Varane: "Dalla D alla zona Europa, perché a Como tutto è possibile. E io guardo le gare nei pub"
La Gazzetta dello Sport

Varane: "Dalla D alla zona Europa, perché a Como tutto è possibile. E io guardo le gare nei pub"

Giovedì 5 marzo 2026
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L'ex difensore oggi è ambassador del club e membro del board di sviluppo: "Qui mi ha colpito prima di tutto la visione della società. Fabregas è tattica e senso di appartenenza. Nico Paz resta? Non dipende da noi..."

L'ex difensore oggi è ambassador del club e membro del board di sviluppo: "Qui mi ha colpito prima di tutto la visione della società. Fabregas è tattica e senso di appartenenza. Nico Paz resta? Non dipende da noi..."

Giulio Saetta Giornalista 5 marzo - 09:11 - MILANO

Una vita che svolta così, all’improvviso. Uno che a testa alta ha giocato e vinto un Mondiale e cinque Champions, prostrato dopo ventitré minuti di un banalissimo trentaduesimo agostano di Coppa Italia. Raphaël Varane si racconta per la prima volta all’Italia. “Facciamo ordine prima. Sono venuto a Como per fare il calciatore. Poi il destino mi ha portato a diventare ambassador del club e membro del board di sviluppo insieme a Osian Roberts. Ho deciso di fare questa intervista dopo un anno e mezzo dal mio arrivo, che è poi purtroppo coinciso con la fine della mia carriera di calciatore. Un passaggio un po’ delicato, difficile, nel capire quale potesse essere il mio ruolo nel club e trovare anche un po' il bilanciamento tra la mia vecchia vita e quella nuova. Però adesso sono felice di essere rimasto”.

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Di cosa si occupa nello specifico?

“Un ambassador all’inizio sfrutta la visibilità della sua rete di contatti per migliorare il club. In questo momento il grosso del mio lavoro si svolge col settore giovanile. Quello su cui siamo concentrati è creare un'identità, una metodologia operativa, stabilire come vogliamo che i ragazzi lavorino, giochino. Mi occupo anche dei campus estivi organizzati dal club, una cosa importante sia per la comunità locale che per lo sviluppo del brand globale. L’obiettivo è quello di diventare uno dei migliori summer camp del mondo, abbiamo fatto il primo l'anno scorso e ora stiamo organizzando il secondo. Inoltre, sto lavorando a un progetto filantropico che si muove nel sociale, lo 'Stage Varane'. Dei camp gratuiti, aperti a tutti, in cui i ragazzi possano avere un’esperienza professionale di livello top. In Francia sta crescendo molto questa idea e spero di portarla presto anche in Italia”.

Ha trovato il settore giovanile italiano al passo con il resto dell'Europa. E non crede che dal punto più strettamente calcistico la Serie A dovrebbe avere un po’ più di coraggio nell'impiegare i giovani come vediamo negli altri top campionati d’Europa?

“No, in realtà ho trovato un buon livello. Forse il punto è che qui il campionato è molto tattico e questo porta ad avere una differenza tra vincere e perdere molto sottile. Diciamo che non è l'ambiente migliore per spingere un giovane, perché per fare in modo di farlo giocare è necessario che il contesto intorno a lui sia pronto ad accoglierlo. E anche questo aspetto fa parte del mio lavoro”.

È stata dura anche per lei, quando molto giovane si è trasferito in Spagna. Quale consiglio si sente di dare ai ragazzi che in questo momento stanno affrontando il suo stesso percorso?

“La cosa più importante è avere pazienza. Quando sono passato dal Lens al Real Madrid tutto era più grande, nuovo, diverso. E soprattutto il tempo percepito era diverso, non giochi per un mese e ti sembra un anno. Devi essere concentrato, stare sul pezzo avere resiliente e allenarti come se dovessi giocare”.

L’allenatore che l’ha aiutata di più in questo?

“Zidane, non uno qualsiasi. Mi consigliò di concentrarmi su una cosa specifica in ogni allenamento. Una palla lunga, un controllo diverso, un movimento nuovo. Una piccola cosa, non tante, non tutto, da aggiungere per migliorare di giorno in giorno. Torniamo al concetto di pazienza, resilienza, costanza”.

La sua giornata tipo a Como?

“Quando sono qui trascorro la maggior parte del tempo lavorando, faccio la spola nei vari centri di allenamento giovanili. Poi meeting in centro città con la parte dirigenziale, eventi. E il tempo che mi avanza lo dedico al padel. Poi quando la squadra gioca in trasferta a volte mi piace andare in un ristorante o in un pub a seguire la partita insieme alla gente, piuttosto che vederla da solo. Anche perché quando giochi sei sempre un po' chiuso nella tua bolla. E quindi volevo un po' provare, conoscere, vedere, connettermi alla gente intorno e percepirne le vibrazioni”.

Stiamo assistendo a un miracolo. Una squadra che sette anni fa era in quarta divisione e adesso è quinta in Serie A. È qualcosa di incredibile"

Lei è stato campione del mondo con la Francia e vinto tutto col Real, cosa l’ha spinta a scegliere il Como?

“Mi ha colpito prima di tutto la visione del club. Un progetto molto interessante. A Como si ha veramente la percezione che qualunque cosa sia possibile. E questo è quello che mi spinto a venire”.

Si aspettava una crescita così grande e veloce?

“Insomma… Stiamo assistendo a un miracolo. Una squadra che sette anni fa era in Serie D e adesso è quinta in Serie A. È qualcosa di incredibile ma si spiega con l'approccio diverso. Qui si può fare vera innovazione e questa cosa mi ha stimolato tanto, la possibilità di contribuire, con la mia esperienza e le mie conoscenze, alla crescita del club”.

E poi quella maledetta domenica di agosto, l’infortunio, la decisione improvvisa e risoluta di smettere.

“Allora, a vent’anni ho avuto un grosso infortunio al ginocchio, il destro. E diciamo che per tutta la mia carriera mi sono concentrato a trovare il giusto bilanciamento tra un ginocchio che era più debole e l’altro. Quando mi sono rotto il sinistro mi ha investito la consapevolezza che sarebbe stato molto complicato andare avanti senza quell’equilibrio”.

E aveva anche già in mente che avrebbe continuato a lavorare nel Como?

“No, non era assolutamente in programma. Sono venuto qui per giocare, e diciamo che non è stato neanche semplice, insomma, chiamare il presidente Suwarso per dirgli che non me la sentivo più di andare avanti. Quello che veramente ho apprezzato del club è stata la disponibilità di parlare e capire se ci fosse la possibilità di avere un altro ruolo. È lì che ho capito cosa intende Fabregas quando parla di grande famiglia”.

Rimanendo sul tema infortuni, in Serie A ce ne sono tanti, si veda il Napoli. Lei che si è battuto contro il calcio “lavatrice”, se fosse nella Fifa che cosa farebbe?

“La buona notizia che abbiamo avuto qualche giorno fa è che Fifa, Uefa e altri attori presto si siederanno per parlare di questo. Il calcio deve trovare il modo di avere comunque un ritorno economico, di essere sostenibile, ma anche preservare la salute dei calciatori. Perché se fai troppe partite alla fine il gioco lo distruggi. Quindi, come in tutte le cose, ci vorrebbe meno quantità e più qualità, perché è da lì che poi nasce l'amore per questo sport”.

Un altro tema che le sta molto a cuore è quello dei traumi cerebrali derivanti dai colpi di testa.

“Sì, anche perché rispetto al passato oggi abbiamo a disposizione un sacco di dati su cui possiamo lavorare e di cui non possiamo non tenere conto. Soprattutto riguardo ai giovani, magari sotto i dodici anni quando il cervello ancora si sta sviluppando. Allenarsi tanto sui colpi di testa non ti rende un giocatore migliore. Meglio concentrarsi sulle capacità tecniche, con la palla al piede. Chiaramente non è mia intenzione cambiare il gioco, anche perché uno dei miei punti di forza era il gioco aereo. Però so benissimo che oggi possiamo affidarci ai dati: non si può più pensare di poter diagnosticare un trauma cranico semplicemente chiedendo al giocatore che giorno è oggi. Conosco personalmente giocatori che hanno dovuto smettere per questo problema. Giocatori anche più anziani di me che adesso mi dicono che se avessero saputo le conseguenze di questi traumi probabilmente avrebbero agito in modo diverso durante la loro carriera. In Francia qualcosa si sta muovendo da questo punto di vista. Il problema è che se ci lavoriamo con un termine di due o tre anni, per chi sta giocando a calcio adesso magari potrebbe essere già troppo tardi”.

Cosa ne pensa della proposta di Wenger sul fuorigioco con “luce”?

“Se venisse introdotto cambierebbe parecchio il modo di giocare, perché solo dieci centimetri in un contesto di eccellenza e rapidità fanno veramente la differenza; quindi, immaginare che siano ancora di più è un enorme cambiamento. Il mio parere di ex calciatore è che chi si occupa del regolamento dovrebbe coinvolgere un po’ di più nelle decisioni gli attori che sono in campo, i giocatori, gli allenatori. Va bene fare sperimentazioni, ma ci vorrebbe un feedback da chi poi concretamente va in campo”.

La forza di Cesc è saper creare un senso di appartenenza, di unità nel gruppo. E poi il Como gioca proprio in modo divertente, è bello vederlo stare in campo”

Lei che ha avuto allenatori fortissimi, cosa l’ha stupita di più di Fabregas?

“Ci ho parlato molte volte prima di arrivare a Como. Quindi, non è stata una sorpresa quella che ho trovato qui. Oltre che bravo da un punto di vista tattico, la sua forza è saper creare un senso di appartenenza, di unità nel gruppo. E poi il Como gioca proprio in modo divertente, è bello vederlo stare in campo”.

Già l’estate scorsa Cesc era stato cercato dall’Inter. Pensa che la qualificazione a una coppa possa essere uno stimolo in più per restare?

“Chiaramente giocare in Europa sarebbe uno stimolo per chiunque. Dopodiché, il calcio è imprevedibile. Ciò che pensa Cesc, soprattutto per quello che è il suo ruolo, è che il Como si debba godere il momento. Ha avuto una carriera molto lunga, molto bella, ma sa che da un momento all'altro le cose possono cambiare. Stanno succedendo veramente belle cose qui con questa atmosfera positiva, bisogna godersele e tenersele strette e non pensare troppo al futuro”.

Avere un po' più di italiani in prima squadra è un obiettivo a lungo termine del club oppure proseguite con questo spirito internazionale per cui l'importante è che la gente che arriva sia forte?

“Il club è molto legato alla comunità locale e quindi formare giocatori italiani che possano competere in prima squadra è uno dei nostri obiettivi a medio termine”.

Dopo il pareggio di ieri contro l’Inter, preferirebbe qualificarsi in Europa o vincere la Coppa Italia?

“Diciamo...tutte e due". 

Paz tornerà al Real Madrid?

“Sappiamo che non dipende né dal Como né da lui. Per ora ce lo godiamo noi”.

Anche Jacobo Ramon sta facendo bene, si rivede un po’ in lui?

“È forte e potrà diventare un grande difensore”.

La vera evoluzione del Como quest’anno è stata la solidità difensiva?

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“Di sicuro. Tutte le squadre importanti, anche quelle che giocano un calcio estremamente offensivo, sanno difendere, sanno saper soffrire e questo è sicuramente una un grande merito che va dato che va dato al mister”.

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