MotoGP, arriva il salario minimo per i piloti: dopo 4 anni trovato un accordo
Finalmente risolta la questione aperta da Marc Marquez nel 2022: sarà di 500mila euro, partirà dal 2027. Il sigillo atteso il prossimo martedì in una riunione a Buriram
Finalmente risolta la questione aperta da Marc Marquez nel 2022: sarà di 500mila euro, partirà dal 2027. Il sigillo atteso il prossimo martedì in una riunione a Buriram
Massimo Falcioni 25 febbraio - 19:19 - MILANODunque anche nel motociclismo, specificatamente nella MotoGP, arriva il “salario minimo” per i protagonisti, cioè per i piloti. È così, da anni, nel calcio e in altri sport. Era stato Marc Marquez, in occasione del GP del Mugello 2022, a sollevare la questione della retribuzione dei piloti: “Sono forse il più pagato della griglia, ma sono onesto e credo che molti piloti corrano con uno stipendio troppo basso. Dato che corriamo a 350 Km/h e tutti rischiamo la vita allo stesso modo, uno stipendio base minimo per il futuro dovrebbe essere una cosa su cui lavorare”. Già. Veniva poi affidato ad Aleix Espargaro il ruolo di punto di riferimento e portavoce delle richieste dei piloti che adesso, dopo quattro anni, pare abbiano finalmente trovato uno sbocco concreto, almeno per i piloti MotoGP, con un “salario minimo” pro capite, di 500 mila euro annui. Tale salario minimo dovrebbe entrare in vigore dal 2027, nell’ambito del nuovo quadro commerciale 2027-2031 che sarà discusso proprio il prossimo martedì in una riunione a Buriram, dove in questo fine settimane parte la stagione iridata 2026.
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—Questa norma, se confermata, riguarderà tutti i piloti MotoGP a tempo pieno, compresi i rookie. Ancora più significativo il fatto che i 500 mila euro si intendono come base fissa, cui si aggiungerebbero i bonus prestazioni, cioè i premi dovuti ai risultati in gara e campionato. Così il “salario minimo” non appiattisce gli stipendi, ma porta più in alto la soglia economica sotto la quale non si deve scendere. Il tutto, come detto, è già nella nuova bozza del nuovo accordo commerciale, perno della trattativa in corso proprio in questi giorni a Buriram, fra il promoter del Motomondiale (MotoGP Sports Entertainment, ex Dorna) e i Team MotoGP. Il tema del supporto economico minimo ai piloti non nasce oggi. Da anni nel paddock si discute di una maggiore tutela economica di chi scende in pista, anche in relazione ai tentativi (mai concretizzati) di creare una associazione dei piloti capace di rappresentarne gli interessi in modo strutturato. La differenza è che ora tale questione è entrata nel testo che definirà i rapporti commerciali della nuova era. In questo quadro, la soglia da 500mila euro avrebbe un impatto soprattutto sui contratti più bassi, senza toccare il meccanismo che continua a premiare i top rider con accordi molto più ricchi, ben oltre i 10 milioni di euro a stagione per piloti come Marc Marquez, e non solo lui. Una misura, questa del “salario minimo”, che non elimina le differenze, ma prova a renderle meno estreme in uno sport in cui i rischi in pista restano gli stessi per tutti.
trasferte da pagare
—Certo, la questione economica e il rapporto entrate-uscite, riguarda tutti i piloti impegnati nelle corse, nel Motomondiale (specie nella Moto3 e Moto2) e nei campionati nazionali dove la maggioranza dei corridori inizia la stagione sapendo di essere già sotto di decine e decine di migliaia di euro per poter entrare in un Team e per pagare le trasferte. Da sempre, di fronte alle cifre assai diverse degli ingaggi e delle entrate complessive dei piloti, si può dire tutto e il contrario di tutto. Una questione che non può essere valutata con il metro di misura dell’etica spicciola o nella logica di un “comunismo utopistico” perché si sconfina nel moralismo, senza capo né coda. Tali cifre arrivano nelle tasche dei piloti per due motivi: il primo perché i grandi campioni producono “emozioni” anche derivate dall’alto rischio di questa disciplina sportiva, emozioni “monetizzabili” nel libero mercato. Ti dò uno se produci due. Ti dò due se produci quattro ecc. Il secondo, appunto, perché il loro guadagno è in relazione a quanto lo status di campione produce in termini di business dell’intero Circus (mercato moto, biglietti ingresso circuiti, diritti tv, sponsor ecc.). Tale montagna di soldi riguarda l’iceberg dell’intero “sistema” del motociclismo, dove alla base della piramide la stragrande maggioranza dei piloti non guadagna niente o quasi niente e anzi dove quasi tutti pagano per correre. Quindi una medaglia a due facce che, senza equilibrio, rischia di frantumarsi. Il “salario minimo” è la soluzione di tutti i problemi? No. Ma è un passo avanti. Giusto e utile per tutto il Motomondiale, un segnale positivo per tutto il motociclismo, e non solo.
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