Dani Olmo: "Dal Mondiale la mia vita è cambiata. Ma voglio di più, voglio la Champions"
La Gazzetta dello Sport

Dani Olmo: "Dal Mondiale la mia vita è cambiata. Ma voglio di più, voglio la Champions"

Martedì 8 settembre 2026
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Il trequartista del Barcellona e protagonista in America con la Spagna non nasconde la grande ambizione dei blaugrana: "Abbiamo più esperienza e consapevolezza che in passato. Grandi avversarie ma ci siamo anche noi"

Il trequartista del Barcellona e protagonista in America con la Spagna non nasconde la grande ambizione dei blaugrana: "Abbiamo più esperienza e consapevolezza che in passato. Grandi avversarie ma ci siamo anche noi"

dal nostro inviato  Filippo Maria Ricci 8 settembre - 17:53 - BARCELLONA (SPAGNA) Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Il Mondiale come magnifico trampolino verso la Champions League. Questo vogliono al Barcellona. Otto campioni del mondo in rosa e la convinzione di poter aspirare a un trofeo che al Camp Nou manca dal 2015 resa più solida dal biennio con Flick e dall’estate con De la Fuente. A raccontarci quella che è un’ambizione più che un sogno ci pensa Dani Olmo, brillante suggeritore tanto nel Barça come nella Roja.

Siete partiti a razzo, 4 vittorie su 4, la fiducia in voi stessi e nel vostro gioco è quasi palpabile…

"Si sente, si ente eccome. Venivamo da un’ottima stagione col club nella quale abbiamo vinto la seconda Liga di fila e la Supercoppa, e in estate siamo tornati con al collo la medaglia di campioni del mondo. È un incentivo bestiale, e la motivazione è intatta".

Subito una piccola deviazione, già che ha citato il Mondiale. Una curiosità, quando si rende conto che è fatta?

"Ufff. Difficile. Al fischio finale sei ancora lì a chiederti, ‘Ma davvero abbiamo vinto?’. Poi quando alzi la coppa la cosa inizia a entrare nel corpo e nella testa, ma poco. Troppa adrenalina, emozione. Tutto è cambiato quando ho visto la reazione di mio padre, della mai compagna, di mio padre. Io sono uno che piange poco ma lì… Ho un’immagine molto viva: un abbraccio con la mamma di Ferran Torres, io e lei in lacrime. ‘Ma cosa ha fatto tuo figlio?’ le dico. Guardi, mi viene ancora la pelle d’oca".

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Sente che la sua vita è cambiata?

"Completamente. E aggiungo che non ce ne rendiamo nemmeno conto del tutto, l’apprezzeremo di più col passare del tempo. Ma le prime visite ad altri stadi del Paese ci hanno fatto capire di esser stati proiettati su un’altra dimensione, siamo entrati in un gruppo selezionatissimo: il Mondiale l’hanno vinto 49 persone in Spagna, ed è per sempre. Io sono cresciuto con idoli ben precisi: la generazione di Xavi, Iniesta e Busquets, Xabi Alonso e David Villa e i giocatori campioni del 2010 che per me erano leggendari. Cavolo, ora ci siamo anche noi!".

E col Barça sempre in primo piano: 7 dei 23 convocati di Del Bosque, 8 dei 26 di De la Fuente.

"Certo. Io penso che avere una base precisa, ben identificata, sia fondamentale. E il Barça è un’ottima base. Perché la nostra è una generazione vincente, l’abbiamo dimostrato in Spagna con le due Liga, e in nazionale con l’Europeo. È un’idea di calcio che ha le sue fondamenta profondamente radicate: siamo partiti con Luis Enrique, che ha vinto il triplete col Barça e poi è stato in nazionale, ed è stata portata avanti e sublimata da Luis De la Fuente con i successi in Nations League, Europeo e Mondiale".

Cosa vi manca per vincere la Champions?

"Dettagli. La partita di San Siro con l’Inter, la semifinale di due anni fa, è il miglior esempio. Siamo ancora una squadra molto giovane, in questo avvio di stagione siamo scesi in campo un paio di volte con 4 ragazzi del 2007 e io a 28 anni a volte mi sento un veterano, ma due anni fa eravamo ancora più giovani! Ci vedevamo già in finale, e invece no. E l’anno scorso contro l’Atletico nei quarti ci siamo un po’ persi in momenti precisi, e contro un avversario così non te lo puoi permettere".

In cosa siete cambiati?

"Esperienza e consapevolezza. Flick ci invita costantemente a credere in noi stessi, nei nostri mezzi, e il suo messaggio è convincente perché è sincero. Lui è il primo a credere in noi stessi, ci dà sicurezza".

Ecco, già che ci siamo. Un paragone tra Flick e De la Fuente, sul piano tattico e su quello umano.

"Sono abbastanza diversi. La nazionalità conta, e poi anche a livello calcistico: in nazionale non teniamo la linea tanto alta come nel Barça. Anche Luis ci chiede di pressare alto e di essere intensi ma possiamo permetterci momenti in blocco medio o medio-basso, possiamo stringere i denti come dice lui e non succede niente, non si tratta di alto tradimento al nostro stile di gioco. Qui al Barça siamo sempre alla ricerca del passo in avanti senza la palla e puntiamo a transizioni rapide per sfruttare le nostre grandi qualità. Un’idea simile, possesso, gioco offensivo, declinata diversamente".

E come persone?

"Sono entrambi molto attenti e vicini umanamente, e le loro porte sono aperte. Se hai qualcosa da dire, chiarire, chiedere, ci sono sempre. E sono due ottimi motivatori".

A proposito di nazionale e club, avete preso Rodri, il capitano.

"L’elemento che ci darà l’equilibrio necessario nel nostro sistema a trazione fortemente anteriore. Sappiamo di avere uno stile di gioco rischioso, ma ora abbiamo imparato a gestire meglio i tempi e Rodri apporterà la sua grande esperienza, che è fondamentale in una squadra tanto giovane e tanto offensiva".

Ha parlato di gioco rischioso.

"Si. Prima andavamo sempre al limite, arrivavamo a situazioni estreme, ora ritengo che abbiamo appreso a calmare il gioco in certe situazioni, in certi momenti e il fatto di aver vinto due volte la Liga ci ha dato sicurezze ulteriori nel sistema e nella sua applicazione".

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"Con le solite avversarie. Il Psg è a un livello bestiale da due anni, il doblete consecutivo è difficilissimo. La sfida con il Bayern in semifinale è stata uno spettacolo, il 5-4 incredibile: magari i due allenatori non erano felicissimi ma quanta qualità, quanta intensità, in gare così lasci un metro e sei finito. Magnifico. Vai uno contro uno e se perdi palla ti infilano perché affronti avversari fenomenali. L’Arsenal lo scorso anno ha fatto una grandissima stagione, e si è rinforzato. E non si può mai togliere il Madrid dal podio dei favoriti. Noi siamo lì, con una grandissima ambizione: vogliamo la Champions, la motivazione è enorme e non ci nascondiamo, sono troppi anni che il Barça non la vince". I campioni del mondo vogliono l’Europa.

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