Pellegrino: "Firenze, i 100 anni e il consiglio di Batistuta. I tifosi mi dicono di spaccare la porta"
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Pellegrino: "Firenze, i 100 anni e il consiglio di Batistuta. I tifosi mi dicono di spaccare la porta"

Sabato 3 ottobre 2026
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L'attacante a Trento insieme al dg Ferrari per i 100 anni del club viola: "Questa città è il mio posto nel mondo, qui mi hanno voluto davvero"

L'attacante a Trento insieme al dg Ferrari per i 100 anni del club viola: "Questa città è il mio posto nel mondo, qui mi hanno voluto davvero"

dal nostro inviato  Filippo Conticello 3 ottobre - 22:04 - TRENTO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Cento anni bagnati nel viola, tra gloria, cadute e incredibile orgoglio: la Fiorentina li ha portati tutti e cento a Trento, facendosi accompagnare da un centravanti argentino: ai tifosi basta questo accostamento per sentire un brivido dolce. Mateo Pellegrino non sarà Batigol, ma ha parlato da fiorentino autentico nell’appuntamento “100 anni di Viola” al Festival dello Sport assieme al direttore generale del club, Alessandro Ferrari. A condurre, la cronista della Gazzetta dello Sport Fabiana Della Valle, che ha dato ordine tra ricorrenza e attualità, ricordi e prospettive, mentre la squadra combatte per tirarsi su da un inizio stagione negativo. 

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Nel tentativo del “rinascimento viola” annunciato dal presidente Giuseppe Commisso, un ruolo decisivo lo ha proprio il 24enne Mateo. Pellegrino è nato a Valencia, dove giocava papà Mauricio, difensore prima di diventare allenatore. A settembre ha incontrato Batistuta davanti a una curva che ha ancora negli occhi certe mitragliate e ha ricevuto preziosi consigli dal connazionale: "Bati non mi ha parlato di gol, ma mi ha detto che devo lasciare la vita in campo, è quello che vogliono i tifosi viola: lo farò fino all’ultimo giorno, lo prometto. Da piccolo papà mi diceva 'guarda i video di Batistuta che spaccava la porta' e conoscerlo è stato incredibile. Dopo l’evento mi ha addirittura scritto perché vuole parlarmi di nuovo quando siamo soli, con calma: vuole prendersi il tempo di occuparsi di me, questo dice che persona sia". La storia degli argentini passati da Firenze ha contato nella sua scelta, assieme alla fiducia del club e di Paratici, che lo seguiva già prima di finire al Parma: "È un orgoglio rappresentare questa squadra nel centenario e sono orgoglioso dell’investimento fatto per me. Ho scelto Firenze perché lì mi volevano davvero, ho trovato l’affetto che cercavo e sentito che era il mio posto. E poi per gli argentini passati da questa città. Sapere che un professionista così competente come Paratici mi seguiva già mi lusinga".

al lavoro

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Il Viola Park è il posto di lavoro di Mateo e ci sono centri sportivi meno attrezzati in giro. Lì Pellegrino si sente a casa e lo ha ribadito: "Al Park staresti tutto il giorno, è il luogo perfetto per migliorare. L’affetto di Firenze per la maglia mi ricorda poi quello che c’è nella mia Argentina. I tifosi in città mi dicono semplicemente di spaccare la porta, ma la pressione me la metto io da solo, non gli altri: voglio fare qualcosa di grande per la Fiorentina e lasciare un segno preciso in questo club. Certo, vorrei arrivare in doppia cifra, ma non mi piace mettere limiti: voglio segnare il più possibile, pensando solo all’oggi, giorno dopo giorno". Per riuscire in questo processo, Mateo sa quanto debba ancora crescere e che può ispirarsi anche a chi c’era prima: "Voglio restare tanti anni e far vedere chi sono, fare bene come Kean o, se posso, fare addirittura meglio, ma ora mi concentro su di me. In Italia sono maturato in campo e fuori perché vivere all’estero e giocare con i migliori ti fa crescere sempre. L’italiano l’ho imparato senza studiarlo, sul campo e a tavola con i compagni". Prima delle tavolate, invece, c’erano le lezioni di Mauricio, i video mostrati non solo di Batistuta, ma di Crespo e Ronaldo. Oltre a un cognome che qualche volta ha pesato: "Non ho un idolo unico, sono grato che mio padre mi abbia fatto avere sempre un pallone accanto sin da piccolo. A volte chiamarsi così non è stato facile, ma lui mi ha fatto capire questo mondo e mi ha preparato. Oggi sono io a chiedergli dove migliorare perché lui non mi mette pressione. Non parla solo di calcio, altrimenti sarebbe un allenatore e non un papà".

I DUE ARGENTINI

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Con Mastantuono, invece, l’aiuto è reciproco e c’è già una ricompensa promessa in forma di asado: "Abbiamo scommesso una grigliata se Franco mi servirà almeno cinque assist…". E ancora: "Ha detto che sono il migliore della A: ha esagerato per l’amicizia, ma lo ringrazio. Io lo aiuto con la lingua, lui a fare più gol. E, insieme, possiamo aiutare la Fiorentina. Mi colpiscono la sua umiltà e la qualità: è davvero forte, altrimenti non lo avrebbe preso il Real Madrid". L’amico potrebbe anche ritrovarsi sulle spalle il 10 dell’Argentina, quando Messi lascerà la nazionale, ma quello è un giorno che Pellegrino vorrebbe allontanare: "Leo è tutto, da piccolo volevo essere lui. Ancora non ci credo, vorrei che quel giorno non arrivasse mai: possiamo solo ringraziarlo per ciò che ha fatto. Il 10 a Mastantuono? Bisogna chiedere a lui, ma andrebbe sulle spalle giuste. Tra Messi e Maradona non scelgo, come tra mamma e papà: possiamo essere onorati che siano entrambi argentini". Il modello nel suo ruolo in Serie A resta, invece, Lautaro: "È il più forte del campionato, lo dimostra da tanti anni sia nel club che in nazionale, è l’esempio da seguire. Ho avuto la fortuna di parlargli e di conoscere Dybala. Cerco sempre gli argentini in campo, ma noi e gli italiani siamo simili, passionali: arrivare qui è più semplice che altrove. Sogno la nazionale come Lautaro, ma prima devo fare bene con il club".

LA SOCIETÀ

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Il dg Ferrari, invece, si è concentrato sulla società e su questi festeggiamenti per il centenario che proseguono: "Il presidente Giuseppe e sua madre Catherine sono stati travolti dalla gioia, sanno la responsabilità che hanno nei confronti della città. Rocco ci è mancato tantissimo, avrebbe reso più semplice tutto, ma la moglie e il figlio vogliono continuare il suo sogno. È stato bello rivedere tante leggende viola, ad esempio Rui Costa non era mai tornato e ha deciso all’ultimo e si è commosso". Il Viola Park è, comunque, il lavoro lasciato dal vecchio presidente e da Joe Barone, mentre lo stadio resta un’attesa che pesa sulla squadra e sui tifosi: "Non viviamo soltanto di ricordi, ma anche di futuro e Rocco, da lassù, sarà contento di ciò che facciamo – ha continuato Ferrari –. Quando arrivò da noi, mancavano le strutture, ma assieme a Joe ha fatto quasi un campus americano, il nostro Viola Park appunto. Anche quest’anno abbiamo speso tanto perché la famiglia Commisso ci ha dato fiducia e ti fa lavorare tranquillo. Speriamo di finire presto lo stadio, per andare in un vero impianto e non in un cantiere".

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IN CAMPO

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Ferrari ha ricordato il coinvolgimento di Commisso fino alle ultime decisioni sportive, dal passaggio Pioli-Vanoli all’arrivo di Paratici: "Il mister conosce Firenze e ha una carica pazzesca, Fabio ha esperienze anche all’estero e, proprio perché c’è il Viola Park, serviva uno come lui per mettere a frutto staff, academy, progettualità, arrivare in alto". I tredici acquisti hanno cambiato il gruppo, ma serve tempo per trasformarli davvero in una squadra: "Abbiamo messo fondamenta solide, un mix di giovani e giocatori internazionali che possono crescere insieme. Ne abbiamo portati tanti, servirà pazienza, ma ci sono le basi per svilupparci nei prossimi anni". Come spesso capita a Firenze, il tempo chiesto alla squadra deve fare i conti con la voglia di vincere della città che cresce di anno in anno: "Un trofeo ci manca tanto. Ci siamo andati vicini tre volte, ci pensiamo, ma non deve diventare un’ossessione e trasformarsi in un incubo. Possiamo solo immaginare cosa sarebbe per Firenze vincere qualcosa. Anche l’Europa è un obiettivo, ma partendo dall’anno scorso la scalata è enorme: servono tempo, lavoro e l’opportunità giusta". L’inizio difficile di questa stagione ha imposto già di intervenire di nuovo, evitando di rivivere la rincorsa alla salvezza:"L’anno scorso abbiamo deciso il 4 novembre ed era tardi, salvarsi è stato molto difficile. Quest’anno vogliamo un percorso completamente diverso. Purtroppo il calcio a volte ti impone queste scelte". Il messaggio di Bove mostrato in video agli spettatori dell’Auditorium Santa Chiara ha riportato infine Ferrari alla paura di quel giorno terribile: "Ci siamo presi uno spavento pazzesco, dopo Joe sembrava un incubo continuo. Per fortuna Edo ha ritrovato il campo, che era quello che voleva. È un ragazzo eccezionale, da noi sarà sempre il benvenuto".

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