Blocco dello Stretto di Hormuz: strategie per le compagnie petrolifere
Con lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran, le compagnie petrolifere si trovano davanti a una sfida senza precedenti: come garantire il flusso di petrolio e gas dal Golfo Persico. Analizzando i rischi immediati, le rotte alternative via pipeline e corridoi marittimi e possibili scenari operativi, il testo mostra le strategie per mantenere le esportazioni e proteggere la sicurezza energetica globale
Con lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran, le compagnie petrolifere si trovano davanti a una sfida senza precedenti: come garantire il flusso di petrolio e gas dal Golfo Persico. Analizzando i rischi immediati, le rotte alternative via pipeline e corridoi marittimi e possibili scenari operativi, il testo mostra le strategie per mantenere le esportazioni e proteggere la sicurezza energetica globale
Riccardo Rossi 6 marzo - 13:14 - MILANOMercati petroliferi, attacchi petroliferi e stretti strategici. (Fonte: Center for Strategic & International Studies)
Il 3 marzo 2026, il presidente Donald Trump ha annunciato la possibilità di scortare militarmente le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz per garantire il “libero flusso di energia nel mondo”. Contestualmente, l’Iran ha imposto restrizioni alla navigazione commerciale in partenza dai terminal marittimi dei Paesi Opec+ del Golfo Arabico, provocando un aumento dei prezzi del petrolio e rischi operativi e finanziari per le compagnie energetiche occidentali: TotalEnergies, BP, Royal Dutch Shell, ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips, Occidental Petroleum e Eni. Può essere quindi interessante vedere le possibili alternative a breve termine e operativamente fattibili per trasportare il petrolio greggio e il Gnl dal Golfo Arabico verso l’Europa bypassando lo Stretto di Hormuz e riducendo le problematiche per le Sette Sorelle.
Indice
- Punti chiave
- Petrolio, gas, rotte e infrastrutture
- Minacce e opportunità
- Elementi da monitorare
- Conclusioni e scenari
1 Punti chiave
—Il conflitto tra l’Iran e la partnership israelo-statunitense comporta rischi economico-strategici per le compagnie petrolifere, riassumibili in tre punti principali
- L’instabilità nel Golfo Persico. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha bloccato la navigazione dello Stretto di Hormuz, che, con un traffico di 21 milioni di barili al giorno di greggio, è il principale checkpoint marittimo mediorientale.
- Infrastruttura. La Saudi East–West Pipeline, la Abu Dhabi–Fujairah Pipeline, le raffinerie e gli hub portuali sono cruciali per le politiche delle compagnie energetiche occidentali in Medio Oriente.
- La coordinazione regionale. L’aumento dei flussi commerciali attraverso la Penisola Arabica meridionale e gli Stetti di Bab el-Mandeb e Suez potrà dipendere dall’aumento della produttività fossile di Muscat, Sana'a e Riad e dalla loro cooperazione con le compagnie energetiche occidentali
LEGGI ANCHE
Iran, risorse strategiche: petrolio, materiali critici e automotive
Volumi giornalieri di transito di petrolio e altri liquidi attraverso i principali chokepoint marittimi mondiali (milioni di barili al giorno) (2023). Fonte: U.S. Energy Information Administration
2 Petrolio, gas, rotte e infrastrutture
—Il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz ha destabilizzato i mercati e gli equilibri geoeconomici del Medio Oriente. In questo scenario, le compagnie occidentali potrebbero ridefinire le proprie politiche industriali nella regione, con la possibilità che la Penisola Arabica meridionale acquisisca un ruolo cruciale, vista l’elevata concentrazione di riserve fossili e l’adiacenza ai corridoi marittimi di Suez e Bab el-Mandeb.
Risorse fossili
—La maggioranza dei giacimenti fossili della Penisola Arabica meridionale è concentrata in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, in Oman e in Yemen.
Arabia Saudita
Riserve260–267 miliardi di barili di giacimenti provati di petrolio greggio e oltre 250 trilioni di piedi cubi di gas naturale ProduzioneConcentrata nella Provincia Orientale, in particolare nei giacimenti di Ghawar, Safaniya, Khurais, Shaybah e Abqaiq.Fonte: U.S. Energy Information Administration, Saudi Arabia, 2023, https://www.eia.gov/international/overview/country/sau
Emirati Arabi Uniti
Riserve111 miliardi di barili di petrolio e circa 290 Tcf di gas naturale. GiacimentiUpper Zakum, Lower Zakum, Umm Shaif, Bu Hasa e Bab.Fonte: U.S. Energy Information Administration, United Arab Emirates, 2023, https://www.eia.gov/international/analysis/country/ARE
Fonte: U.S. Energy Information Administration.
Sultanato dell'Oman
Riserve5 miliardi di barili di greggio e di circa 23 Tcf di gas naturale. ProduzioneConcentrata nei giacimenti di Mukhaizna, Harweel, Qarn Alam e Fahud.Fonte: U.S. Energy Information Administration, Sultanato dell’Oman, 2019, https://www.eia.gov/international/analysis/country/omn
Yemen
Riseve3 miliardi di barili di petrolio e 17 Tcf di gas naturale. Produzione petrolifera giornalieraNel 2024 si è attestata intorno a 992.600 bariliFonte: U.S. Energy Information Administration, Yemen, 2020, https://www.eia.gov/international/analysis/country/yem
LEGGI ANCHE
Risorse e veicoli elettrici: la frontiera artica dell'automotive
Fonte: U.S. Energy Information Administration.
i checkpoint marittimi e l’infrastruttura energetica
—La capacità di esportazione di greggio e gas naturale dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Oman e dello Yemen dipende dal controllo dei chokepoint marittimi regionali e dall’efficienza delle infrastrutture energetiche: oleodotti, gasdotti, porti e raffinerie. Nel 2023, il Canale di Suez e il sistema Sumed hanno movimentato 8,8 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre nello stesso anno, dallo Stretto di Bab el-Mandeb sono transitati 8,6 milioni di barili giornalieri. In questo contesto, il controllo esercitato da Yemen, Arabia Saudita, Egitto e dalle compagnie petrolifere occidentali sui due chokepoint marittimi — Bab el-Mandeb e Suez — permette di regolare e potenziare i flussi di petrolio dal Medio Oriente verso l’Unione Europea, sfruttando rotte consolidate e strategicamente fondamentali per i mercati europei. Tuttavia, l’espansione di questi flussi dipende dal potenziamento delle infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Sultanato dell’Oman, Yemen e Emirati Arabi Uniti, che collegano i rispettivi giacimenti alle raffinerie e ai porti. La rete logistica della Penisola Arabica meridionale include:
La mappa indica la dislocazione dei principali giacimenti di petrolio e di gas naturale dell'Arabia Saudita. Fonte: U.S. Energy Information Administration.
- L’East–West Pipeline (Arabia Saudita). Lunga 1.200 km, collega Abqaiq nella Provincia Orientale a Yanbu sul Mar Rosso, garantendo una capacità di trasporto di 5 milioni di barili al giorno e consentendo al greggio saudita di bypassare lo Stretto di Hormuz.
- L’Abu Dhabi–Fujairah Pipeline (Emirati Arabi Uniti). Misura 360 km e connette gli impianti di trattamento di Habshan al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman. La sua capacità di trasporto di 1,5 milioni di barili al giorno permette agli Uae di esportare il greggio senza passare da Hormuz.
Questi oleodotti sono collegati alle infrastrutture di raffinazione e ai porti della Penisola Arabica. In Arabia Saudita, gli hub marittimi più importanti sono Yanbu Industrial Port, sul Mar Rosso, e Ras Tanura, nel Golfo Persico, che operano sinergicamente con le raffinerie di Yanbu Aramco Sinopec Refinery (circa 400.000 barili/giorno) e di Rabigh Refining and Petrochemical Complex. Negli Emirati Arabi Uniti, il Port of Fujairah è diventato uno dei principali hub mondiali per lo stoccaggio di greggio, mentre il complesso di raffinazione di Ruwais (oltre 800.000 b/g) è al centro della capacità di lavorazione petrolifera nazionale. Le esportazioni petrolifere dell’Oman si basano sui porti di Sohar, Duqm e Salalah, ubicati lungo la costa del Mar Arabico, mentre la maggioranza del trattamento del greggio avviene nelle raffinerie di Sohar (~198.000 b/g) e di Duqm (~230.000 b/g). In Yemen, le principali infrastrutture energetiche comprendono sia i porti di Ras Isa, Ash Shihr e il Gnl di Balhaf.
LEGGI ANCHE
Accordo Ue–Mercosur: opportunità e rischi per l'automotive
I flussi commerciali che partono dallo Stretto di Hormuz. Getty Images
3 Minacce e opportunità
—La crisi nello Stretto di Hormuz potrebbe richiedere alle compagnie energetiche occidentali di rivedere le rispettive strategie di approvvigionamento dal Medio Oriente, con l’opportunità di rafforzare la presenza commerciale nella Penisola Arabica meridionale. L’analisi Swot dei principali attori (stati della regione e delle Sette Sorelle) evidenzia i punti di forza, le opportunità, le vulnerabilità e le minacce legate al consolidamento della loro influenza nella regione. I Paesi della Penisola Arabica Meridionale considerano le risorse fossili, il rafforzamento delle infrastrutture energetiche e la gestione dello Stretto di Bab el-Mandeb e del Canale di Suez tre punti di forza per due obiettivi: controllare le esportazioni di greggio e di gas naturale e supportare le rispettive politiche di sviluppo. Tuttavia, la loro forte dipendenza dagli idrocarburi costituisce un punto di debolezza, dal momento che i profitti energetici coprono tra il 30% e il 70% del loro Pil, evidenziando una grave problematica di diversificazione produttiva. Questo contesto ha indotto le monarchie della Penisola Arabica meridionale a definire nuove opportunità di sviluppo, come nel caso dell’Arabia Saudita che, nel 2016, ha lanciato il progetto Vision 2030, per sostenere la crescita delle infrastrutture, l’industria non petrolifera e il settore turistico. Nelle ultime settimane, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen hanno considerato il blocco iraniano allo Stretto di Hormuz come una grave minaccia per la stabilità della regione, che si aggiunge all’elevata instabilità dell’area di Bab el Mandeb e del Golfo di Aden dovuta ai costanti attacchi degli Houthi e al problema della pirateria.
Fonte: Al Jazeera
Le compagnie energetiche occidentali valutano i contratti a lungo termine con gli Stati della Penisola Arabica meridionale come dei punti di forza per tutelare i propri interessi. Inoltre, valutano la dipendenza delle economie di Arabia Saudita, Uae, Oman e Yemen dal commercio di petrolio come un’opportunità per ottenere nuove concessioni governative e sviluppare partnership strategiche. Tuttavia, la concentrazione infrastrutturale e la dipendenza dagli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb costituiscono delle vulnerabilità per gli interessi delle compagnie energetiche occidentali, amplificate da un’elevata sensibilità dei prezzi petroliferi e del Gnl all’instabilità crescente del Medio Oriente. Tra le principali minacce, le Sette Sorelle annoverano l’estensione del conflitto tra Iran, Israele e gli Stati Uniti ai Paesi vicini, oltre a un possibile aumento degli attacchi Houthi e della pirateria nell’area geo-marittima del Bab el-Mandeb e del Golfo di Aden.
LEGGI ANCHE
Petrolio venezuelano: capacità estrattiva, vincoli e pressioni
Soldati della Marina cinese al Centro di supporto della base militare di Gibuti. (Foto Xinhua, Ministero della Difesa cinese) – La base permanente della Cina, ubicata strategicamente vicino allo Stretto di Bab el-Mandeb, supporta operazioni di sicurezza marittima e antiterrorismo navale, contribuendo alla protezione dei corridoi commerciali critici tra Mar Rosso e Golfo di Aden
4 Elementi da monitorare
—La programmazione economico-industriale delle compagnie energetiche occidentali in Medio Oriente richiede un monitoraggio su tre aspetti principali:
- Sull’evoluzione del conflitto iraniano-statunitense nello Stretto di Hormuz e sull’instabilità nell’area marittima di Bab el-Mandeb e del Golfo di Aden, registrando eventuali blocchi, attacchi, incidenti o minacce alla navigazione, che possano interrompere i flussi di petrolio e gas dal Medio Oriente verso l’Europa.
- Il monitoraggio sull’andamento dei prezzi del petrolio e del gas naturale e valutando il loro impatto sui contratti di fornitura energetica.
- Seguire le decisioni di produzione e di investimenti infrastrutturali di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen, verificando lo stato operativo di pipeline, raffinerie e hub portuali.
LEGGI ANCHE
Diplomazia delle Terre Rare: l’incontro Trump-Xi e il futuro dell’auto
Fonte: U.S. Energy Information Administration
5 Conclusioni e scenari
—Il confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele evidenzia la vulnerabilità delle rotte marittime energetiche del Medio Oriente e la loro centralità per il commercio mondiale. Per le compagnie petrolifere occidentali, la gestione di questo rischio richiede resilienza logistica, diversificazione della produzione e il rafforzamento delle partnership industriali. In questo contesto, la Saudi East–West Pipeline (circa 5 milioni b/g) e la Abu Dhabi–Fujairah Pipeline (circa 1,5 milioni b/g) rappresentano due asset per bypassare Hormuz, mentre i corridoi marittimi di Bab el-Mandeb e Suez–Sumed sono rotte privilegiate per l’accesso al mercato europeo. Alla luce di queste dinamiche, emergono tre scenari operativi per le compagnie petrolifere.
Fonte: U.S. Energy Information Administration
Scenario 1 – Escalation regionale e interruzione dei flussi a medio-lungo termine. L’aggravarsi del conflitto tra Iran e Stati Uniti potrebbe compromettere ulteriormente le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, bloccando la navigazione dallo Stretto di Hormuz per settimane o mesi. In questa prospettiva, le compagnie petrolifere potrebbero:
- A breve termine (giorni-settimane): deviare i flussi energetici mediorientali verso l’Europa utilizzando la Saudi East–West Pipeline (circa 5 milioni b/g), la Abu Dhabi–Fujairah Pipeline (circa 1,5 milioni b/g) e porti sauditi sul Mar Rosso.
- A medio-lungo termine (mesi): Incrementare la presenza in altre regioni globali (Sud America: Venezuela, Brasile, Argentina; Artico; Asia-Pacifico), per sopperire alla carenza delle importazioni dai Paesi Opec+ del Golfo Arabico.
Collocazione dei giacimenti iraniani di petrolio e gas naturale. Fonte: U.S. Energy Information Administration
Scenario 2 – Instabilità transitoria con accordo e ripresa dei flussi. Se il conflitto dovesse protrarsi per alcune settimane o mesi, ma concludersi con un accordo diplomatico che garantisca la riapertura progressiva dello Stretto di Hormuz, le compagnie petrolifere potrebbero mantenere la continuità dei flussi energetici durante la crisi e prepararsi a una ripresa stabile dei trasporti marittimi in Medio Oriente. In questo scenario le Sette Sorelle potrebbero:
- Durante il conflitto (settimane-mesi): deviare temporaneamente i flussi di greggio dal Golfo Arabico verso la Saudi East–West Pipeline (circa 5 milioni b/g), la Abu Dhabi–Fujairah Pipeline (circa 1,5 milioni b/g) e i porti sul Mar Rosso, mentre gli Stretti di Bab el Mandeb e di Suez verrebbero utilizzati per modulare le esportazioni verso l’Europa.
- Dopo l’accordo tra Iran e Stati Uniti (fine crisi mesi successivi): le compagnie petrolifere occidentali potrebbero ripristinare gradualmente il transito petrolifero delle proprie navi attraverso lo Stretto di Hormuz, ma progettando una strategia di diversificazione delle fonti fossili che punti a regioni contraddistinte da una maggiore stabilità come l’Artico e il Sud America (Argentina e Brasile).
© RIPRODUZIONE RISERVATA