Fabregas: "Vinco e perdo, ma sempre a modo mio. A Como stiamo creando un modello"
Cesc: "Quando mi hanno chiamato e mostrato il progetto ho capito che era un qualcosa di diverso. I miei trofei? La crescita di ragazzi come Nico Paz e Da Cunha"
Cesc: "Quando mi hanno chiamato e mostrato il progetto ho capito che era un qualcosa di diverso. I miei trofei? La crescita di ragazzi come Nico Paz e Da Cunha"
Dal nostro inviato Davide Chinellato 4 ottobre - 18:40 - TRENTO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleNon ce ne sono tanti in giro, come Cesc Fabregas. L’allenatore del Como sul palco del Festival dello Sport racconta ancora una volta cosa lo rende unico, perché in riva al lago è la mente di un progetto che brucia le tappe e che quest’anno si testa in Champions League. “La sfida di questa stagione è vivere un anno che nessuno di noi ha mai vissuto: giochiamo tre partite a settimana, per tutta la stagione, aggiungendoci per molti anche la nazionale e un nuovo livello. Ovviamente non è facile da gestire”.
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—Risposta dopo risposta, Cesc ricorda cosa lo rende unico. A cominciare dalla scelta del Como, ammettendo che nonostante conoscesse la città la frequentasse non sapeva nemmeno avesse una squadra di calcio. “Però quando mi hanno chiamato e presentato il progetto Como mi hanno fatto capire subito che era una cosa diversa, una in cui c’erano cuore, gente sana e di calcio. Ho cominciato a studiare la loro storia, quello che rappresenta la squadra per la città, per i tifosi. È stato speciale da subito, e quello che stiamo vivendo è la conseguenza di una trasformazione a 360 gradi”. Cesc racconta anche la sua visione di calcio, il motivo per cui per lui giocare bene viene prima di ogni cosa: “Se perdo, voglio perdere a modo mio. Preparo sempre una partita per giocare col nostro stile e voglio che sia quello il modo in cui giochiamo. Poi a volte ci sta che l’avversario sia più forte di te e gli stringi la mano”. Poi racconta il motivo per cui è rimasto a Como nell’estate 2025, nonostante la corte dell’Inter e di altre squadre: “So che un allenatore alla fine viene giudicato dai trofei, ma i miei trofei sono la crescita dei giovani come Da Cunha. Ci sono tanti ragazzi che hanno scelto il Como per me, come Nico Paz per esempio, con suo padre che ha visto qualcosa in me. Non me la sento di lasciarli, di lasciare l’identità che stiamo cercando di costruire”.
italiani
—Fabregas non ha paura nemmeno di toccare tasti più dolenti, come le accuse di avere pochi giocatori italiani nel Como e il rapporto con i colleghi. “Ci sono in Italia giocatori da Como, però giocano in ottime squadre e costano molto - dice -. E poi ricordo che abbiamo conquistato la promozione dalla B col 95% di italiani in campo e anche nella prima stagione di A ne avevamo tantissimi. Vero che nell’ultima stagione non ne avevamo, ma non possiamo giudicare una squadra da una sola stagione. Noi stiamo creando una cultura, un modello, e dobbiamo trovare giocatori da Como. Stiamo provando a costruirli nella nostra Academy”. Sugli allenatori, Fabregas dice che la differenza in campo la fanno i giocatori, ma ricorda anche che si sente ancora un giovane dalla panchina, che sta ancora imparando, e che, oltre ai consigli di Wenger con cui si sente spesso, gli piacerebbe ricevere consigli dai colleghi. “La prossima partita è contro la Roma, contro Gasperini che ha 68 anni: mi piacerebbe tantissimo se uno come lui, finita la partita, venisse da me a dirmi che ho sbagliato qualcosa, avesse voglia di confrontarsi. Per me sarebbe un vero tesoro”. Come il Como di Cesc, come il vento di novità che soffia grazie alle sue idee.
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