Tris Springboks sugli All Blacks: sono i sudafricani la superpotenza del rugby
La "Greatest Rivalry", serie fra le due squadre più forti del mondo, si è chiusa a Baltimora con un 43-28 per il 3-1 in favore dei sudafricani. Ma non sono pochi gli elementi che fanno sperare i neozelandesi in vista dei Mondiali del prossimo anno
La "Greatest Rivalry", serie fra le due squadre più forti del mondo, si è chiusa a Baltimora con un 43-28 per il 3-1 in favore dei sudafricani. Ma non sono pochi gli elementi che fanno sperare i neozelandesi in vista dei Mondiali del prossimo anno
Roberto Parretta 15 settembre - 17:09 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleIl conto è presto fatto: 3-1 per gli Springboks, All Blacks ancora troppo distanti. Il tour sudafricano ribattezzato come “La Rivalità più Grande”, che ha visto i neozelandesi girare il Sudafrica dal 7 agosto al 5 settembre, sfidando tutte le franchigie nazionali e per quattro volte i bicampioni del mondo in carica, si è concluso con il largo 43-28 di Baltimora, che ha consegnato il trofeo nelle mani di Siya Kolisi e compagni. La settimana supplementare negli Stati Uniti, organizzata più che altro e come accade ormai da anni per esigenze commerciali, in vista dei Mondiali del 2031, si è conclusa con un nuovo record di affluenza per una partita di rugby su suolo stelle e strisce: 68.173 spettatori. Non c’è stato il sold out (l’M&T Bank Stadium ne può ospitare 70000), ma è stato battuto il record dei 62300 del Soldier Field di Chicago per Irlanda-All Blacks del 2016. La serie si era aperta con una vittoria degli All Blacks per 33-16 a Johannesburg, seguita però poi dalle due repliche sudafricane (33-26 a Città del Capo e 29-24 a Soweto).
ispirazione
—Al di la dei risultati, dei margini, dei singoli, c’è un elemento che emerge pesantissimo: il payoff della serie non è risultato assolutamente improprio. Oggi al mondo non esistono due squadre in grado di giocare al livello di Springboks e All Blacks. Rassie Erasmus ha invece festeggiato nel migliore dei modi a Baltimora i 100 test alla guida degli Springboks (74 vittorie). Al di la dei meriti tattici del coach e di quelli tecnici, decisivi, dei giocatori (basti pensare al mondo in cui Kurt-Lee Arendse ha incenerito da solo la difesa degli All Blacks con 70 metri impressionanti di corsa, cambi di direzione e di passo, segnando la meta che di fatto ha deciso la partita di Baltimora), c’è una spiegazione ancor più profonda nel modo in cui gli Springboks hanno preso coscienza e impresso una svolta decisiva alla loro storia. E l’ha spiegata il capitano Kolisi: “Rassie è arrivato con un piano su come cambiare le cose per il futuro. Credo che all'epoca la nostra mentalità non fosse delle migliori: lui ci ha ricordato quanto sia importante questa squadra, quanto sia forte e cosa avessimo realizzato in passato. Sono i singoli a far funzionare la squadra. Lui ha trasformato un gruppo di sudafricani provenienti da realtà diverse in un'unica entità concentrata su un solo obiettivo. Ognuno di noi era arrivato con i propri traguardi personali e desideri differenti: pensate che nella nostra squadra si parlano undici lingue. Il nostro obiettivo principale era rendere orgogliosi gli Springboks e il popolo sudafricano. Lui è stato onesto e diretto con il suo staff tecnico riguardo alla strada da percorrere e alle modalità d’azione, ci ha sostenuti, ha creduto in noi e ha lottato per noi: è proprio questo che ci ha spinti a voler giocare per lui. Stiamo cercando di crescere e migliorare, lavorando sui nostri standard interni di gruppo per continuare a progredire. Non possiamo accontentarci né restare immobili, altrimenti gli altri finirebbero per raggiungerci”. Se della devastante potenza di mischia e panchina si è ormai detto tutto da anni, l’arrivo del neozelandese Tony Brown come allenatore dell'attacco nel 2024 ha evidenziato l'ambizione del Sudafrica di dominare in ogni aspetto del gioco: l’ex capo allenatore degli Highlanders, che si unirà agli All Blacks nel 2028, è noto per la capacità di creare un assetto offensivo coeso, basato su una circolazione di palla rapida e precisa. Tuttavia, dopo aver subito più mete rispetto agli avversari nei primi due test, gli Springboks hanno puntato tutto sulla loro arma vincente, la potenza del pacchetto di mischia, fondamentale per i due titoli mondiali consecutivi, per evitare che si ripetesse la sconfitta subita in casa contro la Nuova Zelanda nella serie del 1996. Ci sono poi appunto i singoli. Nel Sudafrica di Erasmus quello dell’apertura è un ruolo importante, ma non fondamentale. Come dimostrano Sacha Mngomezulu (titolare in tutti e quattro i test per l’infortunio di Handre Pollard) e Manie Libbock, non certo i due mediani di apertura tra i più forti al mondo, a volte geniali, molto spesso incostanti. Per il resto, a fronte di un’ampia possibilità di scelta fra i giovani, per Rassie Erasmus continuano a essere inamovibili i vari Malcolm Marx (32 anni), Eben Etzebeth (34), Pieter-Steph du Toit (34), Siya Kolisi (35), Damian de Allende (34) e Cheslin Kolbe (32). Con questi ingredienti sognare un clamoroso tris iridato fra un anno in Australia è possibile.
lavori in corso
—Non c’è malumore in casa All Blacks, anche se due sentimenti si scontrano: da una parte l’inevitabile senso di inferiorità vista la modalità delle tre sconfitte, ma dall’altra c’è la convinzione di avere intrapreso la strada giusta e di avere allargato la rosa dei giocatori in vista dei Mondiali del prossimo anno. Anche se l’ultimo test di Baltimora, con Richie Mounga richiamato in campo dopo 3 anni di assenza, ha aperto un enorme punto interrogativo: è davvero lui il playmaker ideale per lo stile di gioco impostato da Rennie? Con l’inatteso addio dell’ex c.t Scott Robertson, il capitolo sembrava finalmente chiuso: per altro Mounga, ormai trasferito in Giappone, non giocava in nazionale dalla finale iridata del 2023. A fronte di statistiche che ai Crusaders lo dipingevano come il miglior numero 10 della storia, Mounga in maglia All Blacks non ha di certo impresso svolte. È incredibile come si possa paragonare anche lontanamente il suo impatto a quello di una leggenda come Dan Carter o come lo si sia potuto mettere in competizione con un genio come Beauden Barrett. I fatti dicono che Mounga sarà anche un ottimo playmaker, ma non ha niente a che fare con lo stile che gli All Blacks vogliono imporre. E la pessima partita giocata a Baltimora si spera possa aver messo fine anche a questo insano tentativo di riproporlo all’apertura. Ruben Love non avrà convinto fino in fondo, ma è pur sempre alle prime uscite e appare al momento l’uomo sul quale insistere, magari offrendogli come supporto, e non come rivali, Beauden Barrett o Damian McKenzie. A Baltimora gli All Blacks sono scesi in campo senza gli infortunati Ardie Savea, Luke Jacobson e Quinn Tupaea, tre uomini chiave: la rosa delle scelte è ancora molto distante rispetto a quella sconfinata degli Springboks, ma Rennie è convinto di avere preso la strada giusta: “Fino a 15 minuti dalla fine eravamo pienamente in partita, il che dimostra che la squadra c’è, i giocatori ci sono. Certo, non basta, ma quando 5 mesi fa ho assunto l’incarico, sapevo che sarebbe stato un tour fantastico e duro, ma che ci avrebbe permesso di assimilare e capire il nuovo stile di gioco e formare un gruppo ancora più coeso”. Tra le novità più interessanti, va segnalato il mediano di mischia Kyle Preston, dei Crusaders. L’infortunio di Cortez Ratima gli ha offerto una chance a Baltimora come riserva di Cam Roigard, ma Rennie lo aveva utilizzato anche in tutti gli altri test giocati con le franchigie sudafricane. “Ha mostrato grande consistenza e si adatta perfettamente al nostro gioco”, ha sentienziato il c.t. neozelandese. A preoccupare è invece il reparto dei centri, con Anton Lienert-Brown, richiamato titolare a rimpiazzare Tupaea, decisamente fuori contesto. Alti e bassi invece in mischia: se si pensa al disastro del primo match, completamente schiantati dai sudafricani per oltre un’ora, Ethan de Groot, Codie Taylor, Fletcher Newell hanno mostrato poi, seppur sempre in sofferenza, grande capacità di reazione e di adattamento. Il punto fondamentale è che tutto il pacchetto degli avanti, anche se con diverse alternative di qualità, non potrà mai competere con la disponibilità che ha in panchina Erasmus. Non può nessuno al mondo oggi. È per questo che gli All Blacks hanno impostato i quattro test provando e rischiando sempre, perché, è un semplice dato statistico, avendo meno palloni a disposizione dalle fasi statiche, avrebbero dovuto sfruttare al massimo le occasioni accendendo i trequarti e le loro inimitabili mani. Hanno segnato mete davvero spettacolari, ma anche da quel punto di vista il Sudafrica non è stato da meno. Se c’è un punto sul quale invece si può dire che la squadra di Rennie abbia instillato un dubbio nei sudafricani, si è visto proprio a Baltimora, individuando la chiave per superare la “rush defence” sudafricana, anche se non è bastato. Sistemandosi su tre linee (4-1-3), attiravano la pressione della linea difensiva degli Springboks sul gruppo di avanti di fronte a loro, per poi spostare il pallone alle spalle di quel blocco, mentre Will Jordan tagliava verso l'interno dalla sua ala per inserirsi come uomo in più nel canale del numero 13. In questo modo, più aggressiva era la salita del Sudafrica verso il primo blocco, più si trovavano in ritardo rispetto al pallone una volta che questo veniva spostato altrove, costringendo un secondo difensore a dover intervenire in extremis. Peccato che a orchestrare il tutto ci fosse Mounga e non Barrett.
il ranking
—C’è infine il capitolo relativo al ranking. Il Sudafrica ha ovviamente consolidato il suo primato con 95,09 punti, ma con significativi miglioramenti. Prima della serie, gli Springboks comandavano con un cuscinetto di appena 1,68 punti sugli All Blacks, diventati poi 2,44 prima del test di Baltimora e poi 3,95 nella classifica pubblicata da World Rugby dopo la partita: il margine più ampio dal luglio di due anni fa. Ma il punto esclamativo sta proprio nella nuova quota toccata dalla squadra di Erasmus: mai nelle 10 distinte occasioni in cui ha occupato la vetta del ranking (introdotto 23 anni fa) aveva superato la soglia dei 95. Nemmeno dopo i tre titoli Mondiali di 2007 (90,82), 2019 (94,20) e 2023 (94,54), ne durante la storica record di 98 settimane consecutive al comando, tra il novembre 2019 e il settembre 2021. C’erano andati vicinissimi nel luglio 2024, quando dopo avere sconfitto l’Irlanda a Pretoria salirono a 94,86, ma poi persero il secondo test a Durban per 24-25. Il ranking può essere preso anche come riferimento che sottolinea ancora di più il successo della gestione di Erasmus: prima che ne prendesse la guida a giugno 2018 nella sfida con il Galles (sempre negli Usa), il Sudafrica languiva al settimo posto con appena 82,78 punti.
Leggi anche Sudafrica, che riscatto: All Blacks sconfitti 33-26 e serie sull'1-1Il Tour in Sudafrica inizia con lo show degli All Blacks: Springboks piegati 33-16 a Johannesburg© RIPRODUZIONE RISERVATA