"Viaggio in America": gli Usa visti da Brera, che dopo averli conosciuti non vi volle più tornare
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"Viaggio in America": gli Usa visti da Brera, che dopo averli conosciuti non vi volle più tornare

Venerdì 3 aprile 2026
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Il volume, edito da Aragno con una dettagliata introduzione di Claudio Rinaldi, raccoglie i nove articoli che la celebre firma dedicò al Continente Nuovo: ippica, pugilato, atletica e motori, ma anche scoop e una critica tagliente ad un Paese che "nega ogni possibilità di comunione umana"

Il volume, edito da Aragno con una dettagliata introduzione di Claudio Rinaldi, raccoglie i nove articoli che la celebre firma dedicò al Continente Nuovo: ippica, pugilato, atletica e motori, ma anche scoop e una critica tagliente ad un Paese che "nega ogni possibilità di comunione umana"

Andrea Schianchi Giornalista 3 aprile - 18:17 - MILANO

Gianni Brera scoprì l’America e non vi mise più piede. Per più di tre mesi, dall’aprile al luglio del 1955, la percorse in lungo e in largo, ne studiò e ne raccontò pregi e difetti, incontrò illustri campioni, dirigenti e cittadini comuni, e quindi, rientrato in Italia, decise che laggiù non ci sarebbe più tornato. Il motivo? Qui verità e leggenda s’intrecciano. Secondo alcuni Brera si sentiva spaesato in quegli spazi immensi, e per certi versi anonimi, lui che era figlio della Padania e amava osterie e trattorie di campagna. Secondo altri, invece, in America non ci mise più piede per paura. Lui stesso accreditò questa seconda tesi, dicendo che durante quel primo e unico viaggio aveva ricevuto minacce da un gangster geloso delle attenzioni che il Gioann avrebbe riservato alla sua pupa. Qualunque sia la verità, resta una certezza: nel 1984, alla vigilia delle Olimpiadi di Los Angeles, Brera, allora firma de La Repubblica, scrisse al direttore Eugenio Scalfari dicendogli che non intendeva recarsi in America per seguire la manifestazione. E così fece. "L’idea di trasferirmi fisicamente a Los Angeles mi atterrisce. Ne sono tornato un certo anno con odio profondo per Cristoforo Colombo, noto disoccupato di Saronno, che mai avrebbe scoperto l’America se avesse avuto una benché minima idea di cosa fosse il mare".

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il volume

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La breve esperienza statunitense di Brera è condensata nel volume "Viaggio in America", edito da Aragno (22 euro), con una dettagliata introduzione di Claudio Rinaldi, "brerologo" di fama oltre che direttore della Gazzetta di Parma. Nel volume sono riprodotti i nove articoli che Brera dedicò all’America, un vero e proprio reportage di quelli che si facevano una volta: si va dall’atletica all’ippica, dal mondo del pugilato a quello dell’automobilismo, non dimenticando le note di costume e un’attenta osservazione critica dello sviluppo sociale nelle grandi città. E poi, siccome si sta parlando di un cronista di razza, ci sono gli scoop: in primis, la lunga intervista a Avery Brundage, all’epoca presidente del CIO, pubblicata in prima pagina da L’Equipe, nella quale il massimo dirigente sportivo mondiale spende una parola buona per le Olimpiadi di Roma del 1960. Inoltre, un brillante racconto sui Duchi di Windsor, spettatori a una gara automobilistica ad Indianapolis, nel quale non si nascondono le voci insistenti che corrono sulla duchessa non proprio dipinta come un modello di assoluta fedeltà coniugale. 

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nuove strade

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Tutti articoli che Brera scrisse per Tempo, L’Illustrazione Italiana e L’Equipe. Da pochi mesi si era dimesso da direttore della Gazzetta dello Sport per divergenze editoriali e finanziarie, ed era in cerca di lavoro. Il viaggio in America era un’occasione per staccare la spina dal clima del giornalismo italiano e cercare nuove strade, con il problema dello stipendio di cui Brera parla in continuazione nelle numerose lettere spedite alla moglie Rina e al figlio Carlo. Brera ha poco più di trent’anni e deve pensare a portare a casa i soldi per mandare avanti la famiglia. Non si nasconde l’angoscia. Poiché il talento non gli manca, e lui ne è consapevole, nella primavera del 1956 arriverà la grande occasione: nascerà il quotidiano Il Giorno, Brera ne diverrà responsabile della sezione sportiva e da quel momento sarà un'ascesa fantastica fino a diventare il più noto e il migliore giornalista sportivo italiano. Che, tuttavia, in America non metterà più piede. Una volta gli è stata sufficiente per capire che un padano come lui ha ben poco da spartire con quegli spazi immensi, quei silenzi assordanti e quella lingua che lui non parla e non intende parlare. "L’America poi nega ogni possibilità di comunione umana – scrive alla moglie – Ed io non conosco l’inglese. Sono un vecchio cane in trasferta che non avverte la zaffata delle femmine e non può nemmeno distrarsi conversando di letteratura. Una bestia da soma, con sul groppone molti taccuini da interpretare". Decisamente non un uomo a suo agio, il Brera "americano".

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