Matilde Villa: "Voglio crescere come leader. Con Venezia per vincere, la Wnba un sogno più vicino"
La Gazzetta dello Sport

Matilde Villa: "Voglio crescere come leader. Con Venezia per vincere, la Wnba un sogno più vicino"

Martedì 6 ottobre 2026
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La playmaker della Reyer e della Nazionale: "L’affetto ricevuto al Mondiale ce lo porteremo dentro. Con Venezia voglio arrivare fino in fondo. E un giorno spero di tornare a giocare con mia sorella"

La playmaker della Reyer e della Nazionale: "L’affetto ricevuto al Mondiale ce lo porteremo dentro. Con Venezia voglio arrivare fino in fondo. E un giorno spero di tornare a giocare con mia sorella"

Giulia Arturi Giornalista 6 ottobre - 20:27 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Matilde Villa gioca a un ritmo che sembra solo suo. Non è una questione di velocità, o almeno non soltanto. È il modo in cui cambia tempo, rallenta, riparte: gli avversari sembrano su un altro spartito. In campo osa, sfida, si diverte. Da fuori sembra quasi impermeabile alla pressione, ma lei racconta che è un’illusione: "Tutti sentiamo l’ansia prima delle partite. Io riesco a mettere un po’ una maschera: poi entro in campo, penso soltanto al gioco e vado". A 21 anni Villa è abituata a stare sotto i riflettori. È cresciuta a Costa Masnaga, realtà lombarda solida e con un grande settore giovanile, tornata quest’anno in Serie A1. Lì ha cominciato a farsi notare giovanissima a Costa Masnaga, prima di arrivare a Venezia e in Nazionale, dove ha esordito a 16 anni. Sembra che la pallacanestro le scorra dentro con leggerezza, ma sotto c’è una voglia feroce di competere: e, come vedremo, crescere con una gemella aiuta. Con l’azzurro, però, è arrivato anche uno dei momenti più complicati. Il bronzo europeo conquistato dalle compagne ha dovuto guardarlo da fuori, fermata da quel maledetto crociato saltato proprio in Nazionale. Un passaggio duro, da cui, in fondo, anche quando scelta non ce n’è, qualcosa si finisce sempre per portare via. Oggi il presente è la Reyer Venezia, dove gioca dal 2022 e con cui ha vinto uno scudetto e una Supercoppa. All’orizzonte c’è anche la WNBA: Atlanta l’ha scelta al Draft 2024 e quest’estate le ha offerto un contratto da development player. Ma tempo al tempo: "Adesso ho la testa qui in Italia, con Venezia". La sfida a Schio è lanciata.

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Due fotografie del Mondiale che vorrebbe sempre avere in tasca?

"La prima è sicuramente l’inno contro gli Stati Uniti. Me lo porterò dentro per sempre, è stato veramente da brividi. Sentivamo tutta l’arena che cantava insieme a noi, era pienissima. È stata un’emozione unica. Poi quel pomeriggio davanti all’hotel con i tifosi: ci siamo ritrovate un mondo di persone lì per noi. Vedere tutti lì, fisicamente è stato inaspettato. Sono rimasta felicemente sorpresa, è stato bellissimo".

Contro gli Stati Uniti ci credevate davvero fin dall’inizio?

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"In Nazionale ci sono tante giocatrici molto ottimiste, molto positive: io sono una di quelle, Lella (Santucci ndr) un’altra, Cocca (Verona ndr) un’altra. Io penso sempre di entrare e vincere. Anche quando giocavo a Costa e affrontavamo la corazzata Schio dicevo: “Dai, vinciamo lo scudetto”. Contro gli Stati Uniti sapevamo che erano la squadra da battere, volevamo dimostrare di giocarcela".

 Che cosa vi portate dietro dal Mondiale?

"La consapevolezza del fatto che possiamo competere contro tutte le squadre del mondo. Ci è sempre mancato qualcosa e ce lo portiamo dietro, perché vogliamo migliorarlo per poter non solo competere, ma dire la nostra".

Che Reyer vedremo quest’anno?

"Abbiamo cambiato molte delle giocatrici straniere e dobbiamo ancora conoscerci meglio. Siamo una squadra a cui piace molto correre il campo e che fa di questo il suo punto di forza, cercando la transizione".

Come si affrontano EuroCup e campionato dopo l’eliminazione dall’Eurolega?

"Tutte ci auguravamo di giocare l’Eurolega, ma adesso dobbiamo trasformare quella delusione in qualcosa di positivo e provare a vincere l’EuroCup. In Italia l’obiettivo non cambia: arrivare fino in fondo e provare a vincere lo scudetto. Poi, come sempre, decide il campo".

Cos’è la WNBA per lei oggi?

"È sempre stata un sogno, da quando ho iniziato a giocare a basket. Questa è una grandissima opportunità, soprattutto per vedere come giocano e come vivono il basket dall’altra parte dell’oceano. Ho tanta voglia di fare quell’esperienza, ma sono una persona che si concentra molto sul presente, quindi adesso ho la testa qui in Italia, con Venezia, per fare bene la stagione".

Come ha ricevuto la notizia dell’interesse di Atlanta? 

"Volevano chiamarmi dopo la prima partita del Mondiale. Ho ritardato un po’, perché volevo essere concentrata soltanto su Berlino. Una volta tornata a casa abbiamo fatto una videochiamata: mi hanno illustrato il loro progetto e il loro interessamento nei miei confronti. Ero felicissima anche solo di poter parlare con una squadra della WNBA e rendere questo sogno un po’ più concreto".

Playmaker, 172 cm Dal 2022 gioca al Venezia, con cui ha vinto scudetto e Supercoppa. Ha esordito in Nazionale nel 2021 e nel 2024 è stata scelta da Atlanta.

Hai 21 anni, ma si parla di te da quando era una ragazzina. Si è mai sentita sopraffatta?

"All’inizio ero un po’ impaurita: è arrivato tutto all’improvviso e non mi aspettavo tutto questo clamore. Ho avuto però la fortuna di avere accanto la mia famiglia e persone che mi hanno sempre aiutata, anche a Costa. Così sono riuscita a viverlo serenamente e a prenderlo come uno stimolo per non accontentarmi e lavorare sempre di più".

Che cosa vorrebbe che avesse Matilde a fine stagione che ancora non ha?

"Più leadership. Soprattutto nelle situazioni di difficoltà in campo: parlare, farmi sentire dalle mie compagne e cercare di aiutarle anche con la voce. A volte sono più silenziosa, per timidezza. Poi ci sono aspetti tecnici, come il tiro e la visione di gioco".

Playmaker o guardia?

"Mi piace molto fare la playmaker, gestire la squadra e cercare le mie compagne. Però il mio modo di giocare mi porta a creare sia per me sia per loro. E spesso a Venezia giochiamo con due piccole".

È così competitiva anche quando non c’è un pallone di mezzo?

"Sì, sono molto competitiva, chi mi conosce lo sa bene. Anche a carte. Crescere con una gemella ti stimola a vincere in tutto: tra noi è sempre stata una competizione sana e nessuna delle due si arrendeva molto facilmente".

Quanto ci metti ad assorbire una sconfitta a carte?

"Oddio, quelle sono le peggiori!".

Con Eleonora, la sua gemella, avete giocato insieme per tanti anni. Cosa ti manca di più adesso che lei è in America al college?

"Mi manca proprio la sua presenza. Fin da quando siamo piccole abbiamo sempre fatto tutto insieme. Adesso è un po’ di anni che è in America e ci ho anche fatto un po’ l’abitudine. Cerchiamo sempre di sentirci, perché entrambe abbiamo la necessità di raccontarci tutto quello che ci succede. Mi manca anche giocare con lei, spero un giorno succederà di nuovo: lei è la persona più importante della mia vita e fare insieme quello che ci piace di più è bellissimo. La connessione che ho con lei in campo è unica".

Si impara davvero qualcosa dagli infortuni o è una frase fatta?

"Quando mi sono infortunata tutti mi dicevano: “Imparerai tantissimo”. Io pensavo: “Potevo imparare anche senza rompermi il ginocchio”. Però mi ha resa più forte mentalmente e mi ha dato più consapevolezza del mio corpo. Stare così tanto senza basket è stato durissimo, soprattutto guardare le mie compagne giocare. Ora so quanto è importante poter fare le cose che ami, e penso che questo mi abbia resa un po’ più forte mentalmente".

Lei e Mariella Santucci, sua compagna a Venezia e in Nazionale, giocate nello stesso ruolo. Nel vostro rapporto c’è anche rivalità?

"No, non l’abbiamo mai sentita. L’ho conosciuta al mio esordio in Nazionale maggiore: ero terrorizzata e lei è stata quella che mi ha aiutata più di tutte, in campo e fuori. Per me è sempre stata una sorella maggiore. Anche a Venezia è stato tutto molto spontaneo. Quando mi sono rotta il crociato e hanno chiamato lei al mio posto ero felicissima per lei: se lo meritava. Le voglio tantissimo bene e ci supportiamo sempre".

Come si gestisce invece la rivalità con Schio, quando in Nazionale poi vi ritrovate con la stessa maglia?

"In campionato la rivalità c’è, soprattutto quando si gioca per lo scudetto. In Nazionale, però, appena indossiamo quella maglia scompare: mi dimentico di Venezia e Schio, siamo un tutt’uno. E ci troviamo benissimo insieme, un gruppo di belle persone. Poi in campionato torna tutto, ed è bello anche così: ogni volta che giochi contro Schio salgono l’adrenalina e la voglia di vincere".

Chi riesce a dirle le cose che non vuole sentirsi dire?

"Mio papà. A volte mi chiama e io gli attacco il telefono! L’ultima volta mi aveva detto che avrei dovuto giocare una partita con più energia e io: “Ma dai, non è vero”. Mi ha fatto arrabbiare, però mi conosce talmente bene e mi vede giocare da quando ho dieci anni che certe cose le percepisce solo lui. Poi ci rimugino sopra e in fondo lo so: “Magari ha ragione”».

Se potesse vedere una sola cosa della Matilde di trent’anni, cosa vorrebbe sapere?

"Niente, perché poi magari cambierei delle cose. Voglio vivere serenamente e vedere dove andrà a finire la Matilde di trent’anni".

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