Guarin: "Via dall'Inter perché ero ingestibile. L'alcol era un'ossessione, ho pensato al suicidio"
Il colombiano si racconta in occasione della sfida Champions fra una il suo Porto e il Napoli: "Ho toccato il fondo, ma ora sto risalendo. Allegri uno dei migliori tecnici italiani, stasera stia attento a Pepê"
Il colombiano si racconta in occasione della sfida Champions fra una il suo Porto e il Napoli: "Ho toccato il fondo, ma ora sto risalendo. Allegri uno dei migliori tecnici italiani, stasera stia attento a Pepê"
Lorenzo Cascini Giornalista 4 novembre - 08:36 - MILANO Italiano Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleIl sole della Colombia gli illumina il volto, entra nella videochiamata come se volesse far risaltare i tratti del suo viso. Gli occhi e lo sguardo di Fredy Guarin nascondono sofferenze: la battaglia contro alcol e depressione è stata dura, lui ne porta ancora i segni, ma vede una luce. “Ho toccato il fondo, adesso sto risalendo. Mi sento meglio, inseguo la felicità. Racconto la mia esperienza ai più giovani così che possa aiutarli a non sbagliare”. Da un anno il viaggio dell’ex centrocampista è ripartito. Oggi va nelle scuole, nei centri dei settori giovanili e parla ai ragazzi, raccontando la sua vita. Gioie, sconfitte, cadute, fragilità. Le ultime soprattutto. Quando torna indietro con la mente, però, trova ancora la forza per sorridere. Specialmente quando gli nominiamo il Porto. “Un posto magico. Per me è come una famiglia. Lì sono diventato grande per davvero”.
VIDEO: Guarin insanguinato dopo una rissa: le immaginiGuarin, intanto la partita di stasera. Il Napoli di Allegri arriva al Do Dragao per la Champions. Che sfida sarà?
“Una gara intensa, io seguo spesso il Porto. Di recente sono stato anche allo stadio. La società è un modello: puntano sui giovani, li valorizzano e giocano davvero bene. Il Napoli dovrà fare molta attenzione”.
Lei l’ambiente lo conosce bene, ci ha giocato dal 2008 al 2012. Ce lo racconta in un paio di flash?
“Porto è una città magica. Lì è nata la mia prima figlia, sarò sempre legato al club e alla gente. Si sta benissimo, ti lasciano tranquillo di giocare come sai. E per questo molti calciatori rendono al massimo. Guardate me, Falcao, James Rodriguez e tanti altri…”
Adesso magari non ci sono più stelle del vostro calibro, ma ci dice un nome che il Napoli dovrà tenere d’occhio?
“Ne ho più d’uno! Quella di Farioli è una squadra molto interessante. Lui è un allenatore molto valido, esprime un ottimo calcio. E poi hanno vari talenti sparsi. Penso a Froholdt, centrocampista danese di lotta e governo, ma anche al coreano Hwang e il dieci Gabri Veiga”.
Davanti poi ci sono due ex Serie A.
“Eh, Gimenez e André Silva il Napoli lo conoscono bene e possono fargli male. In Italia non hanno reso al massimo, ma può essere uno stimolo in più. E fate attenzione anche a Pepê, ala brasiliana con il dribbling nel sangue. Potrà creare scompiglio nella difesa azzurra”.
A proposito del Napoli, l’allenatore è Max Allegri. L’hai affrontato più volte nelle sfide con l’Inter. Che ricordi hai?
“È uno dei migliori tecnici italiani. Non ho visto tutte le partite delle sue squadre, ma ricordo una Juve davvero compatta e difficile da affrontare. Aveva organizzazione difensiva e un'ottima capacità di trasformare l’azione in offensiva. In più, è un maestro di tattica, il Napoli con lui può puntare in alto. Mi perdonerete però… se domani tiferò per i portoghesi”.
Perdonato. È rimasto legato all’Italia?
“Moltissimo. L’Inter mi è rimasta nel cuore, il mio sogno era tornare a San Siro e l’anno scorso l’ho realizzato. Anche i tifosi sono speciali. Dispiace non aver reso al massimo in nerazzurro. Sono sempre stato fedele, anche quando stavo per passare alla Juventus. Io non volevo andare via”.
Sarebbe andato da Conte e poi chissà magari avrebbe trovato proprio Allegri in bianconero.
“Eh, sa, la vita è una sliding doors continua. So che Antonio mi voleva. Io alla fine sono rimasto all’Inter e va bene così. Avevo anche la possibilità di andare al Galatasaray da Mancini. Poi, in ogni caso, sono triste per come è andata a finire. Ho fallito tutti gli obiettivi, calcistici e personali. Ero completamente preso dall'alcol”.
Già, l’alcol. È stato l’avversario più difficile mai affrontato?
“Eccome. Io già quando giocavo bevevo e per me non era un discorso di socialità, ma una vera e propria ossessione. Bevevo da solo, ovunque: a casa, al ristorante, dopo gli allenamenti e dopo le partite. Il calcio per me era una valvola di sfogo, solamente in campo riuscivo a staccare. Poi tornavo a casa e mi ubriacavo da solo. Ero entrato in un loop da cui non riuscivo a uscire”.
Nemmeno andando via da Milano la situazione è migliorata.
“I dirigenti dissero ai miei procuratori di portarmi lontano da Milano e dall’Italia: ero diventato ingestibile. Purtroppo, però, anche quando sono andato via non è cambiato niente. Ho toccato il fondo. Ho una frase tatuata, l'ho scritta io stesso: 'Ho paura della morte e del carcere' e, senza saperlo, vivevo in un carcere da condannato a morte. Ho rischiato più volte di togliermi la vita, ero fuori controllo. La depressione e l’alcol sono due mostri che ti trascinano all’inferno”.
Oggi pensa di esserne uscito?
“Ho toccato il fondo, adesso sto risalendo. Mi sento meglio, inseguo la felicità. Racconto la mia esperienza ai più giovani così che possa aiutarli a non sbagliare. Non voglio che qualcuno ripeta i miei errori. Attenzione, so cosa è l’inferno e non lo sottovaluto. Voglio tornare a sorridere. Felice, come quando segnavo al Do Dragão e in Italia”.
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