Mediano, simbolo, "cavaliere del lavoro e della vergogna": tutte le sfumature d'azzurro di Gattuso
Quasi trent'anni di Nazionale, da mediano che si conquistava un posto a forza di grinta a commissario tecnico con una missione disperata. In mezzo lacrime, vittorie, litigate, amicizia, frasi a effetto, capelli mai colorati e persino destra e sinistra che su di lui si trovavano d'accordo. Ma non chiamatelo Ringhio
Gattuso, allora: questa è la nazionale di Buffon, Maldini, Cannavaro, Nesta, Inzaghi, Del Piero. Insomma, è la nazionale dei belli. Lei, al contrario, non è un Adone, come la mettiamo? La domanda gli piombò addosso così, vai a sapere ‘sti giornalisti con certe domande. Era il novembre del 2000. Sui giornali Gattuso lo chiamavamo ancora Ivan Gennaro, qualche volta Ringhio ("Ma non chiamatemi così", diceva), aveva 22 anni, la faccia pulita e spigolosa, la brillantina in testa. Ed era la voce dell’Italia giovane, quella che cercava spazi e orizzonti di gloria. Infatti rispose: “Siamo una squadra di calcio e non di fotomodelli. Non è il che il contratto ce l’ha fatto Armani. Scherzi a parte, ho conquistato la maglia azzurra perché ci ho sempre creduto e so che non sarà facile mantenerla”. Solo pochi giorni prima, il ct dell’epoca, Giovanni Trapattoni, lo aveva schierato titolare in amichevole contro l’Inghilterra. Era la prima volta negli undici per questo centrocampista caldo, feroce e tarchiato. Gattuso contro Beckham: che tempi, eh? Ivan Gennaro segnò pure il gol decisivo, 1-0. Il Corriere della Sera titolò: “Gattuso fa il Beckham”. Che tempi. E poi scrissero: “Gennaro Gattuso, cioè la rivincita del Made in Italy, è il simbolo dell’Italia che si rinnova”. Baronio, il suo compagno di squadra in nazionale, gli mandò un sms (avviso ai GenZ: c’erano solo quelli) e Gattuso ci scherzò su: “Tutto avrei immaginato nel calcio tranne quel tuo gol all’Inghilterra”, mi ha scritto. Simpatico, vero?”.