Sinner, Alcaraz e gli altri: poca chiarezza sugli infortuni? C'entra la pressione di sponsor e tornei
Le stelle della racchetta sono vere e proprie aziende: enormi interessi commerciali accompagnano ogni scelta, dalla spinta a scendere in campo alla cautela nell’annunciare un forfeit
Le stelle della racchetta sono vere e proprie aziende: enormi interessi commerciali accompagnano ogni scelta, dalla spinta a scendere in campo alla cautela nell’annunciare un forfeit
Marco Iaria Giornalista 5 ottobre - 18:37 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google“Quando non giochi partite, non hai lavoro. Per questo la maggior parte dei giocatori compete anche quando è infortunata. Giocare senza dolore non esiste. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra ciò che è ragionevole e ciò che non lo è. È quello che cerchiamo costantemente di fare”. Corentin Moutet, ritiratosi un mese fa dagli Us Open per un problema al polso che lo tormenta dall’anno scorso e scivolato al 70° posto mondiale, ha scoperchiato il vaso di Pandora del tennis contemporaneo. Gli infortuni si sono moltiplicati mentre questo sport, tra attrezzature sempre più performanti, palline, superfici, condizioni climatiche e una spinta esasperata verso i propri limiti, diventava sempre più una prova di resistenza. Secondo un’analisi della Ptpa, il sindacato alternativo dei giocatori, nel primo trimestre del 2026 gli infortuni alla parte superiore del corpo sono aumentati del 42% rispetto alla media dello stesso periodo dei sette anni precedenti. Quelli al braccio sono cresciuti del 112%, quelli che hanno provocato l’interruzione di un match del 53% e le recidive del 55%. Una tendenza che trova riscontro anche nella letteratura scientifica. Ad aggravare il quadro ci sono le regole spietate di uno sport individuale nel quale l’atleta è il datore di lavoro di se stesso. Moutet fotografa bene il problema: se non giochi, non lavori. E se non lavori, non guadagni. La componente economica aggiunge così un’ulteriore pressione su giocatori che devono già fare i conti con lo stress fisico e psicologico di un’assenza forzata. Ciò vale per tutti i frequentatori del tour (e dei circuiti minori) che senza i prize money rimangono all’asciutto. Per i top player il problema assume forme diverse. Non è tanto una questione di sopravvivenza economica, quanto della rete di interessi che inevitabilmente si sviluppa intorno a una stella. Sponsor, organizzatori, televisioni, pubblico: tutti hanno investito, direttamente o indirettamente, sulla sua presenza. E tutti, comprensibilmente, preferiscono vederla in campo piuttosto che ferma ai box.
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—Prendiamo gli sponsor. I contratti con gli atleti possono prevedere clausole legate all’effettiva attività agonistica e periodi massimi di inattività, oltre i quali possono scattare riduzioni dei compensi o sospensioni di alcune componenti del contratto. Non significa, naturalmente, che uno sponsor imponga a un giocatore infortunato di scendere in campo. Significa però che, alle normali motivazioni agonistiche – il desiderio di tornare, la paura di perdere terreno nel ranking, gli obiettivi stagionali – può aggiungersi un incentivo economico a ridurre il più possibile i tempi dell’assenza. E il confine tra accelerare il recupero e accelerarlo troppo può diventare sottilissimo. Nel 2024 Jack Draper ha lasciato Nike firmando un ricchissimo contratto – da 5 milioni di dollari annui – con Vuori, marchio californiano emergente che lo ha scelto come volto della nuova divisione tennis. Nel giugno 2025 il britannico ha raggiunto la quarta posizione mondiale, candidandosi a terzo incomodo tra Sinner e Alcaraz. Poi è cominciato un calvario segnato soprattutto da un grave problema al braccio sinistro. Fuori quasi otto mesi, Draper è tornato lo scorso febbraio, si è fermato nuovamente ad aprile per un infortunio al ginocchio destro, è rientrato per un solo torneo a giugno, si è fermato ancora, ha giocato ad agosto e poi ha dovuto interrompere nuovamente l’attività. Un continuo stop-and-go in cui alla voglia di giocare si sommano anche gli obblighi contrattuali.
tornei
—C’è poi la pressione del calendario e degli organizzatori, perfettamente consapevoli del richiamo esercitato da certi giocatori. Non a caso, i regolamenti Atp consentono ai tornei 500 e 250 di offrire “promotional fee”, compensi aggiuntivi per incentivare la partecipazione di determinate stelle. Avere un grande nome nel tabellone può incidere sulla prevendita, sull’interesse degli sponsor e sull’attenzione televisiva. Per questo, quando le condizioni fisiche di un giocatore restano incerte, ogni giorno guadagnato prima di un eventuale forfait può avere un valore. E ogni annuncio di un possibile rientro genera aspettative che non sempre, alla fine, possono essere rispettate. Holger Rune si è rotto il tendine d’Achille nell’ottobre 2025, iniziando un recupero lungo e complicato. Il 9 aprile di quest’anno è arrivato l’annuncio ufficiale del ritorno nel 500 di Amburgo: “Il duro lavoro comincia ad Amburgo. Non vedo l’ora di tornare sulla terra battuta, dopo una pausa così lunga”. L’11 maggio, a pochi giorni dall’inizio del torneo, il dietrofront. Rune non era ancora pronto. Alla fine è rientrato soltanto il mese scorso.
sincaraz
—Jannik Sinner e Carlos Alcaraz sono i tennisti che incassano di più. Di gran lunga. Nel 2025 hanno generato complessivamente circa 130 milioni di euro tra premi, ingaggi, esibizioni e sponsorizzazioni. Proprio quest’ultima voce è la più importante: rappresenta circa il 60% del loro giro d’affari. Entrambi, quest’anno, hanno dovuto affrontare lunghi periodi di inattività. Lo spagnolo è rimasto fuori per oltre quattro mesi, da aprile ad agosto; l’italiano non gioca da luglio. Il loro portafoglio è molto diversificato e non tutti i partner risentono allo stesso modo dell’assenza dalle competizioni. Nelle fasi di inattività, le aziende meno penalizzate sono quelle che operano fuori dal perimetro strettamente sportivo: qualche giorno fa Sinner era ospite di Gucci alla Fashion Week di Milano. Diverso è il discorso per uno sponsor tecnico come Nike: se i suoi testimonial non scendono in campo, non può esporre i suoi prodotti nel luogo che conta di più. E diverso ancora è il punto di vista degli organizzatori. La vigilia degli Us Open è trascorsa sfogliando la margherita sulla presenza o assenza delle due stelle, giorno dopo giorno. È proprio questo intreccio a rendere così delicata la gestione di un infortunio nel tennis moderno. L’incertezza sulla partecipazione a un torneo dipende anzitutto dall’incertezza del quadro clinico – un corpo non segue il calendario delle competizioni – ma non soltanto da quella. Attorno al giocatore si muove un’industria per la quale la sua presenza – o la sua assenza – ha conseguenze economiche immediate. E finché esiste una possibilità di recuperare in tempo, nessuno ha interesse a trasformare un dubbio in un forfait definitivo. Anche per questo, soprattutto quando è coinvolta una grande stella, l’incertezza può protrarsi fino all’ultimo. Basta immaginare che differenza possa fare, per le Atp Finals di Torino o per le Final 8 di Coppa Davis a Bologna, poter contare o meno sull’azzurro in cima al ranking. Il paradosso è tutto qui. Mai come oggi si parla della necessità di proteggere i giocatori da calendari e carichi eccessivi; mai come oggi, però, il valore economico delle grandi stelle rende costosa la loro assenza. Senza dimenticare il fattore esibizioni, a cui nessun top player vuole rinunciare: Alcaraz, rientrato agli Us Open, ha poi scelto di giocare la Laver Cup; Sinner, tuttora inattivo, figura nel tabellone del Six Kings Slam, atteso dagli sceicchi di Riad (ma Jannik difficilmente ci sarà). E così soprattutto i campioni si trovano a camminare su un filo: da una parte la prudenza necessaria per ascoltare il proprio corpo, dall’altra una somma di aspettative – personali, agonistiche, economiche e commerciali – che spinge nella direzione opposta.
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