Montali: "Italia, devi gestire bene la paura: nel 2005 ci aiutò a vincere. Lavia mi ricorda Bernardi"
L'ex ct della Nazionale è l'unico ad aver vinto l'Europeo in casa: "La squadra di De Giorgi deve isolarsi. La spinta del pubblico è un plus, ma può produrre l'effetto contrario"
L'ex ct della Nazionale è l'unico ad aver vinto l'Europeo in casa: "La squadra di De Giorgi deve isolarsi. La spinta del pubblico è un plus, ma può produrre l'effetto contrario"
dalla nostra inviata Rebecca Saibene 16 settembre - 10:00 - MODENA Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google"Non voglio nessuno sulla mia scialuppa che non abbia paura di Moby Dick". Per spiegare come si vince un Europeo in casa, Gian Paolo Montali parte da Melville. Dalla paura, la più primordiale delle emozioni. Non quella che "attanaglia e taglia le gambe", ma quella che tiene svegli, accesi, pronti. Ventuno anni fa accompagnò la sua Italia, campione in carica, fino all’oro di Roma, l’unico mai conquistato dalla Nazionale maschile davanti al proprio pubblico tra Mondiali ed Europei. Oggi, secondo l’ex ct, proprio la paura può essere l’arma vincente per gli azzurri di Fefè De Giorgi.
Montali, nell’Europeo vinto a Roma nel 2005 quanto fu difficile gestire quella pressione?
"La cosa difficile nello sport non è vincere una volta, ma continuare a vincere. Noi venivamo dall’oro all’Europeo del 2003 a Berlino e ci ritrovammo due anni dopo a giocare in casa, da favoriti, dopo una bruttissima World League. C’era preoccupazione, la finale era a Roma davanti a 15 mila persone. La spinta del pubblico è un plus, ma può produrre l’effetto contrario quando le cose non funzionano. La paura ci aiutò moltissimo: ci tenne accesi, svegli. Non ci interessava quello che si diceva fuori, ci isolammo pensando a una partita alla volta e alla cosa giusta da fare in quel momento".
Nella finale contro la Russia, di paura ce ne fu: dopo aver vinto il primo set perdeste 25-14 e 25-15 i due successivi. Come riuscì a riprendere la squadra?
"La nostra forza fu proprio il concetto di squadra che avevamo chiaro fin dall’inizio. La mattina dopo non ero ancora andato a dormire, avevo girato tutta la notte per Roma a festeggiare, quando alle 7.30 mi chiamò il presidente della Repubblica, Ciampi. Mi chiese di spiegargli una frase che avevo detto a caldo in tv: 'Ha vinto la squadra, non il gruppo'. Il concetto era proprio quello: ognuno sapeva esattamente cosa fare, come e quando farlo. La paura era stata veicolata nel modo corretto, non era quella che ti attanaglia e ti taglia le gambe".
Una squadra che lei prima dell’Europeo aveva rivoluzionato.
"Non bisogna aver paura di cambiare, ma di rimanere uguali. Il nostro avversario principale era la Russia, che allora era una vera potenza, e sapevo che avremmo dovuto apportare dei cambiamenti. Chiamai anche Matej Cernic, che non era titolare nel suo club e veniva da un infortunio: giocò gli ultimi set della finale e fu decisivo nel tie-break. Io non ho mai formato una squadra con i migliori giocatori del campionato, ma la migliore squadra con i giocatori migliori per fare una squadra. Ed è una cosa estremamente diversa".
E proprio De Giorgi ha un legame particolare con il suo Europeo del 2005.
"C’è una cosa particolare che magari è sfuggita: quando ho vinto l’oro a Roma, il telecronista della partita era Fefè De Giorgi. Mi ricordo ancora le sue urla negli ultimi punti. Quindi c’è questo trait d’union".
Ha parlato di giovani interessanti: Mati è solo l’ultimo dei tanti integrati negli anni al gruppo da De Giorgi.
"Il mondo della pallavolo, al contrario di quello del calcio, ha il coraggio di osare con i giovani e di farli giocare nei club. Così a 18 o 20 anni hanno già tante partite ad altissimo livello e sono pronti per la Nazionale. Lo vediamo sia nel maschile sia nel femminile. Il talento giocherà sempre, ma servono apertura mentale e il coraggio di rischiare: quando un giocatore ha talento deve giocare, anche se è giovane".
VIDEO: "Dobbiamo essere come la Brignone”: De Giorgi e Velasco presentano la stagione azzurraÈ una delle ragioni del momento che sta vivendo tutto il movimento italiano?
"Quando ci sono i giovani li fanno crescere, li fanno giocare e questo fa la differenza. Non c’è un movimento in Italia, di qualunque altra disciplina, paragonabile a quello della pallavolo. Ci sono sport individuali che vanno bene, certo, ma quello che ha adesso la Federazione Italiana Pallavolo, con due squadre di questo livello, forse nella storia non lo abbiamo mai avuto nel nostro Paese".
Che ruolo ha oggi la pallavolo nella sua vita?
"Per me la pallavolo è stata tutto. È quello che mi ha fatto decidere inizialmente di fare questa professione e io sono molto grato alla pallavolo, perché poi mi è servita successivamente. A un certo punto sono passato al calcio e ho deciso di cambiare completamente. Io sono attratto dalle cose che non so fare. Quando imparo a fare una cosa, cambio: io sono il cambiamento che cammina".
E oggi riesce ancora a seguirla?
"Sono vent’anni che non entro in un palazzetto, non vado a vedere partite, perché sennò sto male. Però vedo tutto, seguo tutto e so tutto".
Che cosa della pallavolo si è portato nella sua seconda vita da manager?
"Quando sono passato a fare il manager, il direttore generale, l’amministratore delegato, il concetto di governance delle persone e delle organizzazioni è stato anche il frutto dell’esperienza che mi ha dato la pallavolo. È uno sport straordinario: ha il maggior numero di giocatori per metro quadrato e quindi la collaborazione tra le persone gioca un ruolo decisivo. Dopo ogni punto i giocatori ruotano e cambia la zona di conflitto. La comunicazione, il dialogo, il sapere esattamente cosa fare, come farlo e quando farlo: secondo me è la massima espressione della governance delle persone e delle organizzazioni".
C’è anche una rete che impedisce il contatto fisico.
"È una cosa che mi ha sempre attratto e che mi è servita soprattutto nelle relazioni da manager e da direttore in settori diversi. Devi prevalere sull’avversario non con il contatto fisico e con la forza, ma attraverso la strategia, la tattica, il rigore, la disciplina, l’organizzazione e il dialogo. È uno sport che mi è rimasto dentro e ovunque vada a lavorare mi porto dietro questo mio retaggio".
E poi c’è il concetto di responsabilità.
"Nella pallavolo c’è una parola che è vietata: 'tua'. C’è solo una parola che vale, che è 'mia'. Quindi è assunzione di responsabilità. Questo mi è servito moltissimo e me lo sto ancora portando dentro, qualunque cosa faccia. Anche nell’esperienza che sto facendo adesso cerco di far capire alle persone che non ci sono scuse: bisogna assumersi la responsabilità di quello che si fa".
Qual è questa nuova esperienza?
"Adesso sono direttore generale della Technogym Business School. Anche in questo caso mi sto portando dietro il retaggio delle mie esperienze. Sto creando la prima business school al mondo sul wellness e sull’healthness per creare nuove figure professionali, dal wellness manager all’healthness doctor. Sto costruendo di nuovo qualcosa di nuovo, un nuovo progetto".
Oggi è più difficile reggere la pressione rispetto al 2005?
"È alta uguale, forse maggiore, perché oggi c’è un’attenzione mediatica straordinaria sulla pallavolo. La squadra di De Giorgi deve isolarsi e concentrarsi solo sulle cose giuste da fare in campo. E soprattutto, gestire bene la paura".
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