Non parla di arbitri, legge Sant'Agostino, rende le azzurre migliori: Capobianco non è un coach come gli altri
L'allenatore filosofo che ha lasciato la facoltà di medicina per coronare il suo sogno: dopo aver allenato a Salerno, Avellino, Jesi e Teramo, ha fatto sbocciare talenti come Pajola, Polonara e Poeta. E oggi guida l'Italia alla spedizione mondiale dopo 32 anni di attesa
Ha tre palloni in mano, i piedi sulla linea di fondo. “Io li lancio, voi li prendete”. Andrea Capobianco è un coach particolare. Quando parla ti guarda dritto negli occhi ma in realtà sta toccando le corde che non vedi. “Non devono uscire dal campo. Mai”. Per i suoi giocatori e le sue giocatrici ogni esercizio contiene una parte tecnica e una motivazionale. Perché le cose del basket e della vita, vanno così. Conta il canestro, quindi la costruzione: tiro, passaggio, “X e O” disegnate sulla lavagna per dare forma agli schemi. Ma quei palloni li devi rincorrere prima che sia troppo tardi - funziona così anche con le occasioni della vita - a costo di sbucciarti un ginocchio. Del resto se lo ha fatto Bob McAdoo in una finale scudetto passata alla storia, perché non dovresti farlo tu? Lo avranno pensato anche Pajola, Polonara, Poeta, Amoroso, Infante quando erano talenti in rampa di lancio ed erano allenato da “Capo”. Lo pensano nei giorni del Mondiale di Berlino le azzurre Zandalasini, Verona, Villa, Cubaj, Santucci, protagoniste del punto più alto del basket femminile italiano degli ultimi trent’anni, il seguito del magnifico bronzo europeo dell’estate 2025. Lezione in archivio, coach. La prima di una serie infinita.