Menez: "Montella mi cacciò dal Milan, dissi no a Ferguson e Conte. E quella volta che rubai un motorino..."
L’ex talento di Roma e Milan si racconta: "Avevo tutto per fare di più, ma il mio carattere mi ha limitato: vivevo d'istinto e odiavo le ingiustizie"
L’ex talento di Roma e Milan si racconta: "Avevo tutto per fare di più, ma il mio carattere mi ha limitato: vivevo d'istinto e odiavo le ingiustizie"
Francesco Albanesi 1 ottobre - 08:48 - MILANO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleDefinirlo un genio sregolato è forse eccessivo, ma se non fosse stato per quel carattere da ribelle, probabilmente tutto quel talento avrebbe fatto più strada. Jeremy Menez resta uno dei grandi “what if” del calcio. In Italia ha deliziato con le maglie di Roma e Milan, segnando con un tacco al Parma uno dei gol più geniali della Serie A. La sua storia è un inno alla forza e alla voglia di crederci sempre: è cresciuto nelle banlieue di Parigi con pochi soldi e, una volta, arrivò persino a rubare un motorino a un fattorino delle pizze. “Vivevo così la vita, d’istinto. Facevo quello che mi passava per la testa e odiavo le ingiustizie”. Con gli allenatori, spesso e volentieri, volavano scintille (“Montella mi cacciò dal Milan”), mentre la gestione della rabbia è stata per anni il suo peggior nemico. Ha rifiutato la Juventus di Conte e lo United di Ferguson, ha dovuto fare i conti con una schiena fragile e una carriera che, forse, avrebbe potuto regalargli ancora di più. A 39 anni Menez è felice, ha famiglia e ti risponde da Parigi con la maglia del Psg.
VIDEO: Menez su Mbappé: "Mi sarebbe piaciuto vederlo con la maglia del Real Madrid"Jeremy, di cosa si occupa oggi?
“Lavoro con Dazn Francia da due anni. Hanno i diritti del campionato italiano, quindi seguiamo le grandi partite in diretta. Faccio anche l’ambasciatore del Psg”.
La diverte ancora la Serie A?
“Negli anni ha perso un po’ di appeal. Adesso, però, la trovo più affascinante. Ci sono allenatori nuovi, giovani e giocatori importanti”.
In quale squadra si vedrebbe oggi?
“Nel Como e nella Roma. Giocano molto bene e hanno identità forti. Fabregas, poi, è uno degli allenatori più talentuosi”.
Che anni ha vissuto a Roma?
“Mi sono divertito come un matto. Non era facile arrivare con uno spogliatoio così importante, ma per me era casa. Ho solo bei ricordi. Quest’anno la Roma è da scudetto: Gasp è un genio”.
Con Spalletti che rapporto aveva?
“Mi ha valorizzato tanto, però era duro con me. Conosceva il mio carattere e, a volte, mi faceva fare esercizi extra per mezz’ora alla fine dell’allenamento”.
Giocatori alla Menez se ne vedono pochi in Italia, oggi.
“Vero. Nel Milan di Amorim, per esempio, manca fantasia. È un limite. Ma non riguarda solo l’Italia: anche nel calcio in generale si sono un po’ persi i giocatori creativi”.
Per chi stravede?
“Lamine Yamal e Nico Paz”.
Passiamo ai gusti personali: gol più bello in carriera?
“Il tacco in Parma-Milan. Fece il giro del mondo. Il campo era bagnato e la palla schizzò in aria. Ma anche il piatto al volo nel derby contro l’Inter fu un gol altrettanto bello”.
Come arrivò al Milan nel 2014?
“Dopo tre anni al Psg avevo bisogno di una nuova sfida. Ricordo che Ibrahimovic e Thiago Silva chiamarono Galliani. Adriano venne a Ibiza, dove ero in vacanza, e mi convinse. Il primo anno fu incredibile: 16 gol e 4 assist. Il secondo, invece, andò male”.
Come mai?
"Durante un allenamento feci uno scatto in salita e sentii un dolore enorme alla schiena. Al Psg mi ero già operato di ernia e quella parte del corpo mi dava problemi. Faticavo a camminare e fui costretto a operarmi. Una volta tornato, però, avevo ancora troppo dolore. Ad agosto il medico mi disse di seguire una terapia farmacologica e di stare a casa per quattro mesi. All’inizio zoppicavo, tornai solo a gennaio”.
E poi arrivò Montella, con cui litigò. Cos’è successo?
“Andammo in ritiro in America. In un’amichevole contro il Liverpool mi mise in panchina e all’allenamento successivo mi comportai da svogliato. Lui mi cacciò e io gli risposi in modo acceso. A fine allenamento chiamò Galliani e gli disse di mandarmi via. Ero una testa calda, è stata colpa mia”.
Gestiva male la rabbia?
“Il mio carattere mi ha limitato, lo ammetto. Potevo fare molto di più. Giocavo senza pensare, d’istinto. Volevo divertirmi con la palla e questo, magari, mi portava a non gestire bene la rabbia”.
Dove nasce il Menez ribelle?
“Sicuramente l’ambiente in cui sono cresciuto non ha aiutato. Vivevo nelle banlieue di Parigi con mia mamma. Avevo un gruppo di amici in cui dovevi farti vedere, spiccare in qualche modo. Alcuni di loro sono finiti in carcere. Ne abbiamo combinate tante. Una volta ordinammo una pizza e io rubai il motorino al fattorino”.
Com’è passato dalla strada al calcio vero?
“Nel mio gruppo c’erano ragazzi più grandi che mi vedevano giocare e io ero troppo più forte. Fecero il mio nome al Sochaux e da lì entrai nel settore giovanile, nel 2001”.
Psg 2011-12: 9 gol, 22 assist e… 14 cartellini gialli. Un genio sregolato? Ride.
“Eh, carattere anche qui. La maggior parte delle ammonizioni le prendevo per proteste. Avevo 24 anni e la testa non era ancora quella del professionista provetto. Anzi, mi sentivo ancora un ragazzino. Odiavo le ingiustizie e a volte perdevo il controllo”.
E con i soldi che rapporto aveva?
“Mio fratello ha sempre gestito tutto. Io andavo pazzo per le macchine di lusso. Non ho mai avuto altri vizi”.
Perché non è andato alla Juventus?
“Semplice. Conte mi voleva nel 2011, ma poi mi chiamò il Psg, che era il mio sogno”.
Anche se la sua carriera poteva iniziare al Manchester United…
“Dopo l’Europeo Under 17 vinto con la Francia, Ferguson venne a Parigi per parlare con mio padre. Però non me la sentivo di andare all’estero, era troppo presto. Così, nel 2004, firmai per il Sochaux”.
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