Piloti e team di F.1 devono pagare le tasse in Italia? La polemica di Bottas e la risposta dell'esperto
La Gazzetta dello Sport

Piloti e team di F.1 devono pagare le tasse in Italia? La polemica di Bottas e la risposta dell'esperto

Martedì 6 ottobre 2026
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Luca Del Federico, commercialista ed esperto di diritto tributario sportivo, chiarisce alcune questioni fiscali dopo le dichiarazioni del pilota della Cadillac

Luca Del Federico, commercialista ed esperto di diritto tributario sportivo, chiarisce alcune questioni fiscali dopo le dichiarazioni del pilota della Cadillac

Marco Iaria Giornalista 6 ottobre - 19:09 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

“Non so se avete sentito parlare delle tasse italiane… Nessun pilota vuole realmente correre in Italia a causa di quello che è successo lì”. Hanno fatto rumore le parole pronunciate qualche giorno fa da Valtteri Bottas, a proposito dell’ipotesi che Imola sostituisca una delle tappe del Golfo a fine stagione a causa del conflitto in Medio Oriente, sebbene la Formula 1 abbia al momento confermato sia il GP del Qatar sia quello di Abu Dhabi. Bottas fa riferimento agli accertamenti avviati dall’Agenzia delle Entrate per il mancato pagamento delle imposte da parte delle scuderie straniere sui compensi percepiti dai piloti per l’attività svolta durante le gare italiane negli ultimi anni. Il caso è circoscritto ai team non residenti in Italia, quindi non alla Ferrari. Secondo il Fisco, i piloti devono essere considerati lavoratori autonomi e le scuderie loro committenti. Di conseguenza, i team dovrebbero agire come sostituti d’imposta, trattenendo e versando all’Erario una quota dei compensi riferibili all’attività svolta nel nostro Paese: il 30% nel caso dei piloti non residenti.

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parere

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È proprio sul ruolo fiscale delle scuderie, però, che Luca Del Federico, commercialista ed esperto di diritto tributario sportivo, solleva alcuni dubbi. “Non conoscendo gli atti di accertamento è difficile esprimere un giudizio e il lavoro dell’Agenzia delle Entrate viene certamente svolto con grande attenzione e professionalità. Però qualcosa non quadra. La questione fondamentale è stabilire se una scuderia straniera di Formula 1, presente in Italia in occasione di un Gran Premio, possa essere considerata una stabile organizzazione nel nostro Paese”. È un passaggio decisivo. Che il reddito prodotto da un pilota straniero attraverso una prestazione svolta in Italia possa essere fiscalmente rilevante nel nostro Paese è infatti un tema distinto dall’obbligo della scuderia di effettuare la ritenuta e versarla al Fisco. “Per i redditi di lavoro autonomo prodotti in Italia da un soggetto non residente è prevista, in determinate condizioni, una ritenuta del 30%. Ma bisogna distinguere l'imponibilità del reddito dall'obbligo del committente straniero di comportarsi come sostituto d’imposta. Ed è qui che entra in gioco il concetto di stabile organizzazione”.

moda

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Un precedente risale al 2021. Con la risposta all’interpello numero 700, l’Agenzia delle Entrate esaminò il caso di una società francese della moda che utilizzava modelli stranieri per servizi fotografici realizzati in Italia. “L’Agenzia chiarì che quei compensi costituivano redditi di lavoro autonomo e che, essendo l’attività svolta materialmente in Italia, erano fiscalmente rilevanti nel nostro Paese”. La società francese, però, non aveva una stabile organizzazione in Italia. Doveva comunque applicare la ritenuta sui compensi? “La risposta dell’Agenzia fu molto chiara: un soggetto non residente, se non dispone di una stabile organizzazione in Italia, in linea di principio non è obbligato ad assumere il ruolo di sostituto d’imposta e quindi ad applicare la ritenuta del 30%. È questo precedente che rende particolarmente interessante il caso della Formula 1”. La domanda diventa allora: la presenza di una scuderia straniera a Monza o Imola è sufficiente a creare una stabile organizzazione? Per Del Federico no. “Una stabile organizzazione presuppone una sede fissa d’affari attraverso la quale un’impresa non residente esercita la propria attività economica in un altro Stato. Servono elementi di stabilità e continuità di carattere materiale e/o personale che difficilmente possono essere individuati nella partecipazione a un Gran Premio”. Un team arriva in Italia nei giorni precedenti la gara, utilizza box, paddock e strutture dell’autodromo e poi trasferisce uomini, monoposto e attrezzature verso la tappa successiva. “Le scuderie operano sul territorio italiano per pochi giorni. L’allestimento dei box e lo svolgimento della gara, a mio giudizio, non sono sufficienti a creare una sede fissa d’affari: personale, materiali e vetture sono in Italia temporaneamente nell’ambito di un campionato itinerante”.

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differenze

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Diverso sarebbe il caso di un team dotato stabilmente in Italia di proprie strutture, come un magazzino permanente, una sede logistica o un’officina utilizzata continuativamente dalla scuderia. Oppure se una persona legata al team operasse abitualmente nel nostro Paese con il potere di negoziare o concludere contratti per suo conto. “Sono situazioni completamente diverse rispetto al personale che arriva in Italia per disputare un Gran Premio e riparte pochi giorni dopo”. Il punto, dunque, non è se i compensi dei piloti stranieri relativi alle gare italiane possano essere tassati in Italia, ma se a una scuderia straniera senza stabile organizzazione possa essere imposto di trattenere il 30% e versarlo al Fisco come sostituto d’imposta. “Se prendiamo come riferimento i principi espressi dalla stessa Agenzia delle Entrate nell’interpello 700 del 2021, ritengo che una scuderia che viene in Italia esclusivamente per partecipare a un Gran Premio non integri i requisiti della stabile organizzazione”. Ogni posizione andrà naturalmente valutata sulla situazione concreta del singolo team e sugli atti contestati dall’amministrazione finanziaria. Ma per Del Federico il confronto potrebbe essere soltanto all’inizio. “È presumibile che si apra un contenzioso tributario importante. E, considerata la rilevanza del principio giuridico in discussione e le cifre coinvolte, non mi stupirebbe se la vicenda arrivasse fino in Cassazione”.

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