Rivola: "Bezzecchi leone affamato. Ma lui e Martin sono liberi di correre"
La Gazzetta dello Sport

Rivola: "Bezzecchi leone affamato. Ma lui e Martin sono liberi di correre"

Mercoledì 1 aprile 2026
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L’ad dell'Aprilia celebra l’avvio super del team: "Marco non ha mai lottato per il Mondiale ma lo vedo concentrato". "Non ho mai dubitato che saremmo arrivati, ma ora calma, aspettiamo le gare in Europa". "Il lavoro di squadra paga, l'entusiasmo va gestito ma siamo qui per vincere" 

L’ad dell'Aprilia celebra l’avvio super del team: "Marco non ha mai lottato per il Mondiale ma lo vedo concentrato". "Non ho mai dubitato che saremmo arrivati, ma ora calma, aspettiamo le gare in Europa". "Il lavoro di squadra paga, l'entusiasmo va gestito ma siamo qui per vincere" 

Mario Salvini Giornalista 1 aprile - 12:56 - MILANO Massimo Rivola, 54 anni, ad Aprilia Racing

Adesso si ferma tutto: la crisi in Medio Oriente forza l’intero Motorsport a una pausa. Per l’Aprilia non potrebbe essere un momento più favorevole. Perché, come ha detto il suo amministratore delegato Massimo Rivola, "Ad Austin abbiamo fatto qualcosa di storico, che resterà nei libri". E che ha avuto un riscontro immediato ed enorme, amplificato dall’eco che Jannik Sinner, Kimi Antonelli e Marco Bezzecchi hanno dato l’uno agli altri. "Questa connotazione di italianità al nostro successo mi piace tantissimo. La gente vede che la proprietà di Aprilia è italiana, come la moto, che il pilota è italiano, che sulla livrea abbiamo il leone di San Marco. E in più credo che risultiamo simpatici. Quindi sì, è un bel momento…". 

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Più di così sarebbe stato difficile… 

"Eppure si poteva. La rottura di Ai Ogura, con quella livrea americana, negli Stati Uniti, è stata un peccato. E poi una ventina di punti nelle Sprint li abbiamo lasciati. Quando il tuo avversario è Marquez, e sai che non è a postissimo, non devi lasciargli niente, perché sai che tornerà. Dopodiché è anche giusto non essere ingordi…" 

Che è successo a Austin? 

"Si è consolidata una superiorità di Aprilia sulle altre case, su un circuito dove sappiamo che Marquez ha qualcosa in più di tutti gli altri. E quindi è stato bello". 

Stare davanti alla Ducati, nei vostri piani, era verosimile?

"Era una speranza. Con un sentore dato dai nostri numeri. Nel 2024 la Ducati ha azzeccato una moto eccezionale, nel 2025 non ha fatto un salto altrettanto brillante. Sapevamo che, se il loro trend per il 2026 fosse stato simile a quello dell’anno prima, allora avremmo avuto buone speranze. E finora così è stato, ma credo che sia necessario aspettare le gare in Europa. Jerez sarà già molto interessante e indicativa. Non solo per il confronto con la Ducati, ma anche per capire dove sono Ktm e Honda. Non ci si può rilassare: chi si ferma è perduto". 

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Che cosa l’ha stupita ad Austin? 

"Non sono tanto stupito, sono più contento di come sta lavorando la squadra. Credo che l’esempio sia quanto accaduto in Brasile, dove al venerdì eravamo ultimi, eppure poi il Bez ha vinto. In generale siamo stati consapevoli fin dall’inizio della stagione dei progressi fatti rispetto all’anno scorso, chiaramente non sapevamo dove sarebbero stati gli altri. E allora, in generale, lo stupore non riguarda tanto i risultati, quanto come Jorge Martin è stato capace di andare forte fin da subito nei test. Il resto è come mi aspettavo, o come speravo: Marco è una vera macchina da guerra. Deve solo imparare a gestire determinate situazioni, come quelle che gli sono capitate nelle Sprint. Ma d’altra parte sono errori che ci stanno: è come se il leone della livrea fosse uscito dalla gabbia e, quando ha così tanta fame, fai fatica a farlo ragionare. Quando vede la preda non lo fermi più, e la preda è la bandiera a scacchi". 

Quindi si tratta solo di gestire quell’atteggiamento. O cos’altro manca? 

"A Jorge ancora un briciolo di fiducia in più in qualifica, forse gli ultimi automatismi che ti servono per non pensare quando guidi". 

Ha elogiato la squadra, della quale si intuisce la bravura e si nota l’armonia. Di solito, quand’è così, il merito è di chi comanda… 

"Molti meriti li ha Fabiano Sterlacchini. Ma non sono fan dell’one-man show: mi piace molto di più il lavoro di squadra. Su questo spingo molto, e Fabiano è molto allineato con me. Dico sempre che ognuno deve essere in grado di rinunciare a un pochettino del proprio ego per metterlo a disposizione degli altri. Quando è così, la soddisfazione di far tirare fuori un’idea a chi lavora con te diventa ancora più grande di quando l’idea l’hai avuta tu. Con questo spirito si fanno dei metri, come si dice in Romagna". 

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Quali sono le scelte di cui è più orgoglioso? 

"È vero che il pulsante rosso alla fine lo schiaccio io, ma non tutto è sempre merito mio. Di certo quella di Fabiano. Ma anche delle non-scelte, cioè degli uomini che siamo riusciti a trattenere a Noale. E poi ovviamente i piloti, ne sono molto fiero". 

Due personaggi un po’ garibaldini, guasconi: l’anno scorso disse che assomigliavano all’Aprilia che aveva immaginato. 

"Sì, e nonostante tutte le vicissitudini dell’anno scorso con Jorge, la coerenza ha pagato". 

Torniamo un attimo indietro, al suo passaggio dalla Ferrari all’Aprilia. 

"È stato esattamente quando Leclerc ha provato il sedile a Maranello. Se sei a capo dell’Academy e il pilota che hai preso ragazzino arriva in Ferrari, cosa vuoi di più? La missione era esaurita, e di qua si apriva un’opportunità bellissima". 

Se allora le avessero detto che sarebbe arrivato in testa al Mondiale con tutti e due i piloti?

"Speravo di riuscirci prima. Che sarebbe successo non l’ho mai messo in dubbio. Se qualcuno mi ha visto come un matto dev’essere stato proprio per questo mio crederci a oltranza. Forse era ottimismo eccessivo, che io speravo diventasse contagioso". 

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Adesso si tratta di accelerare ancora o di tenere a bada l’entusiasmo? 

"L’entusiasmo non bisogna mai frenarlo. Bisogna solo gestirlo. La cosa fondamentale è comunicare, specie coi piloti: sono loro quelli che possono farsi prendere dalla troppa frenesia. Ma la passione è positiva, ed è stupendo quando è condivisa. È stato bello, per esempio, avere con noi Michele Colaninno a Austin, vederlo sul podio. Ha fatto bene a tutti". 

Trovarsi all’improvviso in lotta per il titolo implica un cambio nel modo di pensare, nel considerare gli eventi: è un pericolo? 

"Di certo sarebbe più bello se facendo queste considerazioni fossimo a tre GP dalla fine e non a tre dall’inizio. È vero che il Bez non ha mai vinto, quindi per lui è tutto nuovo. Ma lo vedo molto concentrato. Ne parleremo più avanti. Come diceva Lucio Battisti: 'Lo scopriremo solo vivendo'". 

E correndo. A proposito: Bez e Jorge saranno liberi di correre? 

"Sì, sì, sì. Se poi uno dovesse essere aritmeticamente fuori gioco e potesse aiutare l’altro, vedremo. L’importante è che ci sia rispetto, e se c’è o non c’è lo vedi subito. I primi ad accorgersene sono loro, i piloti". 

Bezzecchi però è l’uomo squadra, Martin se ne andrà e in più l’anno scorso ha fatto un po’ tribolare, quando sembrava voler sciogliere il contratto. 

"A parte la conferma del Bez, non ci sono stati annunci, no? Ci siamo imposti di vivere giorno per giorno". 

Però chi ha vinto cinque gare di fila, chi ha cominciato la stagione con tre successi, storicamente poi… Finisce lei?

"No, perché non sarebbe coerente con l’approccio gara per gara di cui ho appena detto. Fare voli pindarici può essere pericoloso. Si può solo restare delusi". 

Ma lei non si è mai nascosto, ha sempre detto che l’obiettivo è il Mondiale… 

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"No, certo: sono qui, siamo qui, per vincere. Ma non è l’argomento del momento. Adesso l’argomento è Jerez".

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