Gallinari: "Forse sono il più grande 'chissà se' della storia Nba. Avessi scelto i Clippers..."
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Gallinari: "Forse sono il più grande 'chissà se' della storia Nba. Avessi scelto i Clippers..."

Giovedì 10 settembre 2026
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Nell'intervista rilasciata a HoopsHype, Danilo Gallinari ha raccontato di come gli infortuni, in particolare la doppia rottura del legamento crociato anteriore sinistro, lo abbiano limitato nella sua carriera

Nell'intervista rilasciata a HoopsHype, Danilo Gallinari ha raccontato di come gli infortuni, in particolare la doppia rottura del legamento crociato anteriore sinistro, lo abbiano limitato nella sua carriera

Elena Cecchetto 10 settembre - 19:15 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

C’è una domanda che accompagna Danilo Gallinari quasi quanto i suoi 14 anni in Nba: cosa sarebbe successo se? Se non fosse arrivato l’infortunio alla schiena nella sua prima stagione a New York. Se il ginocchio non si fosse fermato proprio alla vigilia dei playoff del 2013, dopo una stagione da 57 vittorie con Denver. Se la carriera avesse seguito una traiettoria diversa dopo il trasferimento dai Knicks ai Nuggets. Se alcune scelte, soprattutto quelle nell’ultimo periodo, fossero state differenti. Il Gallo non ha bisogno di inventarsi un "what if", ne ha avuti abbastanza per una carriera intera. E oggi, guardandosi indietro, lo dice con una sincerità quasi disarmante: "Non lo so, probabilmente sono il più grande what-if guy nella storia del gioco, forse".

i rimpianti

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L’ex ala italiana ne ha parlato in un’intervista a HoopsHype, tornando anche sul trasferimento che nel 2011 lo portò lontano da New York nell’affare che coinvolse Carmelo Anthony. Non è però quella trade, spiega, a tormentarlo particolarmente. Ne parla ancora con amici, familiari e con i tifosi dei Knicks quando torna nella Grande Mela, ma il vero filo conduttore della sua carriera è un altro: gli infortuni. "È successo a me, purtroppo, più che a qualsiasi altro atleta probabilmente, per quanto riguarda gli stop. Ma non ci penso troppo". Eppure basta guardare alla sua storia per capire perché quella frase abbia un peso particolare.

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le rotture del CROCIATO

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Scelto con la sesta chiamata assoluta al Draft 2008, Gallinari arrivò nella Nba con addosso le aspettative di uno dei più interessanti talenti europei della sua generazione. A New York iniziò a mostrare il suo talento nonostante i problemi fisici, prima di diventare a Denver uno dei protagonisti di una squadra capace di chiudere la stagione 2012-13 con 57 vittorie. Poi, ancora una volta, il ginocchio. La rottura del crociato lo costrinse a saltare i playoff. I Nuggets uscirono al primo turno contro Golden State e, con il senno di poi, quello resta uno dei grandi "what if" della sua carriera. Gallinari ricorda che coach George Karl e il general manager Masai Ujiri gli attribuirono scherzosamente la colpa di quella stagione mancata: con lui in campo, la storia avrebbe potuto essere diversa. "Se non mi fossi fatto male, la stagione sarebbe andata diversamente", racconta il Gallo. Una frase semplice, ma dentro ci sono tutti i rimpianti di una storia che avrebbe potuto avere un capitolo ancora più importante.

il finale di carriera

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Nonostante tutto, Gallinari è riuscito a farsi strada in Nba. A Denver ha giocato accanto a un giovanissimo Nikola Jokic, riconoscendo subito il talento del serbo. "Sapevo sarebbe diventato un grande giocatore", racconta. "Non sapevo però che sarebbe diventato un tre volte Mvp". Poi è arrivato il finale di carriera, quello che Gallinari considera molto meno rappresentativo di ciò che avrebbe voluto. Washington e Detroit, due squadre in ricostruzione, il ruolo da centro ("non è la mia posizione, non l’ho mai giocato e non lo giocherò mai, nemmeno nei miei sogni") e infine Milwaukee. Proprio la scelta dei Bucks è diventata, a posteriori, il suo più grande rimpianto contrattuale. Gallinari aveva la possibilità di firmare un biennale con i Los Angeles Clippers, ma scelse Milwaukee per una stagione. "Probabilmente è stato il più grande errore che ho fatto", ammette. Non per una questione di soldi, ma per una scelta che, riguardando oggi il suo percorso, avrebbe probabilmente preferito prendere diversamente. Eppure il "what if" non cancella ciò che è stato, anzi, forse è proprio il paradosso della sua carriera: chiedersi cosa sarebbe potuto essere significa, inevitabilmente, dimenticare tutto quello che è riuscito a fare.

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