Come il baseball e la prodezza di un paisà diedero a New York la forza di esultare dopo l'11 settembre
Era il 21 settembre 2001, nella Grande Mela andava in scena il primo evento sportivo dopo gli attentati di 10 giorni prima. E l'home run di Mike Piazza, catcher dei Mets, ridiede forza a una città in ginocchio e ancora in lutto
Era il 21 settembre 2001, nella Grande Mela andava in scena il primo evento sportivo dopo gli attentati di 10 giorni prima. E l'home run di Mike Piazza, catcher dei Mets, ridiede forza a una città in ginocchio e ancora in lutto
Massimo Oriani Giornalista 11 settembre (modifica alle 15:39) - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleLa storia del baseball è piena di fuoricampo che hanno scritto pagine indelebili di questo sport. Da "The shot heard around the world" di Bobby Thomson che regalò il pennant ai New York Giants contro i Brooklyn Dodgers nel 1951, al numero 61 di Roger Maris nel 1961, quello che stabilì il nuovo primato stagionale superando i 60 di Babe Ruth, o all'home run di Joe Carter che chiuse gara-6 delle World Series '93 portando al trionfo ai Blue Jays sui Phillies. Potremmo andare avanti all'infinito. Ma ce n'è uno che spicca su tutti, non tanto per il valore intrinseco di quei punti segnati, ma per quello che ha significato per una città e una nazione: parliamo del fuoricampo di Mike Piazza nella sfida Mets-Braves allo Shea Stadium il 21 settembre 2001, dieci giorni dopo i tragici eventi dell'undici settembre.
VIDEO: Piazza: "Sono onorato e ottimista per il futuro"torri gemelle
—Era la prima partita che si giocava a New York da quel drammatico martedì mattina, quando due aerei si schiantarono contro le Torri Gemelle nell'attentato che cambiò la storia del mondo e il nostro modo di vivere. Atlanta era avanti 2-1 all'ottavo inning, quando al piatto si presentò il paisà Piazza. Di fronte aveva il pitcher Steve Karsay, con un corridore sulle basi. Il catcher dei Mets depositò il lancio sugli spalti in esterno sinistro, portando i Mets avanti 3-2, che fu poi anche il punteggio finale. Sino a quel momento l'atmosfera all'interno del vetusto Shea Stadium (abbattuto nel 2008) era mesta, austera. C'era come un senso di pudore nel non voler esultare per una cosa banale come una partita. Erano passati solo dieci giorni dalla morte di quasi 300o persone, la maggioranza delle quali newyorchesi. Quel fuoricampo fu come un gesto liberatorio. La vita doveva tornare alla normalità, e non era semplicemente questione di "the show must go on", ma di mandare un segnale forte a chi aveva cercato di distruggere il modus vivendi americano. "Siamo qui, ci sentite" sembrò urlare lo Shea.
newyorchese
—"Fu un'incredibile esplosione di emozioni - disse anni dopo Piazza - Era evidente che la gente voleva solo esultare per qualcosa". Quella partita ebbe un significato particolare anche per Karsay, pur trovandosi dalla parte sbagliata del fuoricampo. Il lanciatore era infatti cresciuto in un condominio a pochi minuti dallo Shea e dalla finestra della sua camera da letto poteva vedere sia lo stadio che le Torri Gemelle: "Essendo un newyorkese, poter giocare in quella partita fu un'esperienza carica di emozioni - raccontò - E' qualcosa che rimarrà impresso nella mia mente per il resto della mia vita, a prescindere da come andò a finire o dal ruolo che ebbi. Credo che quel momento abbia regalato ai tifosi allo stadio e alla città di New York un po' di tempo per distogliere il pensiero dal mondo esterno".
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