Indiani, mister promozione: "Alleno dal 1982, ho cresciuto campioni, ma che bello portare una squadra in C"
La Gazzetta dello Sport

Indiani, mister promozione: "Alleno dal 1982, ho cresciuto campioni, ma che bello portare una squadra in C"

Venerdì 3 aprile 2026
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L’allenatore delle dodici promozioni racconta la sua vita, le sue esperienze e le sue tante vittorie, l'ultima con il Grosseto: "Ogni tanto sento Spalletti, di Certaldo come me, a fine anno se va in Champions offre cena a tutti"

L’allenatore delle dodici promozioni racconta la sua vita, le sue esperienze e le sue tante vittorie, l'ultima con il Grosseto: "Ogni tanto sento Spalletti, di Certaldo come me, a fine anno se va in Champions offre cena a tutti"

Lorenzo Topello Collaboratore 3 aprile - 18:25 - MILANO

Paolo Indiani risponde con voce non proprio squillante: “Che ci vuole fare, sono rintronato. Non son mica abituato a fare le ore piccole… Però anche oggi ho comprato la Gazzetta, eh. L’edizione tutta verde per i 130 anni era splendida”. Lettore affezionato, allenatore di Serie D e festaiolo all’occorrenza: solo che il terzo punto è un corollario del secondo, se è vero che anche a questo giro il campionato lo ha vinto lui. Per la dodicesima volta, Paolo Indiani ha conquistato un passaggio di categoria: l’ultimo, dolcissimo, a Grosseto.

Mister, farà festa una sola volta l’anno. Ma sempre per ottimi motivi… 

“Non posso lamentarmi, in effetti: è il quarto campionato vinto in quattro anni, e tutti con squadre diverse”.

Cronaca di un connubio indissolubile, fra lei e la Serie D: solo nelle ultime stagioni ha fatto centro con San Donato Tavarnelle, Arezzo, Livorno e Grosseto. 

“Promozioni tutte diverse, ma ugualmente meravigliose. Certo, se devo sceglierne una tengo sempre quella col San Donato: un paesino minuscolo che sbarca fra i Professionisti, una storia pazzesca”. 

Poi si è specializzato nel rivitalizzare le grandi piazze, però. A Grosseto nell’ultimo biennio era andata male. 

“Tentavano il salto in C senza successo, un po’ come a Livorno e ad Arezzo. Siamo arrivati noi ed è andata bene”.

Eppure il presidente del Livorno, lo scorso maggio, diceva che lei avrebbe affrontato la C con loro. Cosa le ha fatto scegliere Grosseto? 

“Hanno saputo cercarmi nella maniera giusta. Avevo lavorato col direttore Vetrini al Follonica Gavorrano, mi ha proposto un progetto che mi faceva lavorare in totale autonomia, come chiedo sempre, e tutto è andato per il meglio. Ripeto il mantra del dover lavorare, chi mi scegliere come allenatore lo sa. E i miei direttori preferiti sono quelli con cui faccio le due di notte, senza intromissioni di sorta”.

E i suoi calciatori preferiti, invece? 

“Eh, l’elenco è lungo: s’immagina, ho cominciato ad allenare nel 1982… Posso dire di averne visti in gran quantità”.

 La aiutiamo noi. Andrea Barzagli, alla Rondinella?

“A livello tecnico doveva crescere. Ma di sicuro si presentava come fortissimo di testa e molto intelligente. È cresciuto nel migliore dei modi”.

A Crotone ha intravisto Massimo Coda. 

“Era giovanissimo, aveva sì e no 18 anni. I colpi c’erano, ma doveva maturare”.
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​Maturo eccome, invece, come era Marco Baroni? 

“Quando venne alla Rondinella si vedeva che aveva calcato campi di tutt’altra categoria. Giocatore di rara intelligenza”.

A Livorno l’anno scorso ha esaltato di nuovo un bomber come Dionisi. 

“Che gli vuoi dire, a uno così: a 38 anni faceva ancora impazzire tutti. Non a caso ha segnato più di 200 gol in giro per l’Italia. E poi fa l’attaccante, come me da giovane. Ma quando giocavo io era un’altra epoca, per carità”. 

Con Lulù Oliveira alla Lucchese come andò, invece? 

“Con me giocò solo due partite. Ha presente il mantra del lavoro? Ecco, lui non troppo… Di voglia ne era rimasta poca”. 

Ai tempi del Crotone è passato da lei anche Angelo Ogbonna. 

“Arrivò in estate, imparava come una spugna. Rimasi sorpreso perché parlavamo di un ragazzo poco più che maggiorenne, ma apprendeva alla velocità della luce. E poi con quel fisico poteva fare di tutto. Infatti è arrivato in Nazionale”. 

A proposito di Italia, dove abbiamo sbagliato? 

“Non è un discorso di sistemi, ma di interpretazioni: è la mentalità che fa la differenza. Una delle cose che ripeto sempre è che si deve tornare nelle scuole di calcio a far fare ai bambini quello che facevamo noi ai giardini: partitelle, incentivi a dribblare, esercizi di passaggi e stop. Zero schemi: dobbiamo solo lasciare che si divertano. Quelli veramente bravi si sono formati in piazza, nei giardini, giocando tutti i giorni: ora i ragazzini si allenano se va bene un’ora alla volta, tre volte a settimana. Cosa volete che facciano?” 

Zero tattica? 

“Per carità, ce ne vorrebbe meno di zero. E invece oggi se un allenatore del vivaio dice la parola dribbling lo squalificano. Ma prendete le situazioni difesa contro attacco: basta lasciar sfogare i ragazzi nell’uno contro uno e vedere come rispondono. Prima lasciamoli sbagliare, poi li correggiamo. Se non li aspettiamo non miglioreremo mai. Prendete Lamine Yamal”. 

Perché Yamal?

“Perché se fosse stato in Italia non lo avrebbero mai fatto esordire in A a 16 anni. Di sicuro lo avrebbero mandato in Primavera dicendo: ‘Deve mettere su qualche chilo, è magro…’. Questa è la mentalità da cambiare. E aggiungo, a proposito dei campionati giovanili, che per me andrebbero tolte anche le retrocessioni: s’immagina, delle volte vedevo creare le squadre col numero minimo di calciatori, perché altrimenti i mister dovevano far giocare tutti i bambini a disposizione e correvano il rischio di perdere le partite…”

Se Yamal avesse giocato in Serie A non avrebbe mai esordito a 16 anni. Di sicuro lo avrebbero mandato in Primavera per fare esperienza 

Per lei i giovani stravedono, anche a Grosseto: eppure ci sono cinquant’anni di differenza. Qual è il segreto per rapportarsi a loro? 

“Si va sul loro linguaggio e comportamento. Bisogna sforzarsi di capirli, è quella la bravura: mica puoi aspettare che vengano loro da te. Ma un lavoro del genere riguarda anche i mister di 40-45 anni, non solo gli anziani come me”. 

Torniamo alle sue promozioni. Oltre alle ultime quattro, andando a ritroso si trovano i successi con Pontedera, Massese, Poggibonsi, Rondinella, Certaldo e San Gimignano. Di città toscane ne mancano pochissime. 

“Siena e Carrara, forse. A Siena sono tornato volentieri da avversario, quest’anno: sempre un bell’ambiente. Ma ho un contratto col Grosseto e vedremo cosa accadrà a fine stagione”.

Ma non ha voglia di misurarsi col professionismo?
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“Lo potrei fare col Grosseto, se ci sono le condizioni. La Serie C mi affascina e allo stesso mi fa un po’ riflettere: l’altra sera guardavo Arezzo-Ascoli, il big match del Girone B. Se l’avessero giocata in D sarebbe finita 1-1. Ma ora il Var è anche lì”. 

Un allenatore che l’ha forgiata?

“Nessuno in maniera diretta, ma se devo dire uno a cui si ispira la mia generazione, cito sempre Sacchi. Ha capovolto il calcio italiano, ci ha folgorati”.

Ripensa mai a quel concorso alle Poste? Poteva andare a lavorare a Firenze. Chissà cosa sarebbe accaduto. 
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“Non sono uno che rimugina. Volevo allenare, fortunatamente è andata benissimo così”.

Anche perché nella sua Certaldo ormai è famoso quanto il suo amico Spalletti. 

“No, non esageriamo (ride, ndr). Ogni tanto ci sentiamo per messaggio”.

E vi vedete nella consueta cena alla Pizzeria Maroni. Si aggiunge qualcuno, fra gli allenatori?
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“Non sa quanti! Ma sono tutti tecnici dilettantistici, amici in comune”.

Ma se Spalletti centra il traguardo Champions con la Juve, la cena in pizzeria la paga lui o Paolo Indiani? 

“No, no, paga sempre lui: è generoso”.

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