La figlia del pilota dell'11 settembre, suo marito e il capitano degli Yankees: la storia che commuove gli Usa
Venticinque anni dopo il giorno che ha cambiato il mondo, la figlia del capitano del volo United Airlines 175 è tornata allo Yankee Stadium insieme a suo marito, anch'egli figlio di una vittima dell'11 settembre
Venticinque anni dopo il giorno che ha cambiato il mondo, la figlia del capitano del volo United Airlines 175 è tornata allo Yankee Stadium insieme a suo marito, anch'egli figlio di una vittima dell'11 settembre
Filippo Conticello Giornalista 12 settembre - 18:46 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleVenticinque anni dopo Brielle Saracini è tornata sul mitico monte di lancio del Bronx, lì dove il baseball aveva cominciato a rimettere insieme i pezzi della sua esistenza in frantumi. Venerdì 11 settembre si è giocato un derby Yankees-Mets che nessuno negli States dimenticherà e per l’occasione allo Yankee Stadium i lanci iniziali, altamente simbolici, sono stati due. Uno lo ha fatto lei, ma accanto ha lanciato anche suo marito Sean McGuire. Ora hanno entrambi 35 anni, ma nel 2001 ne avevano dieci: non si conoscevano ancora, anche se le loro vite stavano per intrecciarsi nello stesso terribile momento. Il padre di Brielle, Victor Saracini, era il comandante dello United Airlines 175, l’aereo dirottato che alle 9.03 si schiantò contro la Torre Sud del World Trade Center. Patrick McGuire, il padre di Sean, era dentro quella stessa torre, all’84° piano, nel suo ufficio di Euro Brokers. Due bambini persero il padre nella stessa mattina e due anni dopo si sarebbero incontrati in un campo estivo creato per i figli delle vittime. Da lì è iniziata tutt’altra storia: nel 2017 si sono sposati e in una notte di emozione rara, nel giorno esatto del venticinquesimo anniversario dell’attentato, hanno lanciato insieme una pallina da baseball mai così pesante. Lei con la casacca Yankees, lui con quella dei Mets: sono le squadre del cuore di famiglia, dei genitori che non ci sono più e dei loro figli che ne conservano la memoria.
La chiamata di derek
—Il doppio lancio in quel monumento nazionale che è lo Yankee Stadium ha commosso tutti e ricordato la forza emotiva del baseball, sport capace di raccontare l’America fin nel profondo. Brielle è tornata al tempo in cui era solo una bambina di quinta elementare di Yardley, Pennsylvania: l’11 settembre 2001 si trovava a scuola e vedeva i compagni portati via dai genitori mentre arrivavano le notizie terribili da New York. Poi chiamarono lei nell’ufficio del preside: un’insegnante la accompagnò fuori assieme alla migliore amica dell’epoca e le spiegò che cosa stava succedendo. Papà Victor aveva 51 anni, era stato aviatore della Marina prima di entrare nell’aviazione civile: poche settimane prima aveva passato solo con lei un fine settimana sulla costa del New Jersey con tanto di giro in moto fino ad Atlantic City e passeggiata sulla spiaggia a raccogliere molluschi. Brielle amava trascrivere i testi delle canzoni e poi cantarle, mentre Victor la accompagnava con la chitarra: lo ha raccontato lei stessa al “National September 11 Memorial & Museum”. Nel dolore più nero quella bambina ha trovato rifugio e calore nello sport, precisamente nell’amato baseball, passatempo d’America e della famiglia Saracini. Come il papà, lei era pazza degli Yankees e ancora di più di Derek Jeter, capitano leggendario dell’epoca, per tutti esempio di dedizione e sacrificio. Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attentato, Brielle prese carta e penna e scrisse direttamente a Derek: gli raccontò che suo padre non c’era più perché era il pilota di uno degli aerei dirottati, che la sua famiglia era spezzata da quel dolore ma, soprattutto, che Victor non era mai riuscito a realizzare uno dei suoi sogni: incontrare proprio l’eroico numero 2 degli Yankees. La lettera arrivò davvero a Jeter, che non mandò indietro una foto autografata di rappresentanza come avrebbero fatto in tanti: prese il telefono e compose il numero che c’era nella lettera. Ellen, la madre di Brielle, ha ricordato anni dopo che, finita quella chiamata con il suo idolo, la figlia salì in camera e cominciò a cantare per la gioia. Era la prima volta che lo faceva dall’11 settembre.
la rinascita
—Il 26 settembre, quindici giorni dopo l’attentato, mamma Ellen si presentò allo Yankee Stadium con Brielle e l’altra figlia Kirsten su invito personale di Jeter: il campione le fece conoscere tutta la squadra durante il “batting practice”, doveva essere un incontro di pochi minuti ma diventò un pomeriggio intero passato insieme fino alla partita. Brielle ha poi raccontato al Memorial che stare lì, in mezzo a quei giocatori ammirati solo in tv, fu il primo vero momento di ritorno a una vita felice. Durante il match, nell’ottavo inning Jeter consegnò a Brielle e Kirsten un guanto da battuta, poi entrò nel box e fece come ogni sera il suo sudato lavoro: battuta valida, doppio lungo la linea di sinistra, vittoria per 5-1 contro Tampa Bay. Non finì con quel match, perché Derek è rimasto nella vita di Brielle in tutti gli anni a venire: la ragazza diventata donna andava a trovarlo regolarmente e dopo il Boston College entrò a lavorare proprio alla YES Network, la televisione degli Yankees. Nel 2013, poco dopo la laurea, un altro colpo di mazza: le venne diagnosticato un linfoma di Hodgkin al quarto stadio. Dopo la prima chemioterapia la malattia sembrava sconfitta, poi tornò a bussare improvvisamente: Jeter, che conosceva quel male anche perché sua sorella Sharlee ne era guarita, le lasciava continuamente messaggi, la aiutava ad avere fiducia fino alla vittoria della partita. Il capitano chiamò pure il 26 settembre 2013, esattamente dodici anni dopo il loro primo incontro allo Stadium, in una giornata simbolo per gli Yankees: quello stesso pomeriggio Jeter e Andy Pettitte, lanciatore straordinario dell’epoca, uscirono sul monte per togliere la pallina dalle mani di Mariano Rivera. Il più grande closer della storia giocava la sua ultima partita nel Bronx, emozione sommata ad altra emozione.
Derek Jeter abbraccia Brielle Saracini prima del simbolico lanciomarito e mets
—La storia di Sean correva parallela, figlia della stessa tragedia e sempre con il baseball come luce sullo sfondo. Suo padre Patrick McGuire aveva 40 anni, quattro figli: lavorava come money broker nel suo ufficio di Euro Brokers al World Trade Center. Dopo che il primo aereo aveva colpito la Torre Nord chiamò la moglie Danielle dicendole che stava uscendo, poi nell’edificio venne diffuso l’annuncio che la situazione era sotto controllo e che si poteva tornare negli uffici: decisione fatale. Anche nei racconti della famiglia McGuire si torna sempre al diamante: il papà accompagnava i figli alle partite di Little League, la passione sconfinata per i Mets legava tutti, soprattutto in quegli anni in cui i rivali cittadini dominavano.
la ricorrenza
—A far incontrare Brielle e Sean nel 2003 fu il Camp Better Days, in New Jersey: lo aveva fondato Amy Callahan, che l’11 settembre aveva perso il fidanzato e voleva mettere insieme i ragazzi che non avessero bisogno di spiegarsi l’un l’altro perché nella loro vita mancava un genitore. I due ragazzini giocavano contro a basket e a biliardo, passavano settimane insieme dentro allo stesso gruppo: prima erano amici, poi qualcosa cambiò fino al matrimonio datato 9 settembre 2017, ad Austin, due giorni prima del sedicesimo anniversario dell’attentato. Non avevano scelto quella data per la vicinanza all’11 settembre, ma all’epoca spopolava un hashtag assai simbolico: #TakeBackSeptember, riprendersi settembre, dimostrare che quello non era solo il mese del buio, ma poteva aprire alla speranza. È anche il mese amato dagli appassionati per l’inizio della postseason Mlb, la lega che più delle altre ha accompagnato la rinascita di New York e degli Stati Uniti dopo la ferita del 2001. Nel documentario di MLB Network per il venticinquesimo anniversario dal titolo “When America Took the Field” c’è anche la famiglia di Brielle e Sean a spiegare l’effetto balsamico di lanci e battute, fuoricampo ed eliminazioni. In una fotografia mostrata nel film si vede il viso di nuovo luminoso della ragazza due settimane dopo l’attacco, nel momento in cui aveva capito che Jeter aveva risposto davvero alla sua lettera. Assieme a lei e al marito, nel derby cittadino lo Yankee Stadium ha ricordato tutte le vittime con i poliziotti della NYPD (New York City Police Department), i vigili del fuoco della FDNY (Fire Department of the City of New York) e la Port Authority. C’erano anche gli ex Yankees del 2001 con il coach dell’epoca Joe Torre e una grande bandiera americana stesa sull’esterno. “Il baseball ha reso l’11 settembre meno duro per noi”, hanno detto, e ad ascoltarli non poteva mancare lui: Derek Jeter, da capitano, c’era sempre stato e sempre ci sarà.
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