Ilie Nastase, 80 anni sopra le righe: "Il più forte? Resta sempre Nadal. Sinner è fortissimo così"
L'ex tennista rumeno festeggia a Trento una vita tra Slam, provocazioni e storie incredibili: da Borg a Panatta, da Connors a McEnroe
L'ex tennista rumeno festeggia a Trento una vita tra Slam, provocazioni e storie incredibili: da Borg a Panatta, da Connors a McEnroe
Dal nostro inviato Filippo Conticello 3 ottobre - 14:52 - TRENTO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleIl primo numero uno della storia del tennis computerizzato ha festeggiato ottant’anni il 19 luglio, ma l’età passa e il carattere no: Ilie Nastase non ha minimamente perso il gusto della provocazione. È arrivato al Festival dello Sport con una collezione di storie che attraversa mezzo secolo, qualche conto ancora aperto con gli amici e una battuta pronta per ogni occasione. Insomma, ha portato a Trento il suo tennis "sopra le righe", come recita il titolo dell’incontro tenuto al Palazzo della Provincia con il cronista della Gazzetta dello Sport Riccardo Crivelli. Il 23 agosto 1973 fu il primo a guidare la neonata classifica Atp: aveva vinto gli Us Open nel 1972, quando si giocavano ancora sull’erba, e il Roland Garros nel 1973 senza perdere un set. Lo chiamavano "Nasty" per un carattere bizzarro, capace di incendiare le partite tra scherzi, proteste e avversari portati all’esasperazione. Un altro mondo, insomma, su cui continua a scherzare: "Sono ricordato anche perché facevo casino, ma se fai solo quello non basta: devi vincere e io vincevo. Solo quelli che non erano abbastanza forti dicevano che li disturbavo con il mio comportamento. Ma come, ti faccio 6-0 6-1 e ti disturbo…? La gente pensava che non fossi serio, ma lo ero a modo mio. Uno a Parigi una volta mi urlò: 'Nastase, tu fai cinema'. Io mi feci dare il microfono e gli urlai: 'Idiota, io faccio teatro'. Quando una volta decisi di fare il serio per davvero, non vinsi più una partita. Per quello che ero, ho preso molte multe e so bene che oggi ne prenderei molte ma molte di più: non puoi neanche guardare male l’avversario…".
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—Prima di una vastissima (e divertente) aneddotica personale, l’80enne romeno ha fissato qualche paletto sull’attualità: "Il tennis di oggi mi piace, ogni periodo ha i suoi campioni: al mio tempo c’era uno come Laver e ora Sinner. Non si possono paragonare le ere diverse in nessuno sport. Jannik? Se oggi hai un buon servizio e ti muovi bene, non ti serve molto altro per eccellere. A rete si gioca poco, lui è fortissimo così com’è. Ma il più forte di tutti, tra quelli che ho visto io, resta Nadal: vincere 14 volte a Parigi vale di più di qualsiasi altro Slam. La polemica sul giocare troppo? Chi gioca di più è quello che vince di più, semplice, quindi dipende dal tuo livello. Ma oggi se uno perde al primo turno, ha cinque giorni per preparare il torneo successivo. Un altro che arriva fino alla domenica, invece, gioca la finale e magari il lunedì deve già cominciare un altro torneo. È molto difficile…". Nessuna invidia, invece, per i guadagni dei giocatori contemporanei: "Sono contento che oggi prendano tutti questi soldi. Mi dispiace per quelli che sono venuti prima, come Rod Laver. Lui ha fatto due volte il Grande Slam e ha guadagnato pochissimo. Sono stati loro a rendere possibili i guadagni del tennis di oggi, ma non hanno avuto quello che hanno questi ragazzi". Molto poca fiducia, invece, nella moda dei super coach, i grandi ex giocatori chiamati ad affiancare gli allenatori: "Non capisco molto questa cosa. Quando entri in campo, sei tu che devi leggere la partita. Che cosa fanno tutti quelli in tribuna? Guardano, parlano, ma poi sei tu che devi giocare". Ai suoi tempi, del resto, funzionava diversamente: "Io e Ion Tiriac facevamo tutto insieme. Giocavamo, ci allenavamo, viaggiavamo, facevamo anche i contratti. Non avevamo manager, niente".
L’AMORE DA NUMERO 1
—All’origine di tutto resta la passione per questo sport, nata nella Romania che avrebbe poi rappresentato insieme a Tiriac: "Ho avuto la fortuna di nascere vicino a un campo da tennis – ha raccontato Nastase –. Dovevo attraversarlo continuamente, avevo davanti le racchette, le palline, le scarpe. Mi è piaciuto subito, anzi l’ho amato. Oggi vengono da me dei genitori e mi dicono: 'Signor Nastase, a mia figlia piace il tennis'. Io rispondo che non basta: bisogna amarlo. Se non lo ami, non arrivi. Io lo sognavo anche la notte". La carriera nata da lì, però, non poteva che essere riallacciata a partire da quel 23 agosto 1973, uno spartiacque moderno per lo stesso Ilie e per il tennis moderno: "Nel 1973 avevo vinto tantissimo, ma giocavo bene anche nel 1971 e nel 1972. Solo che allora la classifica non la faceva il computer, la facevano i giornalisti. E a loro non piacevo tanto! Poi è arrivato il computer, sono contati i numeri e basta. Non penso di sentirmi ancora un numero uno, ma essere chiamato così non mi dispiace…".
WIMBLEDON E LA MACCHINA BORG
—Tra le partite infilate come frecce nel cuore e nella testa di Nastase c’è la finale di Wimbledon del 1972, persa al quinto set contro Stan Smith. Ma non vorrebbe rigiocarla per ribaltare il risultato, anzi: "Dico così perché è stata una delle migliori partite della mia vita. Non credo che vorrei cambiare qualcosa. Poco dopo sono andato agli US Open, ho affrontato Arthur Ashe in finale e ho vinto. Doveva andare in questo modo, è il tennis". Nato sulla terra battuta, Ilie aveva imparato a vincere anche sull’erba, su cui conquistò proprio gli US Open del 1972. Quattro anni dopo, a Wimbledon, trovò invece Björn Borg in purezza, che lo disintegrò in tre set: "Era una macchina – ha ricordato –. Però un anno prima avevo giocato contro di lui nella finale del Masters di Stoccolma e avevo vinto facilmente. C’erano tanti anni di differenza tra noi e questo pesava… Dopo la finale con Borg ho saltato la rete e gli ho dato un bacio, nessuno lo farebbe oggi".
AMICI E NEMICI
—Con Jimmy Connors, invece, Nastase ha vinto anche due titoli Slam in doppio, Wimbledon 1973 e US Open 1975. Ma mettere insieme due caratterini di quel tipo non era poi così semplice, soprattutto durante la preparazione agli Slam: "Una volta è venuto da me e mi ha detto: 'Ilie, ti dispiace se da domani non mi alleno più con te?'. Gli ho risposto: 'No, va’!'. Lui prendeva tutto sul serio, io scherzavo e lo battevo: facevo palle corte, lob, pallonetti e non riusciva a sopportarlo…". A proposito di temperamenti bizzarri, non poteva non soffermarsi su un’altra storica partita, il secondo turno degli US Open 1979 passato alla memoria per le proteste, la temporanea squalifica del romeno e l’intervento del supervisor: "John allora era simpatico… Continuavamo a discutere, l’arbitro fermava tutto. A un certo punto è arrivata anche la polizia. Volevano mandarmi fuori, ma la gente aveva pagato il biglietto per vedere la partita. Io dicevo: 'No, no, voglio finire, voglio finire!'. E alla fine abbiamo giocato, lui impazzì. Dopo la partita ci siamo ritrovati io, lui e due ragazze. Siamo andati a McDonald’s: tutto bene, era finita lì".
PANATTA E L’ITALIA
—Le discussioni rimanevano sul campo, almeno fino all’incontro successivo, almeno finché non compariva la celeberrima scaramanzia di Adriano Panatta: "Io, lui e Paolo Bertolucci, ma anche Guillermo Vilas, oltre alle partite, condividevamo cene, viaggi e scherzi. Una volta eravamo a Montecarlo, tornavamo da una cena in montagna con tre macchine. Panatta ferma tutto e fa scendere tutti. Gli chiedo: 'Che è successo?'. Aveva attraversato la strada un gatto nero! Lui non voleva più passare da lì. Abbiamo dovuto fare altri venti chilometri per trovare un’altra strada". La vendetta a Parigi, in occasione di un doppio contro Panatta e Bertolucci al Roland Garros: "C’era un ragazzo che si chiamava Mabruk. Gli dissi: 'Ti do 500 franchi, ma devi trovarmi un gatto nero. Lo voglio proprio nero!'. Alla fine, ne trovò uno piccolo. Lo misi nella borsa, lo portai sul campo e, prima di cominciare, lo liberai. Il gatto andò proprio verso Adriano! Lui non sapeva più cosa fare, mi urlava: 'Romeno di me…'. La partita l’abbiamo vinta noi 6-0, 6-1. In generale, l’Italia per me è stata importantissima, per i tanti tornei che ho potuto giocare nel vostro Paese: anche per questo ho potuto vincere Slam in singolo, doppio e doppio misto".
L’OMBRELLO E GLI SPAGHETTI
—Tra gli altri ricordi, ancora Wimbledon, dove Nastase arrivò a chiedere un ombrello a uno spettatore durante un’interruzione per pioggia: "Ai tempi non c’erano neanche le sedie ai cambi di campo. Immaginate se le avessimo avute durante certe partite: saremmo rimasti lì ancora di più!". In più, il buffo capitolo della "racchetta spaghetti", con l’incordatura capace di imprimere alla pallina effetti anomali. Nastase la utilizzò nel 1977, anche nella celebre finale di Aix-en-Provence contro Guillermo Vilas: "Non sono stato il primo a provarla, ma quando colpivi la palla succedevano cose incredibili. Rimbalzava e saltava anche tre metri! In generale, le mie doti migliori erano il movimento, l’anticipo. Forse l’intuizione. Io intuivo dove sarebbe arrivata la palla". Nastase ha avuto anche una parentesi politica in Romania, durata circa due anni e mezzo ("Ho provato a fare il sindaco di Bucarest e sono stato senatore: che sbaglio, ma per fortuna sono durato poco…"), adesso pensa invece a un museo personale, nel quale conservare fotografie, documenti e ricordi da collezionista. Inutile, però, chiedergliene qualcuno: "Uno voleva una mia foto con Nixon e gli ho detto: 'Dammi 10mila dollari ed è tua'…". Più Nastase di così non si può.
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