Bargnani: "Idolo Shaq, Kobe era un Jordan che parlava italiano. E quella sera al draft..."
Il Mago ripercorre la sua carriera al Festival dello Sport: "Al draft Nba mi presentai con un vestito Armani e stesi tutti. Il mio soprannome? Tutti credono sia nato sul campo, ma..."
Il Mago ripercorre la sua carriera al Festival dello Sport: "Al draft Nba mi presentai con un vestito Armani e stesi tutti. Il mio soprannome? Tutti credono sia nato sul campo, ma..."
dal nostro inviato Andrea Buongiovanni 3 ottobre - 19:48 - TRENTO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleDici Andrea Bargnani e subito i ricordi corrono al 28 giugno 2006. A quando il romano, freschissimo di scudetto con Treviso e primo europeo della storia, fu la scelta n. 1 del draft Nba per volontà dei Toronto Raptors. Il Mago, al Festival dello Sport dopo un lungo inseguimento, in un Palazzo della Regione preso d’assalto, parte da lì per raccontarsi e raccontare. Aveva 20 anni, allora. “L’Nba - ricorda - intimorita che da estraneo al giro nordamericano non fossi all’altezza di certe tradizioni, mi chiese che vestito avrei indossato la sera del draft. 'Giorgio Armani' risposi. E li stesi tutti…”. Fu Riccardo Pittis, in spogliatoio a Treviso, a soprannominarlo 'Mago': “Tutti credono che il mio nickname sia nato sul campo, non è affatto così”.
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—Tra i suoi primi maestri, Ettore Messina: “Sono molto orgoglioso di quello che hai fatto - dice il suo ex allenatore in un emozionante video messaggio - di quello che fai oggi come ambassador della Lega Basket e, a livello personale, di come svolgi il ruolo di padre”. Dalla Marca al Canada il passo è stato lungo, ma non così difficile. “Anche perché a Toronto, che è un pezzo di cuore - sottolinea Andrea - vive mezzo milione di persone di origini italiane e quindi, anche per questo, l’ambientamento è stato piuttosto facile”. Ai Raptors, all’inizio, gli spazi erano modesti. “Ma la squadra perdeva - ricorda Andrea - così il mio minutaggio cominciò a crescere. E la squadra, chissà perché, a vincere… Fino al terzo posto di Conference. Più complicato fu forse gestire i rapporti coi media: “Ho imparato poco alla volta - dice - è stato un processo, un percorso. Il numero 7? Ne ho portati anche altri. Ma il 7 è quello che più sentivo mio, anche perché era di mio zio, che giocò pure alcune partite in serie A”.
La carriera
—L’excursus tra le stagioni Nba è ricco di aneddoti: “La sera in cui segnai 41 punti al Madison Square Garden di New York - spiega Bargnani - mio record di carriera, perdemmo. Ero lo stesso felicissimo, ma non festeggiai molto. Il campo peggiore sul quale giocare? Quello dei Golden State Warriors: ci asfaltavano sempre. Chi temevo individualmente? Dirk Nowitzki per i suoi tiri, Kevin Garnett per la sua difesa. E poi Tim Duncan, Reggie Evans per la cattiveria, Shaquille O’Neal, il mio idolo e Kobe Bryant, il Michael Jordan della mia generazione, che mi parlava in italiano. Di avversari fortissimi ne ho affrontato tanti”. Dopo Toronto, ecco New York e Brooklyn. Spesso con problemi di infortuni. Poi il ritorno in Europa e, a 31 anni, l’approdo a Baskonia. “Gli acciacchi, la relativa frustrazione, certi motivi personali - ammette -: dopo pochi mesi ho smesso senza nessun annuncio ufficiale. Non fa parte del mio carattere. Rimpianti? Avrei voluto giocare l’All Star Game, ci sono arrivato a un passo, ma non ci sono riuscito per colpa dei soliti infortuni”.
Il futuro
—Bargnani, per dieci anni, dedicati agli studi e a un preciso percorso accademico, è poi rimasto lontano dal basket. “Ma quando Maurizio Gherardini è diventato presidente di Lega - dice - ho avvertito la necessità di tornare. Il basket è parte del mio corpo e ora voglio mettere a disposizione dei più giovani la mia esperienza. Il mio rapporto con Maurizio è come quello tra un padre e un figlio”. Si guarda al futuro: “Con l’avvento di Nba Europe - prevede il Mago - si aprono prospettive importanti. La passione è tanta: serve collaborazione tra i club. Siamo al lavoro da meno di un anno: il limite è il cielo. Ci sono tanti margini di crescita, dall’Nba possiamo imparare tanto. La sostenibilità economica, per esempio, è imprescindibile. Quel che noi abbiamo in più sono i valori legati al calore del pubblico, a certi ambienti”.
L’amico
—Il finale, a sorpresa, è con Danilo Gallinari, ospite inatteso. “Del Gallo ho ammirato le capacità difensive. In negativo la fragilità fisica: spesso ci trovavamo da luminari di Monaco di Baviera per trattamenti speciali alle ginocchia…” ammette Andrea. “A me è sempre piaciuta la sua versatilità, ma mai ho invidiato i suoi outfit pre partita. Peccato che le cose più divertenti fatte insieme non si possano raccontare… E che insieme, a parte tre estati in Nazionale, non siamo mai riusciti a giocare” replica Danilo. Che chiude così: “Perché non sono tornato a Milano a fine carriera? Perché non mi hanno mai chiamato. L’Italia, comunque, per i prossimi trent’anni è a posto: con Datome presidente della federazione e Bargnani presidente di Lega”. E scatta la telefonata a Gigi… Che spasso.
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