Aguilera: "Io e Skuhravy, come noi nessuno mai. La mia carriera figlia della fame. Scoglio unico perché..."
L’ex attaccante uruguaiano e i suoi anni al Genoa: "Il Grifone e il Penarol amori della mia vita, ricordo ancora il derby vinto con la punizione di Branco. Maradona fantastico, quando ci conoscemmo lui sapeva tutto di me"
L’ex attaccante uruguaiano e i suoi anni al Genoa: "Il Grifone e il Penarol amori della mia vita, ricordo ancora il derby vinto con la punizione di Branco. Maradona fantastico, quando ci conoscemmo lui sapeva tutto di me"
Filippo Grimaldi Giornalista 29 marzo - 08:55 - MILANOCosì, tanto per capire di chi stiamo parlando: Carlos Aguilera, semplicemente Pato, ha giocato nel Genoa trentacinque anni fa, ma ancora oggi quando scrive via Whatsapp a qualche vecchio amico genovese (e sono tanti) chiude con un cuore rosso e uno blu. Il Genoa è stato la sua vita. E lui è stato un simbolo per migliaia di tifosi del Grifone. In Uruguay la sua biografia (“El hambre y la gloria”, cioè la fame e la gloria) da un paio d’anni è un successo editoriale. In due parole il titolo racconta la storia e la filosofia di vita di un ex attaccante che nella sua esistenza sportiva ha avuto (e ha tuttora) solo due amori calcistici: “Il Penarol e il Genoa”.
Pato Aguilera Ex attaccante Nato a Montevideo il 21 settembre 1964, attaccante, ha giocato in Italia nel Genoa (1989-92) e nel Torino (1992-94)Tutta la sua carriera si può racchiudere così? “Assolutamente sì. La gloria è figlia della fame che uno mette nel lavoro, nella ricerca della perfezione sul campo, nella crescita personale a livello tecnico, tattico, umano, morale. Il calcio è una scuola di vita. Sempre pensando solo a migliorare, senza cercare scorciatoie, si diventa grandi. E poi, forse, ricchi e famosi. Qui sta l’errore di tanti: volere tutto e subito. La gloria è effimera”.
La sua storia personale lo può confermare.
“Sono cresciuto nel River Plate, abitavo con la mia famiglia nel Nuevo Paris, un barrio umilissimo di Montevideo. Lì mi hanno insegnato i valori dello sport, quello vero. Arrivai a cinque anni. Si chiamava baby calcio, ma sono cresciuto in fretta. Ho esordito fra i professionisti a quindici, giocavo sulla fascia destra in un 4-3-3. Devo tutto al mio allenatore dell’epoca, Sergio Markarian”.
Un esordio speciale, per lei, anche in nazionale...
“Pazzesco. Sostituii Fernando Moreno, lo storico capocannoniere del Penarol, che si era fratturato tibia e perone. Fu l’inizio di una nuova fase della mia vita calcistica. Avevo 18 anni. L’anno dopo ho vinto la Coppa America, e lì ho segnato il mio primo gol in nazionale”.
Ho conosciuto Maradona: speciale e unico anche come uomo
Pato AguileraLei giocò anche il Mondiale del 1990 in Italia, alla fine della sua prima stagione italiana nel Genoa.
“Abbiamo pareggiato con la Spagna e poi con la vittoria sulla Corea del Sud siamo passati come terzi. Agli ottavi ci ha eliminato proprio l’Italia, gol di Schillaci e Serena. Avevamo Francescoli, il Maradona uruguaiano. Ma non è bastato”.
Lei ha conosciuto Diego.
“Speciale ed unico anche come uomo. Quando l’ho incontrato, ai tempi del Genoa, sapeva tante cose della mia carriera. Mi sorprese”.
Il Genoa è stato l’amore della vita.
“E lo è tuttora, anche se sono tornato a Montevideo, vedo ogni partita del Grifone, a qualunque ora ed ovunque io sia. Certe immagini non sbiadiranno mai: ricordo una nostra partita a Pisa, nel giorno del mio compleanno, un 21 settembre. I tifosi in trasferta mi cantarono 'happy birthday' a fine partita lanciandomi le sciarpe in campo”.
Altri flash più calcistici?
“Troppo facile. Il derby vinto con la punizione di Branco sotto la Nord, che diventò una storica cartolina di Natale per i tifosi. So che Claudio è venuto di recente a Genova e ha ricordato quell’episodio. E poi qualcosa di cui oggi si parla troppo poco, la nostra vittoria di Anfield in coppa Uefa, fummo la prima squadra italiana a trionfare in casa del Liverpool”.
Lei a Genova fu protagonista anche di una brutta storia giudiziaria chiusa dall’indulto.
“Nei momenti difficili i compagni, il club, ma soprattutto i tifosi mi sono sempre stati vicini. Ma di Genova, molto simile a Montevideo, e del Genoa ho solo ricordi belli. Mi portò lì Paco Casal, il mio procuratore su indicazione di Scoglio, unico nel pianificare le partite e nel prevedere quello che sarebbe successo sul campo...”.
Bagnoli era uno straordinario gestore del gruppo, era diretto fuori e dentro lo spogliatoio
Pato AguileraL’altro fu Bagnoli.
“Straordinario gestore del gruppo, era diretto dentro e fuori dallo spogliatoio. Il suo fu un Genoa forte, bello e spensierato. L’intesa con Skuhravy in campo e fuori fu qualcosa che mai più avrei provato. Un grande campione, Tomas, con uno strapotere fisico spaventoso. Vorrei che di quella squadra venisse tramandato ai giocatori attuali lo spirito, l’importanza del vestire questa maglia così gloriosa”.
Come giudica il Genoa di oggi?
“Sono ottimista, ho visto tutte le partite, credo che i successi sulla Roma e a Verona abbiano dimostrato le potenzialità del gruppo. La salvezza è alla portata. Mi piace il lavoro che stanno facendo proprietà e dirigenza, ma anche quel che trasmette De Rossi. Il Genoa non è un club come gli altri. Esiste un senso di appartenenza straordinario che va trasmesso ai giocatori. Ed è ciò che, mi pare, stiano facendo. Ci sarà ancora da lottare, ma... serve avere fame”.
De Rossi, tecnico del GenoaQuesto Genoa ne ha?
“Per forza. Porta 32 mila persone allo stadio, in una città da mezzo milione di abitanti. Basta alzare gli occhi verso la Nord quando entri in campo per capire. Io lo dico a tutte le nuove generazioni di calciatori: non potete giocare solo per i soldi”.
Quale futuro immagina?
“Continuo a sognare che ci sia di nuovo in un giorno non lontano un gruppo di uomini come Torrente, Ruotolo, Eranio, Bortolazzi, Collovati. Ragazzi che sappiano trasmettere alle generazioni successive i valori con cui noi siamo diventati forti, dirigenti che volevano bene alla squadra come Spartaco Landini. Ci vorranno uno, due, tre anni, ma questo è il mio sogno”.
Qui la aspettano i suoi vecchi tifosi.
“Sentido de pertenencia, senso di appartenenza, in Uruguay diciamo così. Solo soffrendo si cresce. Tornerò presto, manco da quattro anni, quella è stata la mia casa. Ma provo grande affetto anche per il Torino. Pure lì sono stato benissimo, ricordo con gioia la coppa Italia che avevamo conquistato nel ‘93”.
Ora l’attenzione è tutta alla Nazionale di Gattuso.
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“Vi manca l’ultimo passo. Io tifo Uruguay, ma un Mondiale senza l’Italia non avrebbe senso. È già successo, non dovrà capitare più”.
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