Prima il Torino, poi Juve e Sassuolo: come e perché il Milan prende tanti gol su palla inattiva
La Gazzetta dello Sport

Prima il Torino, poi Juve e Sassuolo: come e perché il Milan prende tanti gol su palla inattiva

Martedì 13 ottobre 2026
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Fino a questo momento i rossoneri hanno incassato già tre gol su calci da fermo: questione di disattenzione, disposizione e atteggiamento

Fino a questo momento i rossoneri hanno incassato già tre gol su calci da fermo: questione di disattenzione, disposizione e atteggiamento

Francesco Albanesi 13 ottobre - 14:31 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google Il gol di Odenthal, sugli sviluppi di un calcio d'angolo. Ansa

“Non possiamo subire gol così da calcio d’angolo”. Vangelo secondo Ruben Amorim. E dentro quel “così” si nasconde un mondo: disattenzioni, scarsa percezione del pericolo e una predisposizione tattica che definire rivedibile sarebbe un generoso esercizio di diplomazia. Il gol di Odenthal - curiosità: la quarta scelta di Aquilani ha segnato più di Ramos, e già questo basterebbe ad aprire una parentesi - è costato al Milan due punti nella serata emiliana e ha restituito la fotografia di una squadra ancora immatura e, al momento, incapace di gestire le partite quando la pressione comincia a farsi sentire. “Dovevamo avere il possesso della palla dopo il gol segnato, per controllare la partita e uccidere la reazione del Sassuolo”, ha sentenziato Ruben. Il suo Milan ha fatto l’esatto contrario, staccando la spina, concedendo tre ripartenze dopo il gol di Rabiot e arretrando sempre di più. A quel punto il pareggio è stato una logica conseguenza. Quella di Odenthal è la terza rete su palla inattiva incassata dal Milan in stagione, dopo quelle contro Torino e Juventus. In due occasioni questi regali sono costati complessivamente quattro punti. Con più attenzione, il Milan oggi sarebbe primo in classifica con Inter e Lazio.

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Prima regola quando si difende un calcio d’angolo battuto basso: la palla non deve attraversare indisturbata il cuore dell’area. L’uomo appostato sul primo palo deve aggredirla e spedirla lontano. Semplice, almeno in teoria. A Reggio Emilia, invece, Moreira ha fatto quello che nelle scuole calcio ti insegnano a non fare fin dai primi allenamenti: girarsi quando l’avversario calcia. Il Sassuolo aveva preparato uno schema preciso: Laurienté ha messo il pallone basso, Doig ha anticipato Moreira e lo ha lasciato sfilare verso il centro dell’area. Il belga, troppo timido nell’intervento, non è riuscito a intercettarlo, mentre Ramos è rimasto piantato nella sua posizione. Da lì, è partito il flipper nell’area rossonera, con gli uomini di Amorim spettatori fin troppo passivi di una situazione che avrebbero dovuto risolvere molto prima. Il Milan difendeva a zona mista, con una prevalenza di marcature a uomo. Pulisic aveva il compito di seguire Odenthal, ma si è perso il difensore neroverde quasi subito, lasciandogli lo spazio per calciare. E il fotogramma del gol è persino più eloquente dell’azione: sette giocatori rossoneri stipati nell’area piccola, tutti a ridosso di Maignan, che con una selva di gambe davanti aveva una visuale annebbiata. Ma il problema sta anche nell’atteggiamento. Per rendersene conto basta osservare Musah, che allunga timidamente un piede nel tentativo di sporcare la traiettoria, invece di aggredire il pallone con decisione, attaccando lo spazio e andando incontro all’avversario. È l’immagine perfetta di una difesa che reagisce anziché anticipare, che accompagna l’azione anziché interromperla.

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Allo Stadium, il Milan ha incassato gol nel recupero, proprio quando nella testa dei rossoneri i tre punti erano già in cassaforte e la serata aveva ormai il sapore dell’impresa. Peccato che tra immaginare il traguardo e tagliarlo ci sia di mezzo un mondo. E qui si torna al solito problema: il calo di concentrazione e la gestione del risultato. Se il Milan di Allegri sapeva rintanarsi in un bunker di organizzazione difensiva, facendone quasi una ragione di vita, quello di Amorim sembra ancora incapace di replicare la stessa ricetta. E quando c’è da proteggere un vantaggio, la differenza si vede tutta. Il gol di Gatti nasce innanzitutto da una punizione che De Winter avrebbe dovuto evitare di concedere. Koopmeiners e Locatelli si scambiano il pallone, il Milan si fa sorprendere dalla situazione e finisce per perdere i riferimenti: a quel punto l’olandese pennella un cross preciso e il centrale azzurro svetta in mezzo a De Winter e Loftus-Cheek, trovando il pareggio. La fotografia è impietosa: sette rossoneri in area contro cinque juventini, eppure ad avere la meglio sono gli uomini di Spalletti. Anche il comportamento della linea lascia parecchi dubbi. I rossoneri scappano troppo presto all’indietro, con una prudenza che sconfina nella paura, anziché restare più alti e provare a sfruttare la trappola del fuorigioco. Gli accoppiamenti ci sono, almeno sulla carta, ma manca comunicazione tra Loftus-Cheek e De Winter su chi debba occuparsi di Gatti. Il difensore bianconero salta proprio davanti agli occhi dell’inglese, che avrebbe dovuto stringere e aggredire la situazione con maggiore decisione.

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Qui il gol fa meno male, perché almeno non è costato punti. Ma se si osserva il fermo immagine, la costante è sempre la stessa: il Milan, schierato in una difesa più a zona che a uomo, comincia a scappare all’indietro ancora prima che Gineitis batta la punizione. Adams, va detto subito, tira fuori un eurogol da applausi. Il problema però non è soltanto la prodezza dello scozzese, quanto la scarsa percezione del pericolo dell’intero reparto rossonero. Il cross è basso, Ramos perde Adams, che nel frattempo si ferma, mentre tutta la retroguardia rossonera si limita a guardare e arretrare verso Maignan. Nessuno aggredisce il pallone, nessuno legge il movimento, nessuno sembra intenzionato a disturbare lo scozzese. Risultato: l’attaccante granata ha tutto il tempo del mondo per coordinarsi, colpire e spedire il pallone all’incrocio. Sarebbe bastato usare un po’ di quel famigerato mestiere, sporcare il movimento di Adams e rendergli la conclusione decisamente più complicata. Invece, il Milan ha scelto la soluzione più comoda: accompagnare l’azione con lo sguardo e sperare che finisse bene. Non è andata esattamente così.

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La brutta abitudine di questa squadra, sulle palle inattive, è ormai evidente: poca aggressività, disattenzioni e una gestione del pericolo che lascia parecchio a desiderare. Sul piano tattico, Amorim può e deve intervenire. Si può lavorare su una linea più alta, sfruttare meglio la trappola del fuorigioco ed evitare quelle fughe all’indietro tanto frenetiche quanto controproducenti. Si può essere più aggressivi nei duelli, usare meglio il corpo e stabilire con maggiore chiarezza chi debba prendersi la responsabilità dell’uomo e chi debba proteggere lo spazio. Perché il problema, al momento, è anche l’identità stessa della difesa: il Milan sembra vivere in un limbo tra marcatura a uomo e difesa a zona, senza sposare davvero né l’una né l’altra. Insomma, un ibrido tattico che ricorda quelle auto metà elettriche e metà benzina che, quando qualcosa si inceppa, non sai mai se andare dal meccanico o dall’elettrauto. Solo che qui non c’è una spia da spegnere sul cruscotto: ci sono avversari che segnano e punti che evaporano.

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