Calvarese e il nuovo corso arbitrale: "Tecnica, studio e tanto fiato. Compito molto duro"
Più decisioni sul campo, meno delega, il Var non toglie più responsabilità. La linea da seguire non muta anche quando si sbaglia. Meno fischi e gioco più continuo significano più impegno fisico
Più decisioni sul campo, meno delega, il Var non toglie più responsabilità. La linea da seguire non muta anche quando si sbaglia. Meno fischi e gioco più continuo significano più impegno fisico
Gianpaolo Calvarese 30 settembre - 08:01 - MILANO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google Gianpaolo Calvarese, 51 anni, ha diretto 157 partite in A 13 stagioniCon Orsato arbitrare è diventato più facile o più difficile? Le prime cinque giornate di campionato e gli incontri con allenatori e giornalisti hanno riportato al centro il tema del nuovo corso arbitrale. La sensazione è che oggi arbitrare sia più difficile, ma anche che agli arbitri vengano forniti strumenti più chiari per affrontare questa maggiore complessità. Il primo punto riguarda la centralità dell’arbitro. Renderlo di nuovo il “man in the middle” significa chiedergli di tornare a decidere, soprattutto sotto pressione. Negli ultimi anni il Var aveva talvolta dato l’impressione di avocare a sé parte di questa responsabilità. La linea Uefa e quella di Orsato vanno nella direzione opposta: più decisioni sul campo, meno delega. Ma questo alza inevitabilmente il livello richiesto. Decidere sotto stress è ciò che contraddistingue davvero un arbitro e rende ancora più importante la preparazione tecnica.
VIDEO: Orsato: "Non mi aspettavo errori così superficiali, ma siamo soddisfatti"livello alto
—La tecnica, infatti, resta la base di tutto. A certi livelli non bastano formule semplici o associazioni automatiche: "Ci sono due mani, quindi è fallo". L’arbitraggio è molto più complesso. È fatto di dettagli, studio, letture, sensibilità, posizione, timing, attitudine. Non è un’approssimazione al decimale, ma a molte cifre dopo la virgola. Più si alza il livello, più ogni dettaglio pesa. Il secondo aspetto riguarda soprattutto gli arbitri emergenti, i “bambini” come li chiama Orsato, che non conoscono ancora tutte le dinamiche della Serie A e devono crescere fino ad affrontare le partite di massima difficoltà. In questo percorso avere linee guida chiare è fondamentale. Confrontandomi nei giorni scorsi con alcuni ex calciatori di Serie A, emergeva proprio questa sensazione: oggi gli arbitri, anche quando sbagliano, sembrano avere maggiore consapevolezza della linea da seguire.
preparazione fisica
—Gli errori, naturalmente, restano. In queste prime giornate può essere mancato qualche rigore o qualche intervento Var, ma finora non si sono visti “rigorini” né revisioni per episodi minimi. È il segno di una soglia più alta e, soprattutto, riconoscibile. Il terzo aspetto è fisico. Si gioca di più, sia per la volontà di lasciare maggiore continuità sia per l’applicazione delle nuove norme. Meno pause significa maggiore dispendio: servono arbitri capaci di mantenere lucidità e intensità anche negli ultimi minuti. La tensione porta già il sistema cardiovascolare a lavorare su livelli molto alti; se aumentano ritmo e continuità, cresce anche la fatica. E la fatica produce errori, negli arbitri come nei calciatori. Johann Cruijff diceva che senza errori non esisterebbe il gol: allo stesso modo, più la partita diventa intensa, più aumenta la difficoltà di decidere bene fino alla fine. Per questo il nuovo corso inaugurato quest’anno rende l’arbitraggio più esigente. Più centralità, più responsabilità, più ritmo. Ma anche più chiarezza nelle direttive. E, soprattutto, un ritorno necessario alla preparazione e formazione tecnica come primo vero strumento a disposizione dell’arbitro.
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