Come usiamo ChatGPT? Uno studio identifica quattro categorie di utenti
La Gazzetta dello Sport

Come usiamo ChatGPT? Uno studio identifica quattro categorie di utenti

Venerdì 13 febbraio 2026
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Appassionati, pragmatici, cauti ed esploratori: uno studio di Oxford ha classificato gli utenti in 4 gruppi. Scoprendo che non c'è solo un modo di rapportarsi all'intelligenza artificiale

Appassionati, pragmatici, cauti ed esploratori: uno studio di Oxford ha classificato gli utenti in 4 gruppi. Scoprendo che non c'è solo un modo di rapportarsi all'intelligenza artificiale

Eugenio Spagnuolo 13 febbraio - 17:33 - MILANO

C'è chi parla con ChatGPT come se fosse una persona. Chi lo usa solo per sbrigare compiti noiosi. Chi ci gioca diffidente, sempre con un occhio aperto sui possibili rischi. E chi lo testa scettico, convinto che tanto non servirà a niente. Quattro modi completamente diversi di rapportarsi con lo stesso strumento. E la cosa più strana? Tre utenti su quattro temono per la loro privacy, ma continuano a usarlo lo stesso. 

Lo hanno scoperto i ricercatori dell'Humboldt Institute for Internet and Society e dell'Università di Oxford dopo aver analizzato 344 utenti nel loro rapporto con ChatGPT (e l'AI generativa in generale). Lo scopo era comprendere non tanto quanto lo usassero, ma come. E l'intuizione è che l'approccio "taglia unica" che funzionava con le tecnologie precedenti non regge più. Ognuno usa l'intelligenza artificiale in modo personale, anche se, semplificando, si può dire che esistono 4 modi diversi di avvicinarsi all'AI. 

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4 gruppi

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Il primo gruppo, il 25,6 per cento del campione, sono gli "appassionati di intelligenza artificiale". Esperti di tecnologia, motlo coinvolti, cercano nell'AI sia vantaggi pratici che personali. Ed è proprio qui che si differenziano dagli altri utenti. Gli appassionati sono gli unici a percepire una "presenza sociale" quando conversano con ChatGPT. I ricercatori notano che questo gruppo tende a "trattare gli strumenti di intelligenza artificiale come persone", con tutto quello che ne consegue. E infatti sono anche gli unici a non avere preoccupazioni sulla privacy. Si fidano completamente. 

Al polo opposto ci sono i "pragmatici ingenui", il 20,6 per cento degli utenti. Credono nei vantaggi pratici dell'AI, soprattutto nel lavoro, il resto li appassiona poco. E in quanto ai rischi per la privacy, per ora, non li preoccupano, anche se ammettono che il problema c'è. 

ChatGPT

Il gruppo più numeroso, il 35,5 per cento, sono invece gli "adottanti cauti". Curiosi come i pragmatici, ma con una differenza: valutano, costantemente. Benefici contro rischi, utilità contro preoccupazioni per la privacy. Un equilibrio che per ora regge, ma che potrebbe rompersi al primo scricchiolio. E poi ci sono gli "esploratori riservati": il 18,3 per cento del campione il gruppo più piccolo e più scettico. Si sono avvicinati a ChatGPT e l'AI in generale "mettendo solo un piede dentro". Non vedono ancora vantaggi concreti e la privacy li preoccupa non poco. Eppure anche loro continuano a usare l'AI. 

umano, troppo umano?

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Ma lo studio porta con sé anche un avvertimento agli sviluppatori dell'intelligenza artificiale. L'antropomorfizzazione dei chatbot — cioè renderli sempre più simili a persone vere — potrebbe rivelarsi un boomerang. Il rischio è che gli utenti di fronte a una violazione o a un errore marchiano dell'AI, puntino il dito contro il chatbot invece che contro l'azienda che lo controlla. Come se la colpa fosse della tecnologia, in quanto tale, e non di chi la gestisce. E questo, avvertono i ricercatori, finirebbe per distruggere la fiducia in un'innovazione potente. Un paradosso da non sottovalutare, visto che la corsa verso chatbot sempre più "umani" non accenna a fermarsi, come dimostra l'esempio di Grok, l'AI legata al social X che qualche mese fa ha lanciato i companion: avatar intelligenti (e seducenti) con cui discutere di tutto. Proprio tutto. 

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