L'argento, il pugno alzato e il prezzo del coraggio: Peter Norman, la storia dell'eroe dimenticato
Alle Olimpiadi di Città del Messico, l'australiano scelse di schierarsi al fianco di Tommie Smith e John Carlos nella storica protesta contro il razzismo. Un gesto di coraggio che gli costò la carriera e l'isolamento in patria
Avrebbe potuto farsi i fatti suoi, e quell’argento sarebbe diventato un oro quattro anni più tardi, a Monaco. Ma Peter Norman aveva una predisposizione per le cause nobili. E quel 16 ottobre 1968 si buttò incontro al disastro con un’unica certezza: quella era la cosa giusta da fare. Erano tempi complicati per i diritti. A maggio gli studenti francesi avevano fatto le barricate nel Quartiere Latino di Parigi dopo che la polizia aveva chiuso la Sorbona. Gli Stati Uniti erano in fiamme: ad aprile era stato assassinato Martin Luther King, a giugno era toccato a Bobby Kennedy, il movimento per i diritti civili si scontrava quasi quotidianamente con la polizia e l’esercito, battendosi contro la segregazione e il razzismo. Fu l’anno cruciale della guerra nel Vietnam. A Città del Messico il 2 ottobre, alla vigilia dei Giochi, quindicimila studenti si erano dati appuntamento in Plaza de las Tres Culturas per una protesta pacifica contro il governo autoritario. L'esercito e la polizia, su ordine del presidente messicano Gustavo Díaz Ordaz, avevano aperto il fuoco sulla folla usando mitragliatrici, elicotteri e cecchini sui tetti. Furono assassinati più di trecento studenti, e furono fatti sparire in fretta e furia, prima che arrivassero atleti e giornalisti da tutto il pianeta. L’altra parte del mondo non era più tranquilla. I giovani insorgevano contro la politica della White Australia, che imponeva pesanti restrizioni all’immigrazione di persone non bianche e prevedeva una serie di leggi discriminatorie contro la popolazione indigena. Era prassi sottrarre i bambini aborigeni alle loro famiglie per darli in adozione a coppie bianche. Ma quando fu convocato nella squadra di atletica per le Olimpiadi, a Norman parlarono soltanto di tre regole. La prima era replicare il tempo che gli aveva permesso di qualificarsi; la seconda: non arrivare mai ultimo in nessuna batteria; e la terza (questa tassativa): mai farsi battere da un Pom (che era il termine dispregiativo per indicare gli atleti britannici). Nessuno gli disse che non avrebbe dovuto battersi per i diritti umani. In batteria Norman fece il record olimpico: 20"2. Durò un giorno. In semifinale gli statunitensi Tommie Smith e John Carlos corsero tutti e due in 20"1. Erano loro i grandi favoriti della finale. Carlos partì troppo forte, Smith lo passò a trenta metri dalla linea e corse gli ultimi dieci a braccia alzate: oro in 19"83. Norman, l’australiano, a metà gara era solo sesto, ma venne fuori nel finale, e negli ultimi metri scavalcò Carlos: argento con 20" netti, e bronzo per l’americano. E dire che la prima volta che lo aveva visto, in batteria, Carlos ci aveva scherzato sopra: "Chi è questo ragazzino bianco?".