Bianca Valenti, la big wave rider con sangue italiano che lotta per l’uguaglianza
La Gazzetta dello Sport

Bianca Valenti, la big wave rider con sangue italiano che lotta per l’uguaglianza

Lunedì 16 marzo 2026
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Nata in America (da padre emigrato da Milano) è stata tra le prime surfiste professioniste a combattere per la parità di genere nelle gare di surf: “È stato fatto tanto, ma la strada è ancora lunga”

Nata in America (da padre emigrato da Milano) è stata tra le prime surfiste professioniste a combattere per la parità di genere nelle gare di surf: “È stato fatto tanto, ma la strada è ancora lunga”

Antonio Muglia 16 marzo - 17:44 - MILANO Bianca Valenti in uno scatto dell'italiano Federico Vanno/Liquid Barrel

“Ci provo a parlare italiano”, dice Bianca Valenti, origini tricolori, nata quarant’anni fa negli Stati Uniti d’America. Fuso orario quasi a doppia cifra, Bianca risponde alla Gazzetta dalla California: patria del surf, onde per tutti i gusti ed – è il caso di dirlo – per tutti i generi. Longboarder professionista prima e big wave rider poi, portavoce delle battaglie per l’uguaglianza nel surf per scelta e vocazione, Bianca Valenti è una delle voci più autorevoli in materia, nonché un’atleta di alto profilo. Lunghissimo il curriculum di vittorie in gare oversize, quando il mare picchia forte e l’altezza delle creste va oltre la media: ha gareggiato e vinto su onde che rappresentano la storia del big wave surfing come Mavericks, che rompe al largo delle coste della California, o Nelscott Reef in Oregon, e ancora Puerto Escondido in Messico. L’anno scorso si è guadagnata l’invito per l’Eddie Aikau, il contest che si svolge nella baia di Waimea, alle Hawaii, diventando così una delle poche donne a gareggiare sulla grande onda dell’isola di Oahu. “Uno dei giorni più belli della mia vita – racconta – Waimea è un Colosseo naturale ed è perfetto per guardare le grandi onde: c’erano 80 mila persone, senza sedie, spalti o concessioni. La gente arriva di notte e dorme in strada pur di essere presente e questo ti da’ grande energia. È stato un onore essere invitata ancora e credo che questo sia il più grande traguardo nel surf”. Quest’anno non è arrivata una mareggiata abbastanza grande e l’Eddie non si svolgerà ma per Bianca – nonostante l’invito – è stata una fortuna vista la rottura dei legamenti del ginocchio che l’ha tenuta a riposo per un bel po’. “Non sarei stata pronta”, commenta.

cuore azzurro

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La sua carriera nel surf è iniziata quando era una teenager, e non sulle grandi onde ma su quelle morbide del sud della California. L’ultimo contest con le tavole lunghe oltre 2,7 metri l’ha fatto a Biarritz, in una data cara agli italiani: il 2006, anno dei mondiali, a cui Bianca ha assistito in Francia. Gli azzurri conquistarono il tetto del mondo, per lei fu comunque un terzo posto, ma quella stessa estate ebbe l’occasione anche di surfareper la prima e l’unica volta in Italia. “È stato a Trinità d’Agultu, in Sardegna (alla Marinedda, ndr): dopo la gara ero andata a Milano per trovare i parenti, è arrivata una mareggiata e ho preso l’areo per poterla surfare. È stato divertente”. Il suo sangue è infatti anche italiano, italianissimo in realtà: il padre Duilio, milanese, è arrivato in California a 21 anni per inseguire il sogno di diventare chef e oggi gestisce un suo ristorante a San Anselmo, a nord di San Francisco, dove Bianca ha scoperto la passione per le onde grosse.

Valenti in gara a Waimea, Hawaii. Ph. Christa Funk

cambio di passo

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Uno dei momenti più cruciali per la carriera di Bianca Valenti è avvenuto a Pipeline nel 2012 dopo uno stop alle competizioni dovuto allo stress e alla pressione. “Mi ero resa conto che le ragazze semplicemente non avevano le stesse opportunità e questo era molto frustrante, così mi ero presa una pausa. Quando mi sono spostata a San Francisco mi sono resa conto che mi piaceva surfare onde grandi, così quando è arrivata l’occasione di competere a Pipe, mi sono detta ‘perché no?’. Le onde quel giorno erano enormi, così la mia strategia fu semplice: prendere le più grosse. E ho vinto”. In quegli anni la battaglia per ottenere pari diritti e la sete di adrenalina corrono sulla stessa via. Nel 2014, anche grazie alle richieste di Bianca, si tiene il primo campionato di big wave con una divisione femminile. Partecipa così all’Oregon Nelscott Reef, una gara organizzata con onde di oltre sei metri in quella che era la nuova frontiera della specialità, nel nord degli Stati Uniti, e lo fa con il legamento collaterale mediale del ginocchio rotto. “Mi stavo riabilitando dopo l’infortunio, e quello è uno spot pazzo – dice – non so quanto sia lontano dalla costa ma è davvero al largo, ed è difficile posizionarsi”. Senza pressione, ma con la stessa mentalità messa in gara a Pipe, ottiene il primo posto. “Lì si è riaccesa la scintilla, mi sono rinnamorata del surf, ho capito che quella era la mia gente, nel big wave surfing c’era ancora da esplorare. E allo stesso tempo, facendo rete con altre donne, abbiamo pensato di chiedere una categoria femminile anche per altri eventi”.

pari diritti

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Nasce così il Cews, il Committee for Equity in Women's Surfing, il comitato per l’uguaglianza nel surf femminile, portato avanti insieme alle colleghe Paige Alms, Keala Kennelly, e Andrea Moller. “Il feedback dopo la gara in Oregon era stato ottimo per quanto riguarda le donne, così abbiamo iniziato a chiedere agli organizzatori di inserire una divisione femminile anche a Mavericks. Ma con mia grande sorpresa, non erano molto d’accordo. Allora abbiamo iniziato a lavorare in un modo differente, approcciandoci agli enti americani che forniscono i permessi per le gare, chiedendo a loro direttamente di applicare un trattamento equo”. In questo modo, dopo quattro anni di lavoro il California State Land nega alla World Surf League i permessi necessari per una gara che non rispettava i principi di uguaglianza di genere. Una vittoria sicuramente, anche se con qualche conseguenza: “La mia più grande paura è che si creassero delle divisioni, proprio come quelle che abbiamo oggi negli Stati Uniti, e in effetti qualche ripercussione c’è stata, anche perché non tutti gli uomini, come io credevo, erano d’accordo”. Ad ogni modo il gruppo di atlete non aveva niente da perdere: “Abbiamo raggiunto l’obiettivo – dice Valenti – e vedendo quanto lo sport sia progredito e quanti sono stati i benefici per le giovani atlete, penso sia uno dei miei più grandi successi”.

Un'altro scatto sulle onde grosse, a Mavericks, in California. Ph. Sachi Cunningham

una strada ancora lunga

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Tuttavia, la battaglia per un pieno riconoscimento è ancora lunga. “Abbiamo fatto passi avanti, ma parlando specificatamente del surf, ancora non abbiamo pari opportunità. Questo vale anche per i team degli sponsor. Ci sono aziende che fanno marketing annunciando che la loro politica di assunzioni è paritaria, ma poi hanno più uomini nella squadra di atleti. E questo in un contesto generale dove per ognuno di noi è difficile fare soldi, e per le donne lo è ancora di più perché ci viene dato meno spazio anche nelle gare, anzi in alcuni casi, è stato dato e poi tolto solo perché ci sono più richieste da parte degli uomini. E poi il prossimo obiettivo è trovare un modello di compensazione per noi atleti. Noi proviamo a ottenere l’impossibile, spingere oltre i nostri limiti e ad ispirare la gente, ma abbiamo necessità anche di denaro per poterci allenare e di welfare come l’assistenza sanitaria o il congedo di maternità”.

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