Bollini racconta Beccalossi: "Un mito e un amico. Quando Max Pezzali gli lucidò lo scarpino..."
La Gazzetta dello Sport

Bollini racconta Beccalossi: "Un mito e un amico. Quando Max Pezzali gli lucidò lo scarpino..."

Venerdì 8 maggio 2026
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Il ct dell'Under19 azzurra ricorda il "suo" capo delegazione. Foto, momenti, aneddoti. Dal rapporto in campo al legame nella vita: "Non nascerà più un altro Evaristo, lui era unico"

Il ct dell'Under19 azzurra ricorda il "suo" capo delegazione. Foto, momenti, aneddoti. Dal rapporto in campo al legame nella vita: "Non nascerà più un altro Evaristo, lui era unico"

Guendalina Galdi Giornalista 8 maggio - 07:54 - MILANO

“Per me, per prima cosa, Evaristo Beccalossi è stato un mito calcistico. Io da ragazzino seguivo lui e quel calcio che tanti chiamano romantico ma io invece lo chiamo romantico-tecnico. C’era il piacere della partita della domenica pomeriggio e lui interpretava questa espressione tecnica della passione di tutte le fasce d'età”. Quel ragazzo oggi ha 59 anni ed è l'allenatore dell'Italia Under19. Alberto Bollini, con la tuta azzurra addosso, ha stretto un legame unico con Evaristo Beccalossi, dal 2019 in poi. Il Becca era il "suo" capo delegazione e ha pianto con lui dopo la vittoria dell'Europeo Under19. Il loro rapporto usciva dal campo ed esondava nella vita privata. Si conoscevano a fondo, si stimavano, e quante risate hanno fatto da sottofondo alla loro amicizia. Momenti e aneddoti, dalla paura di Evaristo per l'acqua alta a un indimenticabile concerto di Max Pezzali, il "disordine", le sigarette, i viaggi in treno e gli atterraggi con l'aereo che al Becca proprio non piacevano. Bollini racconta tutto, dall'inizio.

Che impressione le ha fatto la prima volta che vi siete conosciuti? 

“È stato nel 2019 in occasione di un raduno estivo dell’Under19. Eravamo in Friuli, io sono arrivato e lui è venuto ad accogliermi. Mi sono trovato davanti un giocatore che stimavo tanto e quella nostra conoscenza si è andata sempre di più ad approfondire a livello sportivo ma anche gestionale e poi di amicizia. Tanto da diventare un legame forte. Lì è partita questa giostra. Nel suo menù non mancava mai la sigaretta. Gli dicevo: stai sempre a fare questi aerosol... Ma da allora mi ha lasciato talmente tante cose che è complicato sceglierne una. Lui c’era sempre, anche nella vita privata. Ad esempio quando è venuta a mancare mia madre a 89 anni: il Becca si è presentato a casa mia quel giorno. Mi è sempre stato così vicino. Questi rapporti rimangono e vanno oltre lo sport”. 

Che capo delegazione ha conosciuto? 

“Lui può essere capo di tutti e di nessuno allo stesso tempo, a volte nemmeno di se stesso. Anzi, non gradiva nemmeno i “capi” in generale ma sapeva stare in una posizione intermedia con un’interazione stupenda con lo staff. Il suo modo di fare era sempre empatico, giocoso, mosso dalla bontà e legato a un calcio che ha subìto grandi trasformazioni. E questo è stato uno dei segnali più grossi che lui ha mandato e lasciato ai ragazzi. Il giorno in cui il Becca ci ha lasciati l’ho saputo all’alba, poi ho ricevuto anche io tanti messaggi dei ragazzi, perché sapevano che io e lui ci conoscevamo, ci sentivamo, anche se alla fine non più con lui ma con la sua famiglia e con i suoi due angeli, la moglie Danila e la figlia Nagaja. Per me è una mancanza grossissima. Il nostro legame era davvero profondo”. 

Come si rapportava con i ragazzi delle Under? 

“Evaristo era tutto tranne che strategia e programmazione. La parola giusta per descrivere il suo rapporto con i giovani era: spontaneità. E io ai ragazzi dicevo: ma voi avete capito chi è Evaristo Beccalossi? I giocatori meno collocabili in campo ad esempio i trequartisti, gli attaccanti con un ruolo meno definito o che avevano un po’ più di difficoltà erano quelli che lui avvicinava per primi”. 

C’è un momento dei tanti che avete condiviso insieme che le è rimasto particolarmente nel cuore? 

“Sono tanti in realtà in cinque anni trascorsi insieme. Ma dico che il successo all’Europeo Under19 è la vittoria di tante vittorie. Ma anche con l’Under20 abbiamo vinto due volte l’Elite League e comunque nel percorso c’è sempre stata una totale armonia che io e il Becca cercavamo di creare con lo staff. Ma vedere Evaristo, con tutto quello che ha vissuto lui a livello di emozioni sportive, piangere di emozione dopo la vittoria dell’Europeo è un ricordo che non andrà mai via dalla mia memoria. Un dirigente che si emoziona per questo tipo di vittorie… Incredibile. E poi mi vanto di una frase che ripeteva spesso quando io non c’ero: guai a chi mi tocca il mio mister. Quel “il mio mister” è come una medaglia che mi tengo ben stretta. Il Becca poi aveva anche delle paure, per esempio mi ricordo una volta che eravamo in barca e lui non voleva allontanarsi assolutamente dalla riva, appena lo facevamo impazziva. Oppure gli atterraggi in aereo… Io lo filmavo, lui mi guardava ridendo ma quasi mandandomi a quel paese. E giù a ridere insieme”. 

A lei come allenatore cosa lascia? 

“La gioia di vivere che ha sempre accompagnato questo nostro rapporto. Sdrammatizzavamo alcune situazioni di campo e avevamo sempre voglia di vederci. Le racconto un episodio successo a San Siro ma non di calcio, bensì in occasione di un concerto di Max Pezzali”. 

Prego. 

“Dovevamo trovarci al cancello 8, lui va al 18, ma questo era normale. Quando entriamo assistiamo al concerto insieme, poi finisce e tutti stiamo lì ad aspettare che arrivi Max. E lui arriva e cosa fa? Va dal Becca e gli lucida lo scarpino. Un gesto clamoroso”. 

Era anche con lei genio e sregolatezza? 

“La parola d’ordine era: "disordine". E io cercavo di viverlo umoristicamente provando di riportarlo un po’ all’ordine. Ci siamo compensati a vicenda. Mi ha dato la leggerezza, il piacere di stare insieme, la bontà, l’essere attento ai ragazzi che erano più in difficoltà e questo suo modo di affrontare ogni giornata col piacere di vivere”. 

Sui social ha salutato Evaristo con un lungo messaggio e qualche foto: quale tra quelle immagini mostra il vero Becca? 

“Il vero Becca si vede quando è sdraiato su un lettino mentre fuma la sigaretta. Io gli vado vicino e gli dico: questo è il tuo stress pre partita. E lui mi regala la sua faccia beata dopo le mie solite battute. Poi ce n’è un’altra in cui siamo seduti in piazza, ad Ascoli, gli dicevo sempre che sembravamo quelli della pubblicità del Cinar "e tu sembri Calindri". E come rideva”. 

Che cosa ha lasciato Evaristo e cosa mancherà di più di lui? 

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“Quello che lui ha dato con la sua semplicità geniale, anche a livello calcistico, è qualcosa che è entrato nella gente. Bastava fare un viaggio in treno con lui e vedevi come in ogni vagone c’erano persone che lo fermavano. E così in ogni bar o ristorante. È entrato nel cuore di tutti, degli interisti ma non solo. I suoi due gol al Milan nel derby del ’79 me li ha fatti vedere tante volte ma io quella partita la vidi dal vivo e glielo dissi. Lui lascia un vuoto incredibile. È stato anche un laboratorio, perché è nato destro ed è diventato sinistro e si è migliorato in questa maniera geniale. È stato un messaggio sportivo. Per il nostro calcio, spero che un altro Beccalossi possa rinascere; nella vita, dubito. Lui era unico”.

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