Savicevic: "Senza calcio sarei stato un tagliagole. Potevo andare alla Juve ma al Milan devo tutto. E Berlusconi..."
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Savicevic: "Senza calcio sarei stato un tagliagole. Potevo andare alla Juve ma al Milan devo tutto. E Berlusconi..."

Lunedì 14 settembre 2026
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La leggenda dei rossoneri compie 60 anni: "Il mio idolo? Platini, ma quando l'ho incontrato sono rimasto in silenzio"

La leggenda dei rossoneri compie 60 anni: "Il mio idolo? Platini, ma quando l'ho incontrato sono rimasto in silenzio"

Germano Bovolenta Collaboratore 14 settembre - 07:32 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Il Genio ha 60 anni. Dejan Savicevic, detto anche Dejo, vive a Podgorica (ex Titograd), capitale del Montenegro. Sposato, divorziato nel 2000 da Vanja Brajovic. Ha due figli, Vladimir e Tamara, e quattro nipoti: Vladana, Dejan, Aleksandra e Jovan. E una nuova compagna, Jelena Babic. È stato il più grande calciatore della storia del Montenegro, da 20 anni è presidente della Federcalcio. Rieletto sette volte, questo è l’ultimo mandato: scade nel 2029.

Caro presidente Genio, siamo arrivati ai 60. Tutto bene? 

"Benissimo. Sono a Budva, nella mia casa al mare, qualche giro in barca, ma ho sempre molte cose da fare. Sai, impegni, programmi, contatti. Sono presidente volontario, non prendo un euro, il lavoro non manca e io per fortuna mi diverto ancora".

Una volta divertiva in campo. Dribbling, scatti, gol…

"Ho buoni ricordi, sono stato fortunato. Ho giocato in posti importanti, ho vinto anche due Coppe dei Campioni, con la Stella Rossa e con il Milan".

Nel Milan è diventato il Genio.

"Ma no, non ero un genio, ero solo un ottimo giocatore. Siete stati voi della Gazzetta a chiamarmi così. Forse perché facevo cose che gli altri non potevano fare, forse perché avevo più fantasia". 

Però le piace essere chiamato Genio. No?

"Sì sì, è simpatico, allegro e fa un po’ ridere. I miei amici e i miei compagni quando vogliono prendermi in giro mi chiamano Genio. In Italia tutti, ma è esagerato". 

Esagerato come il gol a Barcellona nel 1994? 

"Il più bello della mia vita. Il presidente Berlusconi la sera prima della finale mi disse: 'Dejan, se sei un genio dimostralo'. Mi è andata bene (ride). È stato tutto bello, l’inizio e la fine...". 

Da dove partiamo? 

"Ho cominciato a Podgorica. Mio padre era il capo della ferrovia, comandava 900 uomini".

Ma non riusciva a farsi obbedire dal figlio Dejo. È così?

"Abitavamo in una casa dietro la stazione. Mio fratello Goran voleva diventare macchinista. Poi ha fatto l’agente immobiliare. Io scappavo fra i binari e andavo a giocare in un campo pieno di pietre. Ho imparato lì a palleggiare. Ero un giovane bandito, avevo un futuro da tagliagole. Per fortuna sono diventato un giocatore, a 13 anni nell’Ofk Titograd". 

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La prima squadra del cuore... 

"Ci sono stato due anni. Giocavo per il gusto di giocare. Pochi soldi, ma non mi sono mai sentito così libero. Poi sono andato a Buducnost, che in serbo vuol dire Futuro". 

Debutto in A a 16 anni. I giornali scrivono: un fenomeno, un vero fantasista, ha piedi magici. Esagerati?

"Un po’. Non facevo molti gol, mi piacevano gli assist, era bello far segnare i compagni. Con il Buducnost sono arrivato in Nazionale. Avevo 20 anni, abbiamo battuto 4-0 la Turchia e io ho fatto il terzo gol. Nel 1988 sono andato alla Stella Rossa di Belgrado, campione della Jugoslavia".

E diventa subito il numero uno, "la stella della Stella". 

"Ma dai, ero solo un giocatore di una grandissima squadra. Molti campioni, mi facevano sentire bene. Mi amavano, ma anch’io ho amato tutte le mie squadre. Il Buducnost, la Stella Rossa, il Milan e il Rapid Vienna. Soprattutto la Stella Rossa, che resta la mia prima squadra di casa". 

E il Milan? 

"È sempre nel mio cuore. Sono arrivato nel 1992, dovevo andare alla Juve, poi alla Roma, poi al Monaco in Francia. Io ero alla Stella Rossa, stavo bene. Avevamo vinto la Coppa dei Campioni, battuto il Marsiglia a Bari". 

Inizio difficile con il Milan… 

"Sì, ho faticato per un anno e mezzo. È stata dura, avevo qualche problema fisico e davanti c’erano Gullit, Van Basten, Rijkaard, Papin. Ma ho scelto l’Italia perché era il campionato più bello del mondo e c’erano i giocatori migliori. Una buona scelta, in un’altra squadra non avrei vinto tanto e avuto la visibilità che mi ha dato il Milan. E poi i tifosi. Splendidi, appassionati. I loro cori erano la miglior carica. Fa molto piacere che la gente dopo più di vent’anni si ricordi di me. Ci sono quelli che mi dicono che ero come Platini. È bello". 

Era il Platini dei Balcani, Michel il suo idolo. Ma le piaceva così tanto? 

"Mi piacevano i fuoriclasse, gli uomini della fantasia. Ho amato soprattutto Maradona, e prima di lui Anto Mirocevic e Safet Susic: fantastici. Maradona non l’ho mai conosciuto personalmente, ci ho giocato contro ai Mondiali del 1990, a Firenze. Abbiamo perso ai rigori. Io ho fatto gol, Diego lo ha sbagliato. Anche se nel 1990 ero abbastanza conosciuto, rispetto a Maradona non ero nessuno. Lo guardavo con ammirazione. Ero innamorato anche di Platini, il mio giocatore ideale. Ma non ci siamo mai parlati. Una volta a Belgrado ho giocato contro la Francia. Sono entrato quando loro erano in vantaggio 2-1, ho fatto due cose, due passaggi e abbiamo vinto 3-2. Alla fine siamo usciti assieme e volevo parlargli, presentarmi, dirgli solamente: 'Ciao Michel, io sono Savicevic'. Ma non conoscevo il francese, parlavo solo slavo. E allora ho tirato dritto senza dirgli una parola. Eh, bei ricordi...". 

E questo Milan cosa le ricorda? 

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"Mmm... il mio era un altro Milan, eravamo sempre in finale di Champions. Di questo ho visto poco, solo spezzoni in tv. È giovane e fresco. Anche l’allenatore è giovane. Contro la Lazio ha avuto una bella reazione. Dobbiamo aspettarli con pazienza e accettare anche gli errori, fanno parte del calcio. Lo so, non c’è tempo, ma la qualità dovrebbe uscire, si metterà al pari con le altre. L’Inter purtroppo mi sembra più avanti. Ma la stagione è lunga e complicata per tutti. Aspettiamo. Io ho aspettato un anno e mezzo".

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