Albertini: "Litigai con Ancelotti, a Barcellona trattato da re. E quando Messi mi riconobbe e io... No!"
La Gazzetta dello Sport

Albertini: "Litigai con Ancelotti, a Barcellona trattato da re. E quando Messi mi riconobbe e io... No!"

Lunedì 9 febbraio 2026
4 visualizzazioni

L'ex centrocampista, oggi dirigente per la Federazione, si racconta. "Ho cercato di far vedere l’uomo, oltre che il giocatore. Nella finale di Usa '94 c'era chi si nascondeva per calciare il rigore, erano un giocatore del Milan e uno dell'Inter"

L'ex centrocampista, oggi dirigente per la Federazione, si racconta. "Ho cercato di far vedere l’uomo, oltre che il giocatore. Nella finale di Usa '94 c'era chi si nascondeva per calciare il rigore, erano un giocatore del Milan e uno dell'Inter"

Lorenzo Cascini Giornalista 9 febbraio - 09:27 - MILANO

Demetrio Albertini sembra aver vissuto dieci vite in una. Sempre in movimento, con le idee come stella polare del percorso. “Stare fermo non mi riesce proprio”. Lo ha fatto da calciatore, al Milan e al Barcellona soprattutto, poi da dirigente per la Federazione. “Ho cercato di far vedere l’uomo, oltre che il giocatore. E penso di aver lasciato il segno in ogni piazza in cui ho giocato. Umanamente, ancor prima che in campo”. Durante la chiacchierata si perde nei ricordi. Gli inizi al Milan, le litigate, le notti magiche, le vittorie, le sconfitte.

Albertini, partiamo dall’inizio. Il suo viaggio parte dal l’oratorio. Ricordi?

“Sono stati anni belli, formativi. Mi hanno permesso di crescere nel modo giusto: un pallone, tanta spensieratezza e un grande senso di comunità”.

A proposito di crescita, quanto ha influito nella sua vita avere un fratello sacerdote? 

“È un punto di riferimento della mia vita, ma non cambia nulla. Lui è una persona splendida, indipendentemente dalla religione. Forse è diversa solo la percezione che si ha dall’esterno”.

Da lì al Milan. Tutta la trafila delle giovanili, poi il raccattapalle a San Siro. Come quel giorno in cui fu immortalato nello stacco di Hateley su Collovati.

“Fu un caso, ma fa parte di una serie di memorie che ho collezionato in tantissimi anni di Milan. Sono arrivato che avevo 11 anni e sono andato via a trentuno. Ho vissuto un’epoca gloriosa, è stato un periodo fantastico della mia vita”.

Fu Sacchi a lanciarla in A. Aveva 17 anni, era un giovane di belle speranze. 

“Di quel giorno ricordo tutto e niente, un saliscendi d’emozioni. Di Sacchi mi porto l’essere maniacale. A volte, quando aveva un momento libero, mi prendeva da parte e mi parlava di tattica, schemi, movimenti, spostava pedine sulla lavagnetta: era iperattivo, spinto da una passione rara”.

Con Capello, invece, arrivò la consacrazione.

“Dico sempre che esordire in Serie A è un conto, restare per oltre quindici anni ad alti livelli è la vera sfida. Di Fabio ricordo i rapporti fantastici con i calciatori, aveva un’empatia unica… pur non essendo un chiacchierone”.

È vero che disse ad Ancelotti ‘non allenerò mai per non diventare come lei?’

“Partiamo dal presupposto che io ho discusso con tutti gli allenatori che ho avuto, penso sia un record. Con Carlo sì, litigammo, e mi uscì una frase molto forte. Ma poi è tutto rientrato, abbiamo un rapporto ottimo e lo stimo tantissimo come tecnico". 

In carriera ho discusso con tutti gli allenatori, un record. Con Carlo mi uscì una frase molto forte, ma rientrò tutto subito"

Demetrio Albertini

Capitolo ricordi. Lei in carriera ha vinto tantissimo. Cinque scudetti, tre Champions, due Supercoppe Europee, due Intercontinentali, una Liga e via dicendo. Il momento più bello?

“Difficile sceglierne uno, ma se proprio devo dico la finale di Atene del ‘94. Fu un anno strepitoso e quella la partita perfetta. Doppietta di Massaro, gol del genio Savicevic e del mio amico Desailly. Io e Marcel formavamo una grande coppia”.

Il più brutto?

“L’Europeo del 2000. Perdemmo all’ultimo, al Golden gol e forse ebbi la sensazione che sarebbe stata l’ultima vera occasione di vincere in azzurro. Vederla sfumare così mi ha fatto male…”

Un’altra ferita è sicuramente la finale dei mondiali americani del ‘94. Dove lei, tra l’altro, segnò uno dei cinque rigori.

“Sì, perdere una finale dei mondiali in quel modo è stato tremendo. Però, sa, avevo 22 anni e tutta la carriera davanti. Avevo l’incoscienza e la spensieratezza del più giovane del gruppo. Ricordo che Sacchi mi chiese me la sentissi di calciare e io andai senza pensare. Mentre c’era chi si nascondeva dietro alla panchina pur di non calciare. Non dirò mai i nomi, ma giocavano uno nel Milan e l’altro nell’Inter…”

A proposito di tronfi e sconfitte. Mica male chiudere la carriera vincendo con il Barcellona…

“Mi chiamò Rijkaard, mio compagno al Milan, e mi disse che aveva bisogno di un uomo spogliatoio. Io andai di corsa. A Barcellona sono stato trattato da re. Credo che più che il calciatore sia emerso l’uomo. Pensi che una volta sono tornato con Baggio a Barcellona e lui, vedendo l’affetto della gente, mi disse: 'Demetrio ma quanti anni sei stato qui?'

Il primo giorno, insieme al presidente Laporta, la accolse Messi.

“Mi vergogno un po’ a dirlo, ma non lo conoscevo. Era appena tornato dal mondiale U20 vinto con l’Argentina. Joan ci presentò. Lui, invece, sapeva tutto. ‘Sei Albertini, centrocampista del grande Milan’. Io invece non sapevo chi fosse. Mi sono bastati due allenamenti per capire che era un marziano. E in quella squadra c’erano Ronaldinho, Eto’o e compagnia”.

Non conoscevo Messi, mi vergogno anche un po' a dirlo. Lui, invece, sapeva tutto. ‘Sei Albertini, centrocampista del grande Milan’" 

Demetrio Albertini su Messi

Del rapporto con gli allenatori ci ha già detto. Mentre con i presidenti come è stato?

“Fantastico. Sia con Berlusconi sia con Bartomeu e Laporta. Josep è anche un amico, venne a Villa Raverio quando morì mio padre. Non voleva mancare al funerale. È stato un gesto che non dimenticherò”.

In chiusura, la sua partita d’addio riempì San Siro. Era il 15 marzo 2006, 45mila persone sugli spalti. Una gara a metà tra leggende del Milan e del Barca. Un paio di flash?

Gazzetta digital + Box Panini + Album a soli 80€, il modo più veloce e conveniente per completare la collezione!

“C’è anche un retroscena. Laporta mi chiese di farla al Camp Nou, io chiamai Galliani e chiesi di trovare un accordo per giocarla invece a San Siro. E la facemmo lì alla fine. C’erano 8 palloni d’oro in campo, ricordo che Van Basten in campo era stupito. ‘Solo tu potevi raggruppare tutte queste leggende, ci hai fatto vivere una serata magica’. Lui venne da Rotterdam.. e voleva vincere anche lì. In panchina c’era Capello, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. E quando fece gol Marco venne giù lo stadio. In tribuna c’erano papà che spiegavano ai figli che quella squadra aveva segnato la storia. La loro, del Milan, ma in fondo anche la nostra”.

Leggi anche L'impatto di Chivu, il Mondiale di Dimarco e... i cambi: Sassuolo-Inter, le reazioni dei tifosiPaura-Flamengo: Souza colpito da un attacco epilettico al Maracana

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi questo articolo