Da una parte Diouf, dall'altra gli sprechi sottoporta: Inter, cos'ha insegnato la sfida del Bernabeu
Andy "il calcio", come è stato soprannominato dai tifosi nerazzurri, ormai non sembra più solo un esperimento bensì un esterno maturo e determinante. Ma c'è un problema gol: i tre motivi per sorridere e i tre motivi per preoccuparsi dopo il ko col Real
Andy "il calcio", come è stato soprannominato dai tifosi nerazzurri, ormai non sembra più solo un esperimento bensì un esterno maturo e determinante. Ma c'è un problema gol: i tre motivi per sorridere e i tre motivi per preoccuparsi dopo il ko col Real
Dal nostro inviato Francesco Pietrella 9 settembre - 19:30 - MADRID English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleScriveva Ernest Hemingway, assiduo frequentatore di tutte le fasi di Madrid, che in questa città “si impara a capire”. Gli interisti saranno d’accordo, nel bene e nel male. I motivi per superare il ko e guardare avanti ci sono, ma anche quelli per starsene sul divano preoccupati. La gita al Bernabeu ha insegnato qualcosa.
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—Prima le buone notizie. Il ko per 2-1 contro il Real Madrid - una squadra che appena entri nel nuovo stadio ti sbatte sul viso che ha vinto quindici coppe dei campioni - è arrivato dopo una prova di spessore sul piano della personalità e del gioco. Il primo punto da analizzare. Prima dell’1-0 di Mbappé, figlio del primo dei due errori, i nerazzurri hanno sfiorato due volte il vantaggio e messo paura alla casa Blanca, torchiata sul piano dell’aggressione e anche della qualità del gioco, almeno nei primi 45’. Parola ai numeri: l’Inter ha chiuso con 1,78 gol attesi, 21 conclusioni contro le 16 del Real, 11 angoli a 4 e soprattutto 621 passaggi a 353. Il manifesto di come Chivu abbia tenuto le redini del gioco. Due i singoli di cui parlare poi: la grande prova di Diouf, di fatto il “nuovo Dumfries” - almeno nel ruolo, per raggiungerlo gli manca trascinare l’Inter in finale di Champions a suon di gol decisivi… -, autore di un’ottima prova. E poi Carlos Augusto. Il jolly capace di tenere a bada il vecchio amico Denzel e pungere Courtois (il tutto dopo l’assist per Thuram contro il Napoli). Ha vinto il duello con l’olandese e ha dimostrato per l’ennesima volta che di lui ci si può fidare. Non male per uno che a 15 anni veniva preso in giro dai compagni. “A quell’età ero il più scarso dei miei amici”. Ma al Bernabeu ha segnato solo lui.
tre motivi per esserlo meno
—Note dolenti, ora. La prima tocca il grande spreco offensivo, una medaglia dai due volti. Da un lato c’è la capacità di riuscire a produrre sempre tanto - l’anno scorso l’Inter ha segnato 119 gol in 54 partite in tutte le competizioni, miglior attacco del campionato per distacco -, ma quest’anno sta avendo più difficoltà a concretizzare. S’è visto anche col Cagliari, partita vinta 1-0 con dozzine di occasioni. Al Bernabeu ha calciato 21 volte verso i pali di Courtois e l’ha impegnato a cadenza regolare con diversi giocatori: Calhanoglu su punizione, Diouf, Jones, Mkhitaryan, l’autogol sfiorato da Huijsen, Lautaro. La più classica delle leggi del gol, se sbagli troppo poi la paghi. Da qui la fragilità difensiva. Di Martinez s’è già parlato, ma fin qui l’Inter ha tenuto la porta inviolata solo contro il Cagliari, incassando quattro reti tra Monza, Napoli e Real Madrid. Aveva iniziato così anche la stagione scorsa (vedi i due gol con l’Udinese e i quattro con la Juve). L’ultimo appunto riguarda Petar Sucic, di nuogo inconcludente. Entrato al 60’ per garantire più palleggio, ha mostrato timidezza. Col Napoli era stato sostituito dopo 45’. Positivo l’ingresso di Stones invece, presentatosi con un tackle dei suoi su Vinicius. Darà più di una mano al reparto. Del resto, lui la Champions l’ha già vinta da titolare. Lautaro, Barella e soci se lo ricordano bene.
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