Bagnaia-Russell e la "maledizione" del numero 63
Tutti e due nella squadra in testa ai Costruttori, tutti e due in difficoltà nel confronto col compagno di box: le stagioni difficili di Pecco e George, accomunati dallo stesso, insolito, numero. Che in tutti gli sport è utilizzato pochissimo. Ma lo ha indossato Dennis Quaid, ed è fondamentale nel...Gioco dell'Oca
Tutti e due nella squadra in testa ai Costruttori, tutti e due in difficoltà nel confronto col compagno di box: le stagioni difficili di Pecco e George, accomunati dallo stesso, insolito, numero. Che in tutti gli sport è utilizzato pochissimo. Ma lo ha indossato Dennis Quaid, ed è fondamentale nel...Gioco dell'Oca
Mario Salvini Giornalista 6 ottobre (modifica alle 08:16) - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google Pecco Bagnaia, 29 anni, e George Russell, 28Casomai doveste darvi al motorsport, su quattro o su due ruote, specie se nelle vostre prospettive ci fosse di avere un compagno di team particolarmente talentuoso, il consiglio è di evitare il numero 63. Il perché è in due storie che tutti conoscete ma che forse non avevate immaginato intrecciate, quella di Pecco Bagnaie e quella di George Russell. Che quest’anno condividono tutta una serie di vicissitudini, sfortune e frustrazioni, oltre quello stesso, insolito, numero sulle loro livree. Tutti e due sono nella squadra più forte del campionato, tutti e due si trovano ad avere nel box un coinquilino incredibilmente talentuoso, per quanto di età molto diverse come sono il 33enne Marc Marquez e il 20enne Kimi Antonelli.
VIDEO: Antonelli a lezione da... Bagnaia: "Vuoi fare un giro?" e Kimi risponde così(Mala)sorte comune
—Tutti e due non riescono a tenere il ritmo di quei compagni che oltretutto, oltre ad essere bravissimi e super-veloci, sembrano benedetti da una sorte particolarmente benevola. Contrario esatto di quanto sta accadendo a loro, a George domenica appiedato e a Pecco sabato ugualmente ritirato con un solco nella gomma posteriore, tutti e due accomunati da quello strano 63 che no, davvero di questi tempi non sembra proprio portar bene. “Miserere di me gridai a lui…”, dice Dante nel verso 63 del Canto I dell’Inferno alla figura che gli si para davanti e che non sa ancora essere Virgilio. “Abbi pietà di me…”. Ecco, appunto.
La Mercedes W17 numero 63 di George Russell
Numero e sigla di George Russell
Precedenti nel Motorsport
—E il fatto è che non ci sono altri casi a cui comparare le vicende per poter edulcorare la sensazione. Non ci sono tanti altri 63 nella storia del motorsport. George Fonder, Bob Gregg, Dick Frazier, Joe James e Danny Oakes: chi sono? I soli che lo abbiano portato Formula 1. Sono tutti statunitensi e non ne avete mai sentito nominare nemmeno uno, anche perché Oakes è stato l’ultimo a farlo prima di Russell: era 1953. E comunque nessuno di loro l’ha mai avuto appiccicato sull’auto più di una sola volta, tutti quanti a Indianapolis. Se avete fatto bene i conti c’è anche qualcosa che non torna: la F.1 è nata nel 1950, l’ultimo loro numero 63 è del 1953, i piloti sono 5. Ebbene, nel 1950 a Indianapolis ci sono stati due numeri 63: Gregg e James. Nel Motomondiale c’è stato qualcosa di più, c’è stato Mike Di Meglio che col 63 ha vinto il Mondiale della 125 nel 2008 e poi se lo è portato fino alla MotoGP. Il malese Zulfahmi Khairuddin ha avuto il 63 tra 125 e Moto3 a cavallo nel periodo 2009-2015. Michel Fabrizio lo ha adottato in qualche comparsata in MotoGP, al pari di Albert Arena quando ha fatto la prima wild card nel 2014. E nient’altro.
Danny Oakes a Indianapolis 1953
Pecco Bagnaia in azione col 63 in bell'evidenza
Un 63 da film
—Così come peraltro sono rarissimi i 63 negli altri sport. Lo ha avuto Patrick Cutrone al Milan, che se lo è anche tatuato su un braccio, associato alla data del suo esordio in rossonero, il 21 maggio 2017. Lo ha indossato Ethan Nwaneri agli esordi in prima squadra all’Arsenal. Negli sport americani solo nel football è stato ritirato: dai Tennessee Titans per Mike Munchak, dai Pittsburgh Steelers per il centro Dermontti Dawson. Anche se il 63 più celebre è probabilmente stato Gene Upshaw, ma il suo non è mai stato ritirato per il semplice fatto che i Raiders non ritirano numeri, non lo facevano a Oakland, né a Los Angeles e neppure ora a Las Vegas. Per dire: in tutta la storia della NBA il 63 è comparso una sola volta e per un solo anno: lo ha indossato Coty Clarke coi Boston Celtics nel 2015/16. Più emozionante rimarcare che il 63 lo ha avuto sulle spalle Dennis Quaid. Quel Dennis Quaid, l’attore. È è il caso di spiegare. Meglio: di raccontare la storia di Jim Morris, giocatore di baseball al College che alla fine della scuola, deluso e con problemi alla spalla, si ritirò e divenne professore di fisica in un liceo di una minuscola cittadina in Texas, professore, padre di tre figli e allenatore della squadra di baseball. Con una promessa-pegno fatto ai suoi ragazzi: “Se vincete il campionato io faccio un try-out con un club di MLB”. I ragazzi vinsero, lui andò (di nascosto dalla moglie) e incredibilmente, a 35 anni, i Tampa Bay Rays lo scelsero: Morris lanciò in 21 partite tra 1999 e 2000, col numero 63. La sua vicenda talmente incredibile e bella è diventata un film della Disney, “The Rookie” (In italiano si intitola “Un sogno, una vittoria”), in cui Morris è per l’appunto interpretato da Dannis Quaid, col suo bravo 63.
La divisa dei Tampa Bay Rays di Jim Morris e Dennis Quaid che lo ha interpretato
Nessuna maledizione
—Molto più significativo, allora, è che col 63 ci abbiamo vinto loro due, Pecco e George. Per dire che è la congiuntura di quest’anno ad essere sfortunata, non si tratta di una maledizione. Russell ci ha vinto il campionato GP3 nel 2017 e la Formula 2 l’anno dopo. Perché il 63 lo ha da sempre. Per lui è una sorta di tradizione di famiglia, lo aveva già suo fratello Benjy quando correva coi kart. Pecco ci ha conquistato uno dei suoi tre Mondiali, quello del 2022 in MotoGP. L’anno dopo si è ripetuto, ma sul cupolino aveva l’1. Mentre in Moto2 correva col 42. La sua storia infatti è fatta di moltiplicazioni. Tutto è cominciato col 21, fin da piccolo e poi in Moto3: tributo a Troy Bayliss. In Moto2 s’è posto il primo problema: il 21 era occupato da Franco Morbidelli. E allora un bel x2 e via col 42, appunto. Il guaio è che al momento di passare in MotoGP oltre al Morbido c’era anche già Alex Rins, dotato di 42. Quindi x3 e voilà: 63. Col quale per l’appunto ha trionfato. A riprova che non porta male, non sempre. Come peraltro suggerisce il Gioco dell’Oca, dove la casella 63 è quella finale. Secondo la tradizione/leggenda rappresenta Santiago de Compostela, l'intero percorso sarebbe una mappa crittografica del Cammino così come lo interpretavano i Templari. In ogni caso, è il 63 che bisogna raggiungere per vincere. Con la preoccupazione che se non lo centri esattamente poi ti tocca tornare indietro. Come sta succedendo in questo periodo a George e Pecco. Ma prima o poi si fa il passo giusto.
Il Gioco dell'Oca, con le sue 63 caselle
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