolce chiusura di carriera per un numero 10 che il nuovo calcio considerava un eretico, sull’onda rivoluzione copernicana di Arrigo Sacchi. A seguire la seconda vita del Becca, tra la tv come opinionista brillante e come venditore commerciale di pubblicità. Forse non tutti sanno che Beccalossi lavorò per la Sony come agente e che, in una tv locale milanese, a un certo punto dirigeva una struttura con dodici persone dedicate al procacciamento di spot. Un gaudente affamato di vita e di dribbling, che piaceva a Franco Califano, cantante interista. Quando il Califfo si esibiva in Lombardia, finiti i concerti incontrava Beccalossi di notte, nell’autogrill vicino a Dalmine, sulla Milano-Bergamo: "Tutti i bar della zona chiudevano, l’unico aperto era quell"». Tiravano l’alba a parlare di donne e di calcio, a guardare le auto passare. Il Becca e il Califfo: un film.

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